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DALLA REGRESSIONE IDENTITARIA ALLA RINEGOZIAZIONE DELL’ORDINE GLOBALE: UNA FASE DI PASSAGGIO

L’ordine globale non è dato dai confini visibili, ma dalle regole che tengono insieme sistemi interdipendenti.
L’ordine globale non è dato dai confini visibili, ma dalle regole che tengono insieme sistemi interdipendenti.

Figure come Roberto VannacciMatteo Salvini e, in modo più ambiguo, Giorgia Meloni, non sono anomalie del sistema politico italiano. Sono espressioni locali di un fenomeno più ampio, che attraversa l’Occidente e che segnala una crisi profonda dell’ordine politico, economico e simbolico costruito dopo la Seconda guerra mondiale.

Quel sistema – fondato su multilateralismo, cooperazione economica, istituzioni sovranazionali e diritti universali – era certamente imperfetto, spesso ingiusto e segnato da evidenti asimmetrie di potere. Ma aveva un presupposto fondamentale: l’idea che la complessità del mondo dovesse essere governata attraverso regole condivise, non negata attraverso il ritorno alla forza bruta, ai confini rigidi e alle identità chiuse.

Il pensiero intollerante che oggi torna a occupare la sfera pubblica si nutre invece di una semplificazione radicale. Trasforma l’insicurezza economica in paura culturale, la crisi della rappresentanza in odio verso il diverso, la perdita di orientamento in nostalgia autoritaria. È un pensiero regressivo, non perché “di destra”, ma perché incapace di produrre spiegazioni adeguate del presente. Lo si vede chiaramente quando prova a leggere fenomeni strutturali come le migrazioni, le catene globali del valore o la crisi energetica: invece di analizzarne le cause sistemiche – demografiche, economiche, geopolitiche – li riduce a emergenze morali o a colpe individuali, trasformando problemi complessi in narrazioni semplicistiche che non spiegano nulla e non risolvono nulla.

In questo senso, Vannacci rappresenta la versione più rozza e scoperta di tale regressione: biologizzazione delle differenze, culto dell’ordine gerarchico, disprezzo per la complessità, ostilità verso il sapere scientifico. Salvini ne incarna la versione populista e opportunistica: slogan, nemici mobili, semplificazione sistematica del reale. Meloni, invece, è politicamente più sofisticata. Da presidente del Consiglio adotta un registro istituzionale, dialogante, persino democristiano; ma nei contesti di partito riemerge una visione del mondo profondamente identitaria, escludente, fondata sugli stessi valori di fondo: nazione come corpo omogeneo, tradizione come argine, differenza come minaccia.

Questa ambivalenza non è casuale. È la cifra di una fase di transizione. Da un lato, l’impossibilità di governare uno Stato complesso senza mediazione, compromesso e regole condivise. Dall’altro, la necessità di alimentare un consenso interno che si fonda ancora su rabbia, risentimento e contrapposizione.

A livello globale, la spallata di Trump al sistema multilaterale ha avuto un effetto dirompente. Ha reso evidente ciò che molti fingevano di non vedere: l’ordine post-bellico era già in crisi, e non sarebbe stato sostenibile così com’era. L’elemento davvero dirompente dell’esperienza di Donald Trump non è il rifiuto del multilateralismo in quanto tale, ma la sua sostituzione con un modello fondato su negoziazioni bilaterali personalistiche, opache e asimmetriche, in cui le regole pubbliche vengono rimpiazzate da rapporti di forza contingenti. Ma la risposta a quella crisi può seguire due strade opposte. Una è la regressione nazionalista e autoritaria. L’altra è la rinegoziazione delle regole del gioco.

