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L’Europa nel mondo: la potenza incompiuta

11 minuti fa
Tempo di lettura: 27 min

Quanto pesa davvero l'Unione europea, chi decide la sua politica estera e perché il nodo irrisolto resta quello della sovranità.

 

Immagine creata con l'AI: La costruzione europea e il suo ruolo nel mondo
Immagine creata con l'AI: La costruzione europea e il suo ruolo nel mondo

Premessa

C’è una frase che ritorna con sorprendente frequenza nel dibattito pubblico: «L’Europa non conta nulla». La sentiamo quando si parla dell’Ucraina. La sentiamo davanti alla tragedia di Gaza, quando gli Stati Uniti prendono decisioni che incidono direttamente sugli interessi europei. La sentiamo, ancora, quando si discute della Cina, dell’Iran, dell’Africa, delle migrazioni, delle guerre commerciali.

Va detto che, a volte, questa critica coglie un problema reale. Molto spesso, però, contiene un equivoco preliminare: di quale Europa stiamo parlando? Del continente europeo? Dell’Unione europea? Della Commissione? Del Consiglio europeo? Del Consiglio dell’Unione? Dei ventisette governi nazionali? Dell’Alto rappresentante per gli affari esteri?

Attenzione, non è una distinzione da giuristi! È la condizione necessaria per capire chi possiede il potere di decidere e, quindi, a chi debba essere attribuita la responsabilità di una decisione o di una mancata decisione.

Prima ancora, però, occorre rispondere a un’altra domanda: l’Unione europea possiede davvero le risorse e la capacità necessarie per essere un attore mondiale?

 

Qualche numero per inquadrare il problema

Partiamo dalla scala. Al 1° gennaio 2026 nell’Unione europea vivevano circa 452 milioni di persone. Sono molte, ma rappresentano ormai poco più del 5% della popolazione mondiale. Il dato storico è ancora più significativo: nel 1974 la quota dell’attuale UE era già scesa sotto il 10% della popolazione mondiale; nel 2023 era intorno al 5,5%. La tendenza di lungo periodo è quindi evidente: il peso demografico relativo dell’Europa diminuisce. [1]

Sul piano economico, però, il quadro è assai diverso. Secondo Eurostat, nel 2023 l’UE rappresentava il 14,7% del PIL mondiale misurato a parità di potere d’acquisto, contro il 18,8% della Cina e il 14,8% degli Stati Uniti. I dati più recenti della Commissione collocano la quota UE al 14,2% nel 2024, contro il 19,3% della Cina. [2] E soprattutto la dinamica conta almeno quanto il livello: nel 2010 la quota europea era il 17,6%. In quattordici anni è scesa al 14,2%, mentre quella cinese è passata dal 12,7% al 19,3%. [3]

 

Tabella 1 – Alcuni indicatori per capire la scala europea

Indicatore

UE

Elemento di confronto

Cosa ci dice

Popolazione, 1.1.2026

452 milioni

circa 5,5% della popolazione mondiale nel 2023

Grande mercato, ma peso demografico relativo in diminuzione

Quota PIL mondiale PPP, 2023

14,7%

USA 14,8%; Cina 18,8%

Scala economica comparabile alle maggiori potenze

Quota PIL mondiale PPP, 2024

14,2%

Cina 19,3%

Peso relativo europeo in diminuzione

Quota PIL mondiale UE, 2010

17,6%

Cina 12,7%

Inversione dei rapporti UE-Cina nell’ultimo quindicennio

Commercio mondiale di merci, 2024

2° trader mondiale per export e import, escludendo gli scambi intra-UE

Cina 1° esportatore; USA 1° importatore

Il peso commerciale resta molto elevato

Fonti: Eurostat, Commissione europea, WTO. [1][2][3][4]

 

I dati sul commercio confermano questa impressione. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), nel 2024 l’UE, considerata come un unico soggetto ed escludendo gli scambi tra i suoi membri, era il secondo maggiore attore mondiale sia nelle esportazioni sia nelle importazioni di merci. [4]

Dunque, una prima conclusione può essere formulata senza enfasi: l’Unione europea non possiede più il peso demografico relativo che l’intera Europa aveva nel Novecento, ma continua a disporre di una importante scala economica e commerciale globale.

Il problema comincia quando dalla disponibilità delle risorse passiamo alla capacità di utilizzarle politicamente.

 

Dove l’Unione decide e dove decidono gli Stati

Qui occorre entrare, seppure in estrema sintesi, nell’architettura istituzionale dell’Unione, per capire ruoli, funzioni e poteri, perché purtroppo, sono tante le persone che fanno confusione, non so se per mancata conoscenza o per volontà di confondere le idee. Forse sono vere entrambe le ipotesi.

Partiamo dal Consiglio dell'Unione europea, nel quale siedono i ministri dei 27 Stati membri nelle diverse formazioni competenti per materia. Esso decide oggi a maggioranza qualificata nella gran parte dell'attività legislativa: normalmente occorrono almeno 15 Stati su 27, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell'Unione.

Il Consiglio europeo è invece un organo distinto, composto dai capi di Stato o di governo: non legifera, ma definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali dell'Unione.

Esistono però settori considerati particolarmente sensibili nei quali, in deroga alla regola generale, anche il Consiglio dell'Unione europea delibera all'unanimità anziché a maggioranza qualificata. Uno di questi è proprio la politica estera e di sicurezza comune (PESC): l'articolo 24 del Trattato sull'Unione europea stabilisce che la PESC è definita e attuata dal Consiglio europeo e dal Consiglio dell'Unione europea, che deliberano normalmente all'unanimità, salvo le eccezioni previste dai Trattati. La logica di fondo rimane quindi intergovernativa.

Anche le sanzioni internazionali mostrano bene questa architettura: la decisione PESC che le istituisce è adottata dal Consiglio dell’Unione europea — nella formazione Affari esteri, cioè la riunione dei ministri degli Esteri dei 27, presieduta dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che può presentare proposte e iniziative nell’ambito della PESC e rappresenta l’UE nelle relazioni esterne. Ne consegue che un singolo governo può impedire una decisione condivisa dagli altri.

