Dal New European Bauhaus ai quartieri: parte Social Nest, e l'Università di Cagliari è in prima linea
- giuseppe melis

- 3 giorni fa
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Immaginate un quartiere che riesce a rigenerarsi senza perdere la propria anima: dove la sostenibilità ambientale, l'inclusione sociale e la bellezza dei luoghi non sono tre obiettivi in competizione, ma tre facce della stessa medaglia. È esattamente questa la scommessa di Social Nest, il progetto europeo diventato formalmente operativo dal 1° agosto 2026, di cui l'Università di Cagliari — attraverso il CREA, il Centro Servizi di Ateneo per l'Innovazione e l'Imprenditorialità che dirigo — è partner con un ruolo di primo piano. Ne scrivo qui non solo per raccontare di cosa si tratta, ma anche — lo dico senza giri di parole — per dare conto di ciò che il mio Ateneo sta facendo in questo campo, con le competenze e le discipline che possiamo mettere in campo.
Una cornice europea: il New European Bauhaus
Per capire Social Nest bisogna fare un passo indietro fino al 2020, quando la Commissione Europea ha lanciato un'iniziativa che, negli anni, si è trasformata in un vero e proprio strumento di policy con una propria dotazione finanziaria: il New European Bauhaus (NEB). L'idea di fondo è tanto semplice da enunciare quanto ambiziosa da realizzare: fare da ponte tra il Green Deal europeo e la vita quotidiana delle persone, promuovendo una trasformazione degli ambienti costruiti e dei quartieri che sia insieme sostenibile, inclusiva ed esteticamente curata, nel rispetto della diversità di luoghi, tradizioni e culture del continente.
Dal punto di vista dei fondi, il NEB è "ancorato" a Horizon Europe attraverso una specifica NEB Facility, attiva dal 2025 al 2027 e finanziata anche da altri programmi e fondi del bilancio UE. Per la sola componente di ricerca e innovazione il budget indicativo è di circa 120 milioni di euro l'anno nel 2025, salito a circa 180 milioni annui per il biennio 2026-2027, mentre nell'ambito dell'attuale Quadro Finanziario Pluriennale (2021-2027) il NEB riceve complessivamente circa 557 milioni di euro da Horizon Europe. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: è il segnale che sostenibilità, inclusione e bellezza — quest'ultima intesa non come vezzo estetico ma come vera e propria categoria di policy — sono destinate a diventare un criterio sempre più centrale nelle prossime linee di finanziamento europee su rigenerazione urbana e coesione sociale. Capire per tempo questa cornice, per chi si occupa di ricerca e innovazione legate ai territori, significa poter intercettare in anticipo le opportunità che ne derivano.
Di cosa si occupa Social Nest
Il titolo esteso del progetto è Social Entrepreneurship for Sustainable and Social Transformation of Neighbourhoods: l'obiettivo è co-progettare, sperimentare e portare a scala modelli di imprenditorialità sociale "dal basso" capaci di rigenerare i quartieri secondo i tre valori del New European Bauhaus — sostenibilità, inclusione e bellezza. Il progetto risponde a fenomeni che attraversano l'Europa contemporanea: l'invecchiamento delle popolazioni, soprattutto quelle rurali, la migrazione dei giovani verso le città, l'indebolimento della creatività e, non di rado, del senso di comunità. Per farlo, tiene insieme quattro dimensioni — economica (imprese sociali e cooperative), sociale (benessere e inclusione delle comunità), culturale (patrimonio e artigianato ecologico) ed estetica (design e qualità della vita) — in un unico ecosistema di co-creazione a livello di quartiere.
Il consorzio che porta avanti Social Nest è composto da 16 organizzazioni di quattro paesi europei: la turca TABU Cozumleri Danismanlik, che coordina il progetto, e poi Social Business Earth (Svizzera), il CIHEAM Bari – Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei (Italia), Quarteirão Criativo (Portogallo), l'Izmir University of Economics – IUE (Türkiye), Acube Società Benefit (Italia), Originn Coworking (Türkiye), il Comune di Urla (Türkiye), la cooperativa turca per la ricerca in agricoltura sostenibile, BASIS Vinschgau Venosta(Italia), Creative Random Universe (Portogallo), l'Università Sapienza di Roma (Italia), Tenuta Castello di Morcote (Svizzera), l'Università di Cagliari (Italia), il Comune di Bari (Italia) e Gaia Tech (Svizzera).