In questo quadro, l’Unione Europea sta cercando – tra mille contraddizioni – di percorrere la seconda strada. Gli accordi con l’America Latina (Mercosur), il rafforzamento dei rapporti con l’India, il tentativo di ridefinire una politica industriale e commerciale meno ingenua e più strategica, indicano la volontà di costruire un nuovo multilateralismo. Non più fondato sull’illusione di un mondo pacificato, ma sulla consapevolezza delle interdipendenze. Questo non significa che l’Unione Europea agisca in modo neutrale o altruista: come ogni attore razionale, persegue i propri interessi, ma lo fa entro cornici regolative pubbliche, negoziate e verificabili, che rendono quegli interessi discutibili e correggibili, anziché imposti unilateralmente.

Peraltro, le resistenze, soprattutto in paesi come Francia e Italia, sono reali e in parte comprensibili. Settori agricoli e produttivi temono di pagare il prezzo dell’apertura. Capisco la paura di chi produce: ma la paura diventa politica utile solo quando incontra numeri, strumenti e responsabilità misurabili. Se resta sfogo, diventa carburante per chi vive di rabbia. Ma qui sta il nodo politico vero: non è l’apertura in sé il problema, bensì l’assenza di politiche di accompagnamento, redistribuzione e riconversione. Senza queste, il commercio diventa minaccia; con queste, può diventare opportunità.

Ed è proprio nel vuoto lasciato da questa incapacità che prosperano i discorsi regressivi. Non offrono soluzioni, ma colpevoli. Non costruiscono futuro, ma promettono protezione simbolica. Il loro successo non è segno di forza ideologica, ma di fallimento della politica nel governare la transizione.

La posta in gioco, oggi, non è la difesa dell’ordine del passato. È la capacità di immaginarne uno nuovo. Chi invoca muri, identità fisse e gerarchie naturali non sta difendendo la civiltà occidentale: sta certificando la propria incapacità di farla evolvere. La vera alternativa non è tra globalismo e sovranismo, ma tra regressione cognitiva e governo della complessità.

 

Gli accordi tra UE e Mercosur

L’accordo UE–Mercosur non è un “via libera” indistinto alle importazioni: è un patto commerciale con liberalizzazioni graduate e, soprattutto, con quote e salvaguardie che esistono proprio perché l’agricoltura europea è politicamente e socialmente sensibile. I numeri aiutano a capire le proporzioni reali. Nel pilastro commerciale, le importazioni agricole “sensibili” dal Mercosur sono incanalate in contingenti tariffari (TRQ), cioè quote entro cui il dazio scende, mentre fuori quota restano tariffe elevate. Per esempio, per la carne bovina la quota complessiva è 99.000 tonnellate annue con un dazio ridotto (7,5%), e la stessa documentazione parlamentare europea ricorda che questo volume equivale a circa l’1,6% dei consumi UE: non è “invasione”, è un aumento gestito e misurabile. In Italia, la zootecnia bovina è già oggi strutturalmente dipendente da importazioni di mangimi e vitelli da ristallo, e soffre più la volatilità dei costi energetici e dei fertilizzanti che la concorrenza estera regolata. Il vero nodo competitivo non è la quota Mercosur, ma la frammentazione della filiera, l’assenza di politiche di valorizzazione e la debolezza del potere contrattuale degli allevatori.

Analogamente, per il pollame c’è un contingente di 180.000 tonnellate (ordine di grandezza: circa l’1,4% dei consumi UE) e per altri prodotti (zucchero, etanolo) si parla ancora di quote e regimi differenziati, con phase-in pluriennali. Questa architettura serve a una cosa molto semplice: scambiare apertura commerciale con prevedibilità, evitando shock improvvisi di mercato, e mantenendo strumenti di “freno” legali e attivabili. 

Il punto più controverso – ambiente, deforestazione, standard sanitari – viene spesso usato in modo emotivo, come se l’accordo cancellasse il “principio di precauzione” europeo. In realtà, nei materiali ufficiali UE l’impostazione è opposta: gli standard UE su sicurezza alimentare e misure sanitarie e fitosanitarie (SPS) non vengono abbassati, e l’accordo include capitoli dedicati e cooperazione istituzionale proprio per accelerare scambio di informazioni e controlli, non per ridurli. Inoltre, la versione più recente del compromesso (2024) nasce esplicitamente per rafforzare gli impegni di sostenibilità rispetto al testo del 2019 (anche in relazione all’Accordo di Parigi), ed è stata resa pubblica in forma strutturata (capitoli, allegati, salvaguardie) con un meccanismo transitorio: un “interim Trade Agreement” separato dal pilastro politico-cooperativo, in modo da rendere più chiari i perimetri e le responsabilità.