 

Tabella 2 – Non esiste un solo modo di “decidere in Europa”

Materia

Logica prevalente

Conseguenza politica

Mercato unico

Sovranazionale / legislazione UE

Elevata capacità di azione comune

Concorrenza

Forte competenza UE

L’UE può intervenire direttamente sul mercato

Politica commerciale comune

Competenza europea molto forte

Elevato potere negoziale esterno

Legislazione ordinaria

Prevalentemente maggioranza qualificata + Parlamento

Nessun singolo Stato dispone normalmente del veto

Politica estera e sicurezza

Prevalentemente intergovernativa

Gli Stati conservano un ruolo decisivo

Sanzioni internazionali

Unanimità nel Consiglio

Ogni governo può bloccare la decisione

Difesa

Capacità prevalentemente nazionali

Elevata frammentazione

Fonte: Trattati UE e Consiglio dell’Unione europea. [5][6]

 

Questo preambolo cambia radicalmente il significato della frase «l’Europa non decide». Quando i ventisette governi concordano, vediamo l’Unione. Quando divergono, vediamo gli Stati. Ma continuiamo a chiamare entrambe le cose “Europa”. È questo uno degli equivoci più persistenti del dibattito pubblico.

Per tale ragione è utile vedere come l’UE si posiziona nei rapporti con i diversi contesti mondiali. Per evitare una semplice rassegna geografica, userò implicitamente la stessa griglia di lettura nei diversi casi: quali risorse l’Unione può mobilitare, quali interessi convergono con quelli dell’interlocutore, quali invece divergono e, soprattutto, se l’architettura istituzionale europea consente di trasformare quelle risorse e quelle convergenze in azione comune.

In termini molto sintetici, la potenza effettivamente esercitabile dall’UE dipende quindi dall’interazione fra tre fattori: le risorse disponibili, il grado di convergenza politica fra gli Stati membri e la capacità decisionale comune prevista dai Trattati. Non è un’equazione matematica, ma una chiave interpretativa: grandi risorse possono produrre risultati modesti quando la convergenza è bassa o il processo decisionale consente il veto; viceversa, quando convergenza e capacità istituzionale sono elevate, la scala europea può trasformarsi in potere negoziale, regolatorio, finanziario o geopolitico.

 

I rapporti con gli Stati Uniti: alleanza non significa necessariamente allineamento

Partiamo dal rapporto internazionale storicamente più consolidato e, rispetto a certi parametri, più importante. Nel 2025 gli scambi di beni e servizi fra UE e Stati Uniti hanno raggiunto 1.770 miliardi di euro, oltre 4,8 miliardi al giorno. UE e USA rappresentano insieme quasi il 30% del commercio mondiale di beni e servizi e il 43% del PIL mondiale espresso in dollari. [7] Sono numeri che rendono poco credibile l’idea di una futura Europa costruita “contro” gli Stati Uniti.

Ma altrettanto discutibile sarebbe confondere alleanza e subordinazione. Gli interessi europei e americani possono coincidere sulla sicurezza del continente e divergere sul commercio; convergere sull’Ucraina e divergere sul Medio Oriente; condividere la preoccupazione per alcune dipendenze dalla Cina senza necessariamente condividere gli stessi strumenti per affrontarle.

Autonomia strategica europea non dovrebbe significare equidistanza tra Washington, Pechino e Mosca. Dovrebbe significare capacità autonoma di giudizio e di azione: essere alleati degli Stati Uniti perché lo scegliamo e perché vi riconosciamo un interesse comune, non perché manchino gli strumenti per scegliere diversamente quando gli interessi divergono.

Su molti dossier di sicurezza, va detto subito, questa capacità autonoma oggi non c'è ancora pienamente: è il problema da risolvere, non una premessa già acquisita. In questo senso, autonomia europea e appartenenza alla NATO non sono necessariamente alternative: la stessa impostazione istituzionale dell'UE considera una maggiore capacità europea di sicurezza e difesa complementare all'Alleanza atlantica — anche se, lo dico qui a titolo personale e non come analisi istituzionale, vedrei con favore una rapida e progressiva scomparsa della NATO, o quantomeno l'uscita dei Paesi UE dalla stessa. Il nodo politico resta però quello della capacità europea di formulare interessi e priorità propri.

 

Russia e Ucraina: quando gli Stati convergono, l’Unione acquista forza

La risposta all’aggressione russa dell’Ucraina rappresenta un caso particolarmente istruttivo. Nel luglio 2026 l’UE è arrivata al ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Le misure colpiscono, tra l’altro, energia, finanza, banche, criptovalute, tecnologie a duplice uso, trasporti e soggetti collegati all’apparato militare-industriale russo; nel complesso, i diversi regimi sanzionatori adottati dall’UE dall’inizio dell’invasione hanno interessato migliaia di persone ed entità. Parallelamente sono stati attivati strumenti finanziari e militari di sostegno all’Ucraina. Per il 2026-2027 è stato predisposto un prestito europeo da 90 miliardi di euro, di cui indicativamente 30 destinati al sostegno economico e 60 alle capacità di difesa dell’Ucraina. [8]

Sarebbe tuttavia sbagliato leggere questi risultati come prova di una piena omogeneità politica dei ventisette. Dietro le decisioni comuni sono esistite, e continuano a esistere, differenze significative sulla quantità e sulle modalità del sostegno militare, sul rapporto con Mosca, sull’energia russa, sull’utilizzo degli asset russi immobilizzati e sulla stessa disponibilità ad assumere impegni finanziari comuni.

Il caso del prestito da 90 miliardi è particolarmente significativo. Lo strumento è stato realizzato attraverso una cooperazione rafforzata alla quale partecipano 24 Stati membri: Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia hanno scelto di non parteciparvi e le garanzie finanziarie predisposte dall’UE non producono quindi obblighi a loro carico. Non siamo dunque davanti a ventisette governi che condividono necessariamente la stessa valutazione politica, ma a un sistema istituzionale che, quando i Trattati lo consentono, può permettere a una larga maggioranza di procedere senza essere necessariamente fermata dal dissenso di alcuni.

Per le sanzioni il problema è ancora più evidente, perché le decisioni nell’ambito della PESC richiedono normalmente l’unanimità. Le posizioni dei singoli governi possono quindi rallentare, condizionare o, in linea di principio, impedire l’azione comune. È importante sottolinearlo: non esiste una generica “Europa” che prima decide e poi viene ostacolata dagli Stati. Sono precisamente i governi degli Stati membri, riuniti nel Consiglio, a costruire — oppure a impedire — la posizione europea.