I cinque territori pilota: un laboratorio a cielo aperto
Il cuore pulsante di Social Nest sono cinque territori pilota in quattro paesi, scelti apposta perché insieme raccontano quasi tutte le facce dell'Europa contemporanea — dalla metropoli mediterranea al piccolo comune alpino, dalla città in piena transizione digitale al distretto costiero che vive di turismo stagionale:
Bari (Puglia, Italia) — città metropolitana di circa 320.000 abitanti sull'Adriatico, tra i poli più vivaci dell'innovazione e dell'economia culturale del Sud Italia, ma segnata da una frattura tra centro rivitalizzato e periferie, dove restano alti livelli di disoccupazione giovanile e marginalità sociale. Farà da pilota urbano, appoggiandosi al Mediterranean Innovation Hub e alle infrastrutture del CIHEAM Bari.
Silandro (Val Venosta, Alto Adige, Italia) — piccolo comune alpino di circa 6.000 abitanti, con un'economia fondata su agricoltura, artigianato e turismo e una solida tradizione cooperativa. Farà da pilota rurale/montano, puntando su modelli cooperativi per l'agricoltura circolare, lo scambio intergenerazionale di competenze tra agricoltori, artigiani e giovani imprenditori, e servizi di comunità nelle aree a bassa densità abitativa.
Porto (Portogallo) — circa 230.000 abitanti nel comune, oltre 1,7 milioni nell'area metropolitana: un centro storico di commercio e artigianato oggi in piena transizione verso un'economia creativa e sostenibile, con però uno sviluppo sociale disomogeneo tra quartieri che ne hanno beneficiato e altri che restano ai margini, tra pressione abitativa e accesso limitato all'innovazione. Farà da living lab urbano per l'innovazione sociale e l'imprenditorialità circolare.
Ticino (Svizzera) — il cantone svizzero più a sud, circa 350.000 abitanti, economia diversificata tra finanza, industria, turismo e una filiera agroalimentare di prossimità radicata sul territorio. Offrirà un contesto avanzato per sperimentare meccanismi di finanza a impatto, modelli di governance e schemi di innovazione circolare in un'economia matura.
Urla/Smirne (Türkiye) — distretto costiero semi-rurale sulla penisola di Smirne, circa 80.000 abitanti, in trasformazione da territorio a vocazione agricola a polo creativo di gastronomia, design e turismo lento. Una trasformazione che ha portato anche divari: tra comunità agricole storiche e nuovi residenti "creativi", tra economia creativa e vita quotidiana dei residenti, tra un'alta stagione turistica intensa e un inverno di attività ridotta. Farà da pilota costiero, collegandosi al progetto municipale Urla Deniz sulla rigenerazione della fascia costiera.
Bari e Porto testeranno la rigenerazione urbana su scala metropolitana; Silandro e Urla esploreranno invece la resilienza di contesti rurali e periferici; il Ticino offrirà il contro-esempio di un'economia avanzata in cui sperimentare strumenti di finanza e governance replicabili altrove. Cinque contesti diversissimi, dunque, ma che condividono la stessa domanda di fondo: è possibile rigenerare un luogo rendendolo più sostenibile e più equo, senza tradirne l'identità?
Il ruolo di UNICA - CREA: costruire il metodo
È qui che entra in gioco il CREA, risultato vincitore del bando insieme agli altri partner e capofila del WP2 – Context & Ecosystem Analysis(mesi 2-10), oltre ad avere un ruolo di primo piano nel WP6, sul fronte della valutazione partecipativa.
Il WP2 si articola in tre attività (Task):
T2.1, guidato dallo IUE (Istituto Universitario Europeo, sede di Firenze/rappresentanza turca), dedicato all'analisi delle politiche e del contesto;
T2.2, guidato da Sapienza Università di Roma, incentrato su studi comportamentali e motivazionali;
T2.3, guidato da UNICA, dedicato alla sintesi comparata integrata dei risultati dei due task precedenti.
Non è un compito di secondo piano. Il WP2 è, in sostanza, l'infrastruttura metodologica su cui verranno attivate le azioni e misurati i risultati nei cinque territori pilota: è qui che si costruiscono le lenti attraverso cui leggere, confrontare e valutare territori così diversi tra loro. Ed è proprio questa natura metodologica — più che l'applicazione a un singolo contesto — a rendere il lavoro di UNICA - CREA potenzialmente replicabile ben oltre i confini dei cinque territori coinvolti in questo progetto: una metodologia pensata per leggere un territorio, i suoi squilibri e le sue potenzialità, può in linea di principio essere applicata a qualunque comunità che si trovi ad affrontare le stesse sfide di rigenerazione, inclusione e tutela dell'identità dei luoghi.