Per molte produzioni italiane ad alto valore aggiunto – olio d’oliva, vino, trasformati di qualità – l’accordo apre invece spazi di esportazione in mercati oggi presidiati da competitor extra-UE. Qui il rischio non è l’importazione, ma la mancata capacità di presidiare la domanda internazionale con politiche di marca, certificazione e aggregazione dell’offerta.

A tale proposito, vale la pena ricordare che negli ultimi mesi la discussione UE ha perfino lavorato su ulteriori “trigger” di salvaguardia per alcuni prodotti agricoli (meccanismi di sospensione preferenziale se volumi o prezzi si muovono in modo anomalo), proprio per rispondere alla pressione politica interna. Questo significa che se le paure sono legittime, esse vanno confrontate con strumenti concreti di tutela, non con slogan. Sovranità, pertanto, oggi, non significa chiudere: significa poter scegliere, con regole e salvaguardie, dove dipendere meno e dove cooperare meglio.

 

Gli accordi tra UE e India

Il dossier India mostra ancora meglio la logica del “nuovo realismo europeo”: diversificare mercati, ridurre dipendenze, e farlo con un impianto negoziale che quantifica benefici e limiti. La Commissione europea indica che nel 2024 il commercio bilaterale di beni UE–India valeva circa 120 miliardi di euro (71 mld import UE dall’India, ~49 mld export UE verso India) e che l’intesa riduce o elimina dazi su una quota molto ampia di linee tariffarie (UE: oltre 90% delle linee; India: 86% delle linee, con coperture complessive che arrivano a 96,6% per India e 99,3% per UE includendo liberalizzazioni parziali). In altre parole: non è un “liberi tutti”, è una liberalizzazione ampia ma strutturata, con tempi diversi per settori diversi.

Un esempio che può aiutare a capire è il seguente: nel mercato indiano esistono dazi molto alti su alcune categorie (auto, macchinari, chimica). Nei documenti di sintesi UE si legge che, per le auto, il percorso previsto porta da dazi anche superiori al 100% a livelli molto più bassi, con un contingente annuo (quota) per gestire l’impatto. Ancora più importante per chi teme la “svendita” degli standard: anche qui l’UE ribadisce che le importazioni restano soggette alle regole sanitarie e di sicurezza europee “senza eccezioni”, e inserisce capitoli su sostenibilità, diritti del lavoro e meccanismi di consultazione e applicazione. 

Per l’Italia, questo riguarda settori come la meccanica strumentale, i macchinari per l’agroindustria, l’automazione e la chimica fine, che oggi incontrano barriere tariffarie proibitive. Qui l’accordo non sostituisce la politica industriale, ma ne amplia lo spazio: senza accesso ai mercati, anche l’eccellenza produttiva resta marginale.

Il tema della mobilità professionale e dei servizi avanzati – spesso ignorato nel dibattito pubblico – riguarda direttamente anche il lavoro qualificato europeo. L’India non è solo manifattura a basso costo, ma un attore centrale nei servizi digitali, nell’ingegneria e nella ricerca. Governare questa interdipendenza è più realistico che negarla. È esattamente questo che distingue un accordo governato da una resa ideologica: la presenza di quote, tempi, salvaguardie, regole di origine e meccanismi di revisione.

 

Quale prospettiva futura?

Fin qui l’analisi mostra una frattura evidente: da un lato un pensiero regressivo che semplifica il mondo per renderlo simbolicamente abitabile; dall’altro tentativi imperfetti ma concreti di governare una complessità che non può essere rimossa. Ma questa frattura non va letta come uno scontro tra buoni e cattivi, né come un conflitto lineare tra apertura e chiusura. La realtà è più ambigua – e, proprio per questo, più interessante.