Il caso ucraino mostra perciò contemporaneamente la forza e il limite dell’attuale costruzione europea. Quando una convergenza politica sufficientemente ampia viene raggiunta, la dimensione economica, finanziaria e regolatoria dell’Unione può essere trasformata in un rilevante potere geopolitico. Quando quella convergenza viene meno, riemerge invece la frammentazione delle sovranità nazionali.

La domanda corretta non è allora soltanto: «Perché l’Europa è debole?». È più precisa e, politicamente, più scomoda: quali governi europei vogliono costruire una posizione comune, quali la ostacolano e quanto potere vogliamo riconoscere a ciascuno di essi di impedire agli altri di agire?

 

Gaza, Israele e Palestina: il problema della coerenza

Il conflitto israelo-palestinese mostra l’altra faccia della questione. Dopo il 7 ottobre 2023 l’UE ha condannato i massacri e i sequestri perpetrati da Hamas e riconosciuto il diritto di Israele alla sicurezza. Ma negli anni successivi la devastazione di Gaza, la catastrofe umanitaria, il numero enorme di vittime civili e la situazione della Cisgiordania occupata hanno progressivamente modificato anche il linguaggio delle istituzioni europee.

Nel giugno 2026 il Consiglio europeo ha chiesto il totale ritiro delle forze israeliane dalla Striscia, ribadito la prospettiva dei due Stati e respinto esplicitamente l’annuncio israeliano di voler controllare il 70% del territorio di Gaza (l’annuncio con cui, a fine maggio 2026, il premier Netanyahu aveva dichiarato di aver ordinato alle forze armate israeliane di estendere il controllo militare su gran parte della Striscia). Ha inoltre condannato comportamenti e abusi attribuiti a ministri estremisti israeliani. [9] Non siamo quindi davanti a un’UE che semplicemente “non dice nulla”.

Il problema, gravissimo per me, è piuttosto la distanza tra posizione politica dichiarata e capacità di trasformarla in azione coercitiva comune. Ed è qui che riemergono le differenze fra gli Stati membri. Il caso di Gaza pone inoltre all’Unione una questione che supera il Medio Oriente: quella della propria credibilità: se invochiamo il diritto internazionale contro l’aggressione russa, i diritti umani nei confronti dell’Iran e un ordine basato sulle regole nei confronti della Cina, dobbiamo poter spiegare perché e in che modo gli stessi principi non vengono applicati quando il soggetto coinvolto è un partner, diventato ormai scomodo, come Israele.

Questo non vuol dire sostenere che Russia, Iran, Cina e Israele siano casi equivalenti. Non lo sono. Significa qualcosa di più semplice: se i principi cambiano a seconda dell’identità del trasgressore, smettono progressivamente di essere percepiti come principi e diventano strumenti della politica di potenza. È un costo geopolitico, oltre che morale: può alimentare sfiducia verso le istituzioni europee e offrire argomenti alle forze politiche che ne contestano radicalmente la credibilità o la stessa legittimità.

 

Iran: la fermezza c’è, ma non è commisurata alla scala della repressione

Nel gennaio 2026 il Consiglio dell’Unione europea, riunito nella formazione Affari esteri, ha imposto nuove sanzioni in due distinti ambiti: 15 persone e 6 entità sono state inserite nelle liste per gravi violazioni dei diritti umani in Iran; separatamente, 4 persone e 6 entità sono state sanzionate nell’ambito del regime relativo al sostegno militare iraniano alla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, con particolare riferimento ai programmi di droni e missili. [10]

Ma la sproporzione tra questi provvedimenti e la scala del fenomeno è impressionante. Secondo Amnesty International, nel 2025 l’Iran ha eseguito almeno 2.159 condanne a morte — il numero più alto dal 1981, più del doppio delle almeno 972 del 2024, e pari a circa l’80% di tutte quelle documentate da Amnesty International nel mondo, escluse quelle non quantificabili in paesi come Cina, Corea del Nord e Vietnam. Nei primi otto mesi del 2026 le organizzazioni per i diritti umani ne hanno già documentate oltre 530: due, tre impiccagioni al giorno, ogni giorno, da mesi. [11]

Il Parlamento europeo ha approvato più risoluzioni di condanna, e nell’agosto 2026 l’UE, insieme ad altri 26 Paesi, ha firmato una dichiarazione congiunta che condanna le esecuzioni «nei termini più severi». Ma tra le parole, qualche decina di nomi in una lista di sanzioni, e una macchina che uccide più persone al giorno di quante l’Unione ne sanzioni in un anno, la distanza resta enorme. La fermezza europea nei confronti della repressione iraniana è giustificata; di fronte a numeri di questa portata, però, la domanda non riguarda più solo la coerenza verso altri interlocutori — riguarda se gli strumenti oggi in campo siano commisurati alla gravità di quanto sta accadendo.

La conclusione non dovrebbe essere: «siamo troppo duri con l’Iran». Dovrebbe essere l’opposto: dobbiamo essere capaci di applicare standard sufficientemente coerenti anche agli interlocutori che ci sono politicamente più vicini — e, prima ancora, di dotarci di strumenti commisurati alla scala di quanto accade in Iran stesso.

È una delle condizioni necessarie perché l’UE possa proporsi come sostenitrice credibile di un ordine multilaterale.

 

Cina: un rapporto che i numeri impediscono di ridurre a slogan

La Cina è forse il dossier nel quale le semplificazioni risultano più pericolose. Nel 2024 gli scambi bilaterali UE-Cina hanno raggiunto 730 miliardi di euro, ma il deficit commerciale europeo nei beni è arrivato a 305 miliardi. Insieme UE e Cina rappresentano quasi il 30% del commercio mondiale di beni e servizi e più di un terzo del PIL mondiale. [12] Pechino è quindi contemporaneamente concorrente industriale, partner commerciale, rivale sistemico e interlocutore indispensabile su numerosi problemi globali.

Al vertice del luglio 2025 l’UE ha contestato alla Cina distorsioni sistemiche, sovracapacità produttiva e problemi di accesso al mercato, ma ha contemporaneamente ribadito la volontà di cercare soluzioni negoziate.

Tutto ciò non è necessariamente contraddittorio. È la natura stessa dell’interdipendenza.

Vero è che la risposta europea non può ridursi né a una dipendenza ingenua da Pechino né all’importazione automatica di una strategia americana di contenimento. Il de-risking dovrebbe significare proprio questo: ridurre le dipendenze strategicamente pericolose senza immaginare che la seconda economia del mondo possa semplicemente essere isolata.