Non è un caso che a UNICA sia stata affidata proprio la sintesi finale (T2.3): il compito non è mettere in fila i risultati dell'analisi di contesto e degli studi comportamentali, ma farli dialogare. Per farlo, il CREA porta con sé due convinzioni che coltiva da anni nei propri studi. La prima è che il valore — di un prodotto come di un'iniziativa sociale — non stia mai "dentro" un servizio preso da solo, ma nasca dall'incontro e dalla collaborazione tra le persone che lo costruiscono insieme. La seconda è che un territorio, come un'organizzazione, vada guardato come un organismo vivo: la sua salute dipende dalla qualità delle relazioni che riesce a tenere in piedi con tutto ciò che lo circonda. Messe insieme, queste due idee permettono di leggere empatia, motivazione e fiducia in sé — al centro degli studi comportamentali del progetto — non come numeri isolati da sommare, ma come il segno di quanto una comunità stia davvero co-creando insieme: un modello comportamentale pensato apposta per l'imprenditorialità sociale.
È in questa stessa cornice relazionale che si inserisce una riflessione più ampia, che ci sta a cuore, sul modo in cui misuriamo l'impatto di questi interventi. In Italia disponiamo da anni di un framework che ha già rivoluzionato il modo di leggere il progresso di un territorio: il BES, il Benessere Equo e Sostenibile, che affianca al PIL indicatori di qualità della vita, ambiente, relazioni sociali. È un approccio che si presta perfettamente allo spirito del New European Bauhaus, e che il CREA intende contribuire a estendere anche alla dimensione più sfuggente delle tre — quella estetica. La bellezza di un luogo, infatti, è stata per lungo tempo relegata a questione di gusto personale, per definizione non misurabile, e dunque marginale in qualsiasi valutazione di impatto "seria". Eppure, chiunque abbia visto, in tante aree del Mediterraneo, interventi urbanistici o infrastrutturali che hanno cancellato l'identità di un luogo in nome dell'efficienza o del profitto sa bene quanto quella perdita sia reale, e quanto pesi sul benessere di chi in quel luogo continua a viverci. Dare dignità metodologica alla dimensione estetica — provare a misurarla, anziché darla per scontata o ignorarla — è una delle sfide più interessanti che il WP2 porta con sé.
A questo si aggiunge il T6.3 – Participatory Evaluation Lab, del WP6, di cui il CREA è capofila, e che si occuperà di strumenti come storytelling, diari riflessivi, mappatura visiva e workshop di validazione con le comunità coinvolte — un modo per far emergere, letteralmente con le parole e gli occhi degli abitanti, ciò che i numeri da soli non riescono a raccontare.
Il 6 agosto si è svolto il kick-off ufficiale del progetto, un'intera giornata di lavoro online che ha riunito tutti i partner per condividere obiettivi, piani di implementazione e modalità di collaborazione tra i diversi Work Package.
Il gruppo di lavoro CREA
Dietro un progetto europeo di questa portata c'è sempre un gruppo di persone, ed è giusto che chi legge sappia chi sono e da dove vengono. Il gruppo di lavoro operativo che l'Università di Cagliari ha messo in campo per Social Nest è composito e attraversa più dipartimenti dell'ateneo, a conferma della natura interdisciplinare della sfida:
Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali: Giuseppe Melis (responsabile scientifico del progetto), Giulia Contu, Vittorio Pelligra, Stefano Zedda, Nataliia Kochkina, Fabio Corona.
Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura: Ginevra Balletto.
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali: Antonello Podda (responsabile operativo del progetto), Monica Iorio, Serena Meloni.
A questi si aggiungono Silvia Delrio, Valentina Demurtas e Laura Poletti, personale amministrativo in capo al CREA, ciascuna con un'esperienza specifica in ambito amministrativo, di project management e in public engagement e trasferimento tecnologico.
Le prossime tappe: tre borse di ricerca
Una notizia che riguarda da vicino chi si occupa di ricerca, soprattutto i più giovani: tra settembre e ottobre partiranno tre bandi per altrettante borse di ricerca, una per ciascuno dei dipartimenti coinvolti nel progetto. È un segnale concreto di come un finanziamento europeo si traduca in opportunità reali per il territorio e per la comunità accademica, oltre che in produzione di conoscenza — e, chissà, magari il primo passo di un percorso che da questi cinque pilota europei potrà, un giorno, estendersi anche più vicino a casa.
Continuerò a raccontare gli sviluppi di Social Nest su questo blog, mano a mano che il progetto avanzerà.


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