Molti dei processi oggi percepiti come minacciosi nascono da intenzioni diverse da quelle che producono. È il classico caso dell’eterogenesi dei fini: politiche pensate per favorire crescita e integrazione hanno generato disuguaglianze; aperture mal governate hanno prodotto insicurezza; istituzioni costruite per stabilizzare hanno alimentato distanza e sfiducia. Riconoscere questo non significa delegittimare il multilateralismo, ma accettare che gli esiti non dipendono solo dalle intenzioni, bensì dalla qualità dei meccanismi di governo, di apprendimento e di responsabilizzazione degli attori coinvolti.

È qui che si apre uno spazio reale di possibilità. La risposta alla regressione identitaria non può essere la difesa acritica dell’ordine precedente, né l’invocazione astratta di valori universali. Deve essere, piuttosto, la costruzione di processi di creazione di valore condiviso, fondati su alcuni principi minimi ma non negoziabili.

Affinché questi principi non restino enunciazioni astratte, essi devono essere incorporati in istituzioni, procedure decisionali e meccanismi di accountability capaci di renderli operativi, misurabili e correggibili nel tempo.

Il primo è la conoscenza. Senza accesso a informazioni verificabili, senza capacità di leggere dati, clausole, effetti distributivi, ogni decisione collettiva viene risucchiata nel campo delle percezioni e delle paure. La conoscenza non elimina il conflitto, ma lo rende discutibile.

Il secondo è la competenza. Governi, istituzioni e rappresentanze intermedie non possono limitarsi a tradurre umori: devono saper progettare, valutare, correggere. La complessità non si affronta con slogan, ma con strumenti, tempi e capacità di apprendimento.

Il terzo è la responsabilità. Ogni apertura genera vincitori e perdenti, nel breve e nel lungo periodo. Fingere il contrario è ciò che alimenta il risentimento. Assumersi la responsabilità significa accompagnare le transizioni, redistribuire costi e benefici, rendere esplicite le scelte.

Il quarto è il dialogo, non come rituale retorico ma come confronto strutturato tra attori diversi, portatori di interessi legittimi ma non coincidenti. Senza dialogo, la politica diventa amministrazione dell’emergenza o gestione della rabbia.

Infine, la trasparenza e la reciprocità. In un mondo interdipendente, nessun attore può imporre regole senza accettare vincoli. Gli accordi funzionano quando rendono visibili gli impegni reciproci, quando permettono verifiche, quando prevedono correzioni. È qui che si misura la qualità di un ordine, non nella sua presunta purezza ideologica.

Se c’è una lezione che questa fase storica ci consegna, è che esistono più strade per arrivare a esiti simili: cooperazione, sviluppo, sicurezza non sono il monopolio né dell’apertura indiscriminata né della chiusura identitaria. L’equifinalità dei sistemi sociali ci dice che contano i percorsi, le regole e le capacità di adattamento. Chi promette soluzioni semplici a problemi complessi non offre un’alternativa: offre una scorciatoia cognitiva.

Il vero discrimine, oggi, non è tra sovranisti e globalisti, ma tra chi accetta la fatica del governo della complessità e chi la rifiuta. Tra chi costruisce valore condiviso attraverso regole, conoscenza e responsabilità, e chi preferisce consumare consenso alimentando paure. In questo senso, la sfida non è difendere il mondo di ieri, ma rendere praticabile quello di domani.

 

Multilateralismo pubblico o frammentazione privatizzata

Se questa fase di transizione ha un punto cieco, esso riguarda il destino delle istituzioni multilaterali nate nel secondo dopoguerra. L’ONU, in particolare, non è oggi delegittimata dai suoi principi, ma dalla sua incapacità di rappresentare un mondo profondamente cambiato. Un Consiglio di Sicurezza che riflette i rapporti di forza del 1945 non può governare conflitti, interdipendenze e crisi globali del XXI secolo.