E anche qui la scala conta. Nessuno Stato europeo possiede individualmente nei confronti della Cina il potere negoziale del mercato europeo. Questo dato viene spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, nel quale il recupero formale di sovranità nazionale viene talvolta presentato senza valutarne la possibile contropartita in termini di minore capacità negoziale effettiva.

 

India e Indo-Pacifico: il mondo non è bipolare

Il rapporto con l’India mostra, forse meglio di altri, perché sarebbe riduttivo leggere il nuovo ordine internazionale come una semplice contrapposizione tra Stati Uniti e Cina. Al vertice UE-India del gennaio 2026 sono stati conclusi i negoziati per un accordo di libero scambio, firmato un partenariato in materia di sicurezza e difesa e adottata un’agenda strategica comune verso il 2030. UE e India rappresentano insieme circa un quarto della popolazione mondiale e quasi un quinto del commercio mondiale; l’UE è inoltre il secondo partner commerciale dell’India. [13]

Ma i numeri raccontano soltanto una parte della relazione. Le convergenze riguardano interessi molto concreti: mantenere aperto il commercio internazionale, diversificare mercati e catene di approvvigionamento, garantire la sicurezza delle rotte marittime, sviluppare tecnologie strategiche e infrastrutture digitali, cooperare sulla transizione energetica e rafforzare un sistema multilaterale che nessuno dei due ha interesse a vedere trasformato in una rigida divisione del mondo in blocchi contrapposti. Il partenariato sulla sicurezza e difesa comprende infatti sicurezza marittima, industria e tecnologie della difesa, spazio, cyber e minacce ibride, antiterrorismo. La cooperazione tecnologica si sta contemporaneamente estendendo a semiconduttori, intelligenza artificiale, calcolo ad alte prestazioni, tecnologie quantistiche e 6G.

Convergenza, tuttavia, non significa allineamento. L’India persegue da tempo una propria autonomia strategica e mantiene relazioni economiche, energetiche e militari con attori — a cominciare dalla Russia — rispetto ai quali le posizioni europee sono differenti. Anche su commercio, standard, clima e accesso ai mercati gli interessi non coincidono necessariamente. Il valore della relazione sta precisamente qui: UE e India non devono condividere ogni scelta geopolitica per riconoscere l’esistenza di interessi comuni sufficientemente importanti da giustificare una cooperazione strutturata.

Lo stesso ragionamento può essere esteso all’Indo-Pacifico. Con Giappone e Corea del Sud l’UE ha costruito partenariati di sicurezza e difesa che comprendono sicurezza marittima, spazio, cyber, contrasto alle minacce ibride, non proliferazione e gestione delle crisi. Con l’Australia, nel marzo 2026, alla firma di un analogo partenariato si è accompagnata la conclusione dei negoziati per un accordo di libero scambio. Con l’ASEAN, infine, l’Unione ha sviluppato un partenariato strategico che intreccia commercio, investimenti, connettività, transizione verde e digitale e sicurezza marittima. [13]

Non si tratta di costruire un nuovo “blocco europeo” contrapposto a quelli americano o cinese. È quasi il contrario. India, Giappone, Corea del Sud, Australia e i paesi dell’ASEAN hanno interessi, sistemi politici, rapporti con Washington e Pechino e strategie internazionali differenti. Non costituiscono un insieme omogeneo e non devono essere presentati come tale.

È proprio questa pluralità a rendere l’Indo-Pacifico strategico per l’Europa. In un sistema internazionale sempre più multipolare, l’autonomia europea non consiste nell’equidistanza fra Stati Uniti e Cina, ma nella capacità di individuare autonomamente interessi e obiettivi, costruendo coalizioni diverse a seconda dei problemi: commercio con alcuni partner, sicurezza marittima con altri, tecnologie con altri ancora, clima, ricerca o infrastrutture con coalizioni eventualmente differenti.

In questa prospettiva l’Indo-Pacifico non è soltanto il luogo della competizione tra Washington e Pechino. È uno degli spazi nei quali l’Unione europea può verificare concretamente se sia capace di comportarsi come un attore geopolitico autonomo: non sostituendo una dipendenza con un’altra, ma moltiplicando relazioni, riducendo dipendenze critiche e costruendo convergenze sulla base dei propri interessi e dei propri principi.

 

Il Golfo: dialogare non significa condividere

Nell’ottobre 2024 si è svolto il primo vertice tra Unione europea e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). I sei paesi che ne fanno parte — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman — avevano generato nel 2023 circa 170 miliardi di euro di scambi commerciali con l’UE, che risultava il loro secondo partner commerciale. [14] Ma ridurre il rapporto alla dimensione commerciale o energetica sarebbe fuorviante.

Gli interessi comuni sono ormai molto più ampi. UE e GCC hanno individuato spazi di cooperazione negli investimenti, nella sicurezza energetica, nelle energie rinnovabili e nell’idrogeno, nelle materie prime critiche, nelle infrastrutture e nella connettività, nelle tecnologie digitali e avanzate, nella ricerca e nella resilienza delle catene di approvvigionamento. Rimane inoltre sul tavolo la prospettiva di rafforzare ulteriormente le relazioni commerciali e di investimento, attraverso strumenti regionali o accordi bilaterali adattati ai singoli paesi.

Ancora più importante è la crescente dimensione geopolitica della relazione. Sul conflitto israelo-palestinese UE e GCC hanno condiviso la richiesta di cessate il fuoco, accesso umanitario e soluzione dei due Stati; Arabia Saudita, Unione europea e Norvegia hanno inoltre promosso nel 2024 la Global Alliance for the Implementation of the Two-State Solution. Sull’Ucraina, il vertice UE-GCC ha riaffermato il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati e richiamato espressamente la risoluzione delle Nazioni Unite che condanna l’aggressione russa. Ciò non significa, tuttavia, che i paesi del Golfo abbiano adottato la strategia europea di sanzioni e isolamento di Mosca: convergere sui principi non significa necessariamente condividere gli strumenti attraverso i quali applicarli.

Anche la sicurezza del Golfo costituisce ormai un interesse europeo diretto. La libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, la protezione delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali e la prevenzione di un’ulteriore destabilizzazione regionale incidono sulla sicurezza e sull’economia europee. Nel marzo 2026, dopo gli attacchi iraniani contro paesi del GCC, i ministri degli Esteri delle due organizzazioni hanno rafforzato il coordinamento su sicurezza regionale, programma nucleare iraniano, missili e droni, libertà di navigazione e stabilità dei mercati energetici. [14]

Le convergenze, tuttavia, non cancellano le divergenze. I sei Stati del GCC non costituiscono anzitutto un blocco geopolitico perfettamente omogeneo: mantengono strategie internazionali, rapporti con Iran, Russia, Cina e Stati Uniti e priorità economiche non sempre coincidenti. E rimane una distanza rilevante tra l’Unione e diversi paesi del Golfo sul terreno dei diritti umani, delle libertà politiche e civili, della pena di morte, delle condizioni dei lavoratori migranti e, con differenze significative fra un paese e l’altro, dei diritti delle donne.

Il rapporto con i Paesi del Golfo mostra quindi un altro aspetto di ciò che potrebbe significare autonomia strategica europea. Una politica estera adulta non consiste nel dialogare soltanto con chi condivide il nostro modello politico, né nel fingere che le differenze non esistano. Consiste nel riconoscere interessi comuni, costruire cooperazione dove è possibile e mantenere contemporaneamente la capacità di esprimere e sostenere le proprie posizioni quando principi e interessi divergono.

Dialogare non significa approvare. Ma neppure dissentire significa rinunciare a dialogare. In un sistema internazionale multipolare, la capacità di tenere insieme queste due dimensioni è essa stessa una forma di potere politico.

 

Africa: i dati raccontano qualcosa di diverso dalla percezione comune

L’Africa è forse uno dei casi nei quali percezione europea e realtà economica divergono maggiormente.

L’UE è tuttora il principale partner commerciale dell’insieme dei paesi africani e il loro maggiore mercato di esportazione, davanti a Cina, India e Stati Uniti. Nel 2024 gli scambi UE-Africa valevano circa 355 miliardi di euro e rappresentavano circa un terzo del commercio complessivo africano. Oltre il 90% delle esportazioni africane entra nel mercato europeo senza dazi attraverso i diversi regimi preferenziali. [15]

Il Global Gateway — la strategia europea di investimenti in infrastrutture, energia e connettività digitale nel mondo, pensata anche come risposta alla Belt and Road Initiative cinese — ha inoltre previsto un pacchetto Africa-Europa di circa 150 miliardi di euro. Ma, attenzione alle parole: non si tratta semplicemente di 150 miliardi “spesi da Bruxelles”. Global Gateway utilizza un approccio Team Europe, mettendo insieme UE, Stati membri, istituzioni finanziarie e capitale mobilitato. Dal 2021, secondo la Commissione, Team Europe ha mobilitato complessivamente oltre 306 miliardi di euro attraverso Global Gateway nel mondo. [16]

Questa distinzione è importante perché evita di trasformare uno strumento finanziario complesso in propaganda contabile.

Ma rimane un problema politico. Per troppo tempo l’Europa ha guardato all’Africa prevalentemente attraverso tre lenti: aiuti allo sviluppo, migrazioni e sicurezza. Nel frattempo, Cina, Turchia, Russia, paesi del Golfo e altri attori hanno sviluppato proprie strategie africane.

La sfida europea consiste quindi nel passare realmente dal paradigma donatore-beneficiario a quello del partenariato. E un partenariato non può essere definito tale se guardiamo all’Africa soltanto quando abbiamo bisogno di contenere i flussi migratori, procurarci materie prime o contrastare l’influenza di qualcun altro.

Le convergenze potenziali sono consistenti: entrambe le parti hanno interesse a sviluppare infrastrutture e connettività, rafforzare il commercio e le catene del valore, aumentare la produzione energetica, sostenere la trasformazione digitale, creare occupazione e rendere più rappresentative le istituzioni multilaterali. Il vertice UE-Unione africana del novembre 2025 ha infatti posto al centro proprio commercio e investimenti, pace e sicurezza, multilateralismo, transizione verde e digitale, migrazione e mobilità. Ha inoltre richiamato la necessità di riformare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e l’architettura finanziaria internazionale, temi sui quali la richiesta africana di maggiore rappresentanza incontra un interesse europeo a preservare un ordine multilaterale efficace. [15]

Le divergenze sono però altrettanto reali. Sul clima e sulle materie prime, ad esempio, l’Europa tende a privilegiare sicurezza degli approvvigionamenti, decarbonizzazione e standard ambientali, mentre molti paesi africani chiedono che la transizione non limiti il loro diritto allo sviluppo e che una quota maggiore del valore aggiunto resti nel continente attraverso trasformazione locale, industrializzazione e occupazione. Sulle migrazioni l’interesse europeo al controllo delle frontiere e ai rimpatri convive con quello africano alla mobilità legale, alla circolazione di studenti e lavoratori e alla tutela delle rimesse. E sui conflitti internazionali non esiste una “posizione africana” unica: i governi del continente mantengono rapporti differenti con Europa, Cina, Russia, Turchia, Stati Uniti e paesi del Golfo. Proprio per questo l’Africa non può essere trattata come terreno sul quale le grandi potenze competono: è composta da attori che scelgono, negoziano e diversificano autonomamente le proprie relazioni.

 

America Latina: il ritorno della geopolitica attraverso il commercio

Anche l’America Latina è stata a lungo sottovalutata. Il vertice UE-CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici) del novembre 2025 ha rilanciato esplicitamente il rapporto biregionale nel nome del multilateralismo, della cooperazione internazionale, delle transizioni verde e digitale e della sicurezza. [17]

Pochi mesi dopo, il 17 gennaio 2026, sono stati firmati gli accordi UE-Mercosur.

Gli accordi riguardano un mercato di oltre 700 milioni di persone e sono descritti dalle istituzioni europee come destinati a creare la più grande zona di libero scambio del mondo. Nel frattempo, l’accordo interinale sugli scambi (iTA) è applicato in via provvisoria dal 1° maggio 2026. La sua conclusione formale richiede il consenso del Parlamento europeo e la successiva decisione del Consiglio. L’accordo di partenariato complessivo (EMPA), che comprende anche materie di competenza degli Stati membri, richiede invece la ratifica di tutti gli Stati membri secondo le rispettive procedure costituzionali — che in alcuni ordinamenti possono coinvolgere anche parlamenti regionali — prima di poter entrare pienamente in vigore.

La ragione tecnica di questa differenza è che l’accordo commerciale interinale riguarda materie rientranti nella competenza esclusiva dell’UE, mentre l’accordo di partenariato più ampio comprende anche materie di competenza degli Stati membri. Per questo il primo segue una procedura esclusivamente europea, mentre il secondo richiede la ratifica di tutti gli Stati membri secondo le rispettive procedure costituzionali — un processo che può durare anni. [18]

Anche questo è politica estera. Diversificare le relazioni economiche, costruire legami con Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e più in generale con l’America Latina significa ridurre dipendenze e ampliare lo spazio strategico europeo. Non tutto ciò che è geopolitica passa attraverso eserciti e portaerei.

Anche qui, tuttavia, convergenza non significa identità di interessi. UE e paesi latinoamericani condividono in larga misura l’interesse per il multilateralismo, per la diversificazione delle relazioni economiche e per la cooperazione sulle transizioni verde e digitale; ma possono divergere su agricoltura, standard ambientali e sociali, accesso ai mercati, materie prime e distribuzione dei benefici lungo le catene del valore. L’America Latina, inoltre, non costituisce un blocco geopolitico omogeneo: i governi della regione mantengono orientamenti differenti nei confronti di Stati Uniti, Cina, Russia e della stessa Unione europea.

Il Mercosur rende visibile anche una tensione interna all’Unione. Un accordo che, nel suo complesso, amplia lo spazio economico e strategico europeo può produrre costi e benefici distribuiti in modo diverso fra settori e territori. Le preoccupazioni per i prodotti agricoli sensibili hanno infatti portato l’UE a predisporre specifiche clausole di salvaguardia e meccanismi rafforzati di monitoraggio. È un esempio utile: la politica commerciale comune conferisce all’Unione un potere negoziale che nessuno Stato membro possiederebbe da solo, ma l’esercizio di quel potere richiede comunque di comporre interessi nazionali e settoriali differenti. [18]

 

Balcani occidentali e vicinato: il potere particolare dell’allargamento

C’è poi uno strumento che nessun altro attore internazionale possiede nella stessa forma: la possibilità di entrare nell’Unione.

Nel dicembre 2025 il vertice UE-Balcani occidentali ha ribadito esplicitamente che il futuro della regione è nell’UE e che l’allargamento rimane un obiettivo strategico. [19]

La politica di allargamento è una forma peculiare di potere internazionale. Per aderire all’Unione, uno Stato candidato deve trasformare legislazione, istituzioni, politiche economiche, amministrazione, giustizia e progressivamente anche allineare la propria politica estera. È forse uno degli esempi più evidenti di soft power istituzionale (la capacità di orientare le scelte altrui attraverso l’attrattiva delle proprie regole e istituzioni, non con la coercizione).

Ma anche questo potere perde credibilità se la promessa dell’adesione diventa indefinitamente rinviata o se gli Stati membri utilizzano il veto per questioni bilaterali.

 

E la difesa?

Prima di guardare ai numeri, va distinta la difesa europea dalla NATO. La difesa collettiva di gran parte degli Stati membri resta oggi incardinata nell’Alleanza atlantica, mentre sicurezza e difesa rimangono in larga misura competenze nazionali. L’UE può coordinare, finanziare e incentivare cooperazione, appalti congiunti, interoperabilità e sviluppo industriale, ma non dispone ancora di una difesa federale né di una catena politica di comando equivalente a quella di uno Stato. I documenti europei più recenti parlano infatti di una maggiore responsabilità europea per la propria difesa, considerando al tempo stesso la NATO il cardine della difesa collettiva in Europa. Proprio questa incompiutezza rende improprio sia dire che «la NATO decide la politica estera europea», sia parlare di una piena autonomia strategica già realizzata. [21]

Qui dobbiamo essere particolarmente rigorosi con i numeri. Secondo SIPRI, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti rimangono nettamente il primo paese al mondo. Cina e Russia seguono. L’intera Europa ha speso 864 miliardi, con un aumento del 14% in un solo anno. Ma “Europa” non significa UE.

Il dato comprende Russia, Ucraina, Regno Unito e altri paesi europei non appartenenti all’Unione. I membri europei della NATO hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari. Anche questo aggregato, però, non coincide con l’UE. [20]

La distinzione non è pedanteria statistica. È il problema stesso. L’Europa dispone complessivamente di risorse militari enormi, ma esse sono distribuite fra Stati, sistemi d’arma, strutture di comando, industrie e procedure di approvvigionamento differenti.

La questione europea non è quindi semplicemente quanto spendiamo. È anche quanto potere militare effettivo riusciamo a ottenere per ogni euro speso. La frammentazione degli acquisti, dei sistemi d’arma e delle catene industriali riduce le economie di scala e ostacola l’interoperabilità. Per questo le iniziative europee più recenti puntano ad aggregare la domanda, favorire appalti comuni, rafforzare la base industriale e tecnologica europea della difesa e sviluppare capacità condivise. Il problema, dunque, non è soltanto spendere di più, ma decidere se continuare a farlo prevalentemente attraverso logiche nazionali o costruire progressivamente capacità comuni. [21]

 

Una prima mappa: potenza disponibile e capacità di esercitarla

Possiamo allora provare a riassumere quanto emerge.

 

Tabella 3 – Il paradosso della potenza europea

Dimensione

Risorse potenziali

Capacità di azione comune

Principale limite

Mercato

Molto elevate

Molto elevata

Differenze interne

Commercio internazionale

Molto elevate

Molto elevata

Dipendenze esterne

Regolazione

Elevate

Elevata

Competizione normativa globale

Moneta

Elevate

Elevata ma incompleta

Euro non adottato da tutti gli Stati UE

Cooperazione e investimenti esterni

Elevate

Medio-alta

Frammentazione degli strumenti

Sanzioni

Potenzialmente elevate

Variabile

Unanimità

Politica estera

Elevate come potenziale

Variabile

Divergenze fra Stati

Difesa

Risorse aggregate elevate

Relativamente frammentata

Sovranità nazionale, duplicazioni, interoperabilità

Rappresentanza geopolitica

Potenzialmente elevata

Variabile

Molteplicità di governi e priorità

 

Questa tabella non pretende di essere un indice quantitativo: è una sintesi interpretativa dei dati precedenti. Ma rende visibile il paradosso.

L’UE tende a essere più efficace proprio nei settori nei quali gli Stati hanno accettato di condividere maggiormente la sovranità. Diventa più debole là dove la sovranità rimane prevalentemente nazionale.

Non è una prova matematica a favore di una più profonda integrazione in senso federale. È però un’evidenza istituzionale che merita di essere presa sul serio.

 

Il vero problema: una potenza senza un governo della potenza

L’Unione dispone dunque di un mercato unico. Ha una politica commerciale comune. Dispone di una moneta condivisa dalla maggior parte dei suoi membri. Ha una politica della concorrenza capace di incidere sulle strategie delle maggiori imprese mondiali. Produce standard che vengono applicati ben oltre i suoi confini. Può negoziare accordi commerciali che riguardano centinaia di milioni di persone. Può mobilitare investimenti su scala continentale.

E tuttavia, quando occorre prendere alcune delle decisioni geopolitiche più delicate, riemergono ventisette sovranità nazionali.

Non lo ha imposto qualche oscuro burocrate di Bruxelles. È il modo nel quale gli Stati membri hanno costruito l’Unione. Ed è quindi agli Stati che dobbiamo guardare quando chiediamo perché, in determinate circostanze, l’Europa non riesca a decidere.

 

Ma la soluzione federale non è gratuita

A questo punto sarebbe troppo facile concludere: aboliamo l’unanimità e costruiamo la federazione. Il problema è più serio.

Una politica estera decisa a maggioranza significa accettare che un governo nazionale possa essere messo in minoranza su una questione che considera vitale.

Una difesa comune pone questioni enormi sulla catena democratica di comando: chi decide l’impiego della forza? Chi autorizza una missione militare? A quale Istituzione risponde un eventuale esecutivo europeo? Al Consiglio degli Stati o al Parlamento europeo o a entrambi in modo paritetico?

Una maggiore capacità fiscale comune implica trasferimenti, responsabilità, controlli e solidarietà finanziaria. Significa, in altri termini, completare la dimensione economica dell’Unione economica e monetaria, che rimane caratterizzata da una capacità fiscale e di governo economico comune molto meno sviluppata rispetto al grado di integrazione raggiunto sul versante monetario.

E quale ruolo per le regioni in tale architettura? È auspicabile una trasformazione del Comitato delle Regioni in una terza camera rappresentativa delle comunità locali?

Una federazione senza adeguata legittimazione democratica rischierebbe di trasferire potere verso l’alto senza trasferire nella stessa misura responsabilità politica e controllo.

Sono obiezioni serie.

Il federalismo che può rispondere ai problemi descritti in queste pagine deve quindi essere più democratico, non si tratta solo di trasferire dagli Stati all’Unione alcuni poteri. Si tratta di accompagnare questo processo con il coinvolgimento dei popoli e di stabilire chiaramente quali competenze appartengano all’Unione, quali agli Stati e quali ai livelli territoriali inferiori che reclamano legittimamente maggiori competenze; rafforzare il controllo parlamentare; costruire un’autentica responsabilità politica dell’esecutivo europeo; preservare il principio di sussidiarietà (per cui l’Unione interviene solo dove gli Stati e le Regioni, da soli, non potrebbero agire altrettanto efficacemente).

Federazione non significa cancellazione degli Stati né sostituire un centralismo nazionale con un centralismo europeo. Significa distribuire la sovranità fra livelli differenti e decidere a quale livello ciascuna competenza possa essere esercitata in modo più efficace e democraticamente controllabile. In questa prospettiva occorre anche interrogarsi sull’assetto degli attuali Stati e dare risposte alle nazioni senza Stato che rivendicano una propria soggettività. È, in fondo, un’applicazione istituzionale del principio sistemico: governare le interdipendenze senza cancellare le autonomie.

 

Recuperare sovranità o perdere capacità di decidere?

Qui arriviamo forse alla domanda più importante. Molte forze politiche europee propongono oggi, con intensità e progetti molto differenti, di restituire maggiori competenze agli Stati. È una posizione legittima e non va caricaturizzata.

Ma deve rispondere alla stessa domanda alla quale deve rispondere il federalismo: quale configurazione istituzionale consente ai cittadini europei di esercitare maggiore capacità effettiva di determinare il proprio futuro?

Perché sovranità formale e potere reale non sono la stessa cosa. L’Italia può riacquisire formalmente una competenza da Bruxelles. Ma se, esercitandola da sola, dispone di un potere negoziale molto inferiore nei confronti di Stati Uniti, Cina, grandi piattaforme tecnologiche o mercati finanziari globali, siamo sicuri che abbia aumentato la propria sovranità? Oppure ha aumentato la propria autonomia giuridica riducendo contemporaneamente la propria capacità effettiva di incidere?

È questo, a mio avviso, il problema che il dibattito sovranista tende troppo spesso a eludere.

 

Ciò che il secondo dopoguerra ci ha insegnato

Anche in questo caso occorre rifuggire dalle mitologie, soprattutto con quello che stiamo osservando in questi ultimi anni. Per questo non è corretto affermare semplicemente che «l’Unione europea ha garantito ottant’anni di pace».

La stabilità dell’Europa occidentale dopo il 1945 è stata prodotta da molti fattori: la presenza americana, la NATO, la deterrenza nucleare, la Guerra fredda, la crescita economica, la democratizzazione e, certamente e in modo estremamente importante, anche il processo di integrazione europea.

Quest’ultimo ha prodotto qualcosa di storicamente straordinario: Francia e Germania, protagoniste di tre guerre devastanti tra il 1870 e il 1945, hanno progressivamente trasferito la gestione dei propri conflitti di interesse dentro istituzioni comuni. Carbone e acciaio, mercato, regole, Parlamento, Corte di giustizia, moneta.

Non è scomparso il conflitto politico. È cambiato il modo di gestirlo.

Quello che per secoli era stato un problema di equilibrio di potenza fra Stati è diventato sempre più un problema di negoziazione, diritto e compromesso dentro istituzioni condivise.

Questa è una delle grandi conquiste politiche del secondo dopoguerra europeo. Ed è precisamente per questo che ogni progetto di ritorno alla centralità assoluta degli Stati nazionali dovrebbe spiegare non soltanto ciò che vuole recuperare, ma anche come intende preservare ciò che l’integrazione ha costruito.

 

Una sovranità da condividere per non perderla

I numeri dai quali siamo partiti ci riportano infine alla politica: 452 milioni di abitanti, una quota dell’economia mondiale ancora comparabile a quella delle maggiori potenze; uno dei principali poli commerciali del pianeta; il primo partner commerciale dell’Africa, relazioni economiche con gli Stati Uniti per 1.770 miliardi di euro all’anno, 730 miliardi di scambi con la Cina, accordi che possono creare uno spazio economico di oltre 700 milioni di persone con il Mercosur, una capacità regolatoria capace di influenzare comportamenti economici ben oltre i confini europei. Le risorse esistono.

Contemporaneamente il peso relativo dell’Europa diminuisce. La Cina cresce. L’India cresce. Il baricentro demografico ed economico mondiale si sposta. Gli Stati Uniti perseguono sempre più apertamente i propri interessi strategici. La Russia ha riportato la guerra su larga scala nel continente. Le potenze medie acquistano maggiore autonomia.

In questo mondo, la domanda non è più soltanto quanta sovranità nazionale siamo disposti a trasferire all’Europa. È anche: quanta sovranità effettiva siamo ancora in grado di esercitare attraverso i singoli Stati europei?

Una federazione europea non garantirebbe automaticamente politiche migliori. Potrebbe sbagliare. Potrebbe assumere decisioni che non condividiamo. Potrebbe essere governata da maggioranze politiche molto diverse da quelle che preferiamo. Ma questa è precisamente la natura della democrazia.

La questione è se vogliamo costruire istituzioni europee sufficientemente democratiche da poter decidere, essere controllate, essere contestate e infine essere sostituite dagli elettori. Oppure continuare a chiedere all’Unione di essere una potenza mondiale mantenendo, sulle questioni decisive, ventisette possibili poteri di veto.

Non possiamo pretendere contemporaneamente sovranità nazionale intatta e sovranità europea efficace. È questa la scelta che prima o poi dovremo affrontare.

Forse, allora, il problema dell’Europa non è che siamo andati troppo avanti. È che abbiamo costruito mercato, moneta, diritto, istituzioni e una parte consistente della nostra sovranità comune, ma ci siamo fermati proprio davanti al passaggio politicamente più difficile. Abbiamo costruito una potenza potenziale senza completarne il governo democratico.

E in un mondo che sta cambiando molto più rapidamente di noi, rimanere a metà strada potrebbe essere la scelta più rischiosa di tutte.


Fonti e riferimenti essenziali

[1] Eurostat, EU population continued to grow in 2025, 10 luglio 2026; Eurostat, Key figures on Europe – 2024 edition; Eurostat, Key figures on the EU in the world – 2025 edition.

[2] Eurostat, Key figures on the EU in the world – 2025 edition.

[3] Commissione europea, 2026 European Macroeconomic Report, Annex 1, “The European Union and Euro Area in the World”.

[4] WTO, Global Trade Outlook and Statistics, aprile 2025, Appendix Table 2, dati sul commercio mondiale di merci 2024, esclusi gli scambi intra-UE.

[5] Trattato sull’Unione europea, art. 24; Consiglio dell’UE, How does the Council vote?.

[6] Consiglio dell’UE, How the EU adopts and reviews sanctions.

[7] Consiglio dell’UE/Eurostat, EU relations with the United States, dati 2025.

[8] Consiglio dell’UE, 21st package of sanctions against Russia, 23 luglio 2026; EU financial assistance to Ukraine / Ukraine support loan, aggiornamento 2026.

[9] Consiglio europeo, Conclusioni del 18-19 giugno 2026, sezione Gaza/Cisgiordania.

[10] Consiglio dell’UE, Iran: Council adopts new sanctions over serious human rights violations and Iran’s continued support to Russia’s war of aggression against Ukraine, 29 gennaio 2026.

[11] Amnesty International, Global Report: Death Sentences and Executions 2025, maggio 2026 (almeno 2.159 esecuzioni in Iran nel 2025, il dato più alto dal 1981, oltre l’80% del totale mondiale); Iran Human Rights (IHRNGO), rapporti mensili 2026 (almeno 532 esecuzioni registrate tra gennaio e agosto 2026).

[12] Consiglio europeo, 25th EU-China Summit, 24 luglio 2025.

[13] Consiglio europeo, EU-India Summit, 27 gennaio 2026.

[14] Consiglio europeo, First EU-Gulf Cooperation Council Summit, 16 ottobre 2024.

[15] Consiglio europeo, EU-African Union Summit, 24-25 novembre 2025, dichiarazione congiunta e sezioni su commercio e investimenti, multilateralismo, migrazione e mobilità; Consiglio dell’UE, EU-Africa trade: facts and figures, dati 2024-2025.

[16] Commissione europea, Global Gateway; EU-Africa Global Gateway Investment Package, dati aggiornati al 2026.

[17] Consiglio europeo, EU-CELAC Summit, 9 novembre 2025.

[18] Consiglio dell’UE, EU-Mercosur agreements explained, aggiornamento 2026; Consiglio dell’UE, Council greenlights signature of the comprehensive partnership and trade agreement, 9 gennaio 2026 (incluse misure di salvaguardia bilaterali); Commissione europea, EU-Mercosur agreement: provisional application from 1 May 2026.

[19] Consiglio europeo, EU-Western Balkans Summit, 17 dicembre 2025.

[20] SIPRI, Trends in World Military Expenditure, 2025, Fact Sheet, aprile 2026.

[21] Commissione europea / Alto rappresentante, White Paper for European Defence – Readiness 2030, 19 marzo 2025; Consiglio europeo/Consiglio dell’UE, European defence readiness, aggiornamenti 2026.

 

Riferimenti scientifici

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Bradford, A. (2020), The Brussels Effect: How the European Union Rules the World, Oxford University Press.

Bretherton, C., Vogler, J. (2006), The European Union as a Global Actor, 2nd ed., Routledge.

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Hooghe, L., Marks, G. (2001), Multi-Level Governance and European Integration, Rowman & Littlefield.

Howorth, J. (2018), “Strategic autonomy and EU-NATO cooperation: threat or opportunity for transatlantic defence relations?”, Journal of European Integration, 40(5), 523–537. https://doi.org/10.1080/07036337.2018.1512268

Manners, I. (2002), “Normative Power Europe: A Contradiction in Terms?”, Journal of Common Market Studies, 40(2), 235–258. https://doi.org/10.1111/1468-5965.00353

Scharpf, F. W. (1988), “The Joint-Decision Trap: Lessons from German Federalism and European Integration”, Public Administration, 66(3), 239–278. https://doi.org/10.1111/j.1467-9299.1988.tb00694.x

Schimmelfennig, F., Leuffen, D., Rittberger, B. (2015), “The European Union as a system of differentiated integration: interdependence, politicization and differentiation”, Journal of European Public Policy, 22(6), 764–782. https://doi.org/10.1080/13501763.2015.1020835

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