Nessuna riforma credibile di un’istituzione come l’ONU può avvenire per consenso universale o per slancio etico: essa diventa possibile solo quando un numero sufficiente di attori riconosce che regole pubbliche condivise producono, nel medio periodo, più stabilità e prevedibilità di quanto non facciano accordi bilaterali fondati sul puro rapporto di forza.

Di certo, la risposta a questa crisi non può essere la fuga verso accordi privati, bilaterali e opachi, negoziati sulla base del potere contrattuale dei singoli Stati. Questo modello – reso esplicito dall’esperienza trumpiana – non produce ordine, ma frammentazione; non genera cooperazione, ma dipendenza; non crea fiducia, ma incertezza sistemica.

Rifondare il multilateralismo non significa moltiplicare le istituzioni, ma ricostruire le regole del gioco attorno a pochi principi chiave: rappresentatività, trasparenza, reciprocità, possibilità di revisione e apprendimento. In altri termini, istituzioni capaci di incorporare il conflitto senza distruggerlo, e di trasformare l’interdipendenza in valore condiviso anziché in ricatto.

In questo scenario, l’Unione Europea può giocare un ruolo non egemonico ma strategico, a una condizione precisa: recuperare la propria natura politica, superando l’ambiguità di una costruzione che oscilla da decenni tra federazione incompiuta e semplice coordinamento tra Stati. Non come potenza che impone un modello, ma come attore capace di progettare architetture regolative comuni, fondate su decisioni effettive, responsabilità condivise e istituzioni dotate di reale capacità di azione.

Gli accordi con Mercosur e India, letti in questa chiave, non sono semplici trattati commerciali, ma laboratori di un multilateralismo pragmatico: aperto ma condizionato, cooperativo ma verificabile, fondato su impegni reciproci e su meccanismi di correzione. Tuttavia, perché questi accordi diventino mattoni di un nuovo ordine e non episodi isolati, l’UE deve poter parlare con una voce sola, decidere senza essere ostaggio di veti incrociati e assumersi il rischio politico delle scelte.

Questo rimanda direttamente alla necessità di una revisione dei Trattati e, in particolare, dei processi decisionali. L’unanimità, pensata come tutela delle sovranità, si è trasformata in uno strumento di paralisi sistemica. In un mondo caratterizzato da shock rapidi e interdipendenze profonde, la non-decisione non è neutralità: è irrilevanza.

In questo quadro, l’ipotesi di un’Europa a più velocità non va letta come una frattura, ma come un principio di realtà. Consentire ai Paesi più volenterosi e istituzionalmente maturi di procedere verso un rafforzamento dell’integrazione – fiscale, industriale, di politica estera e di difesa – non significa escludere, ma evitare che l’intero progetto venga bloccato da chi non condivide i suoi presupposti fondamentali.

Esiste, infatti, un problema che non può più essere eluso: la presenza all’interno dell’Unione di governi che agiscono apertamente in una logica antieuropea, utilizzando le istituzioni comuni come vincolo da aggirare o come risorsa da sfruttare, mentre sul piano politico e geopolitico lavorano in direzione opposta. In questi casi, la questione non è punitiva ma di coerenza: un’unione politica non può funzionare se al suo interno operano attori che ne negano sistematicamente le basi valoriali e strategiche, come mostra emblematicamente il caso dell’Ungheria guidata da Viktor Orbán, sempre più collocata su posizioni filo-russe e illiberali.

Rafforzare le istituzioni comuni, accettare una differenziazione dei percorsi di integrazione e chiarire le condizioni di appartenenza non è un atto di chiusura, ma un passaggio necessario per evitare che l’Unione resti una costruzione formalmente ambiziosa ma politicamente impotente. Solo un’Europa capace di decidere può contribuire alla rifondazione di un multilateralismo pubblico, trasparente e responsabile, come alternativa tanto al nazionalismo regressivo quanto alla frammentazione negoziale prodotta dagli accordi privati e personalistici.

La vera alternativa, dunque, non è tra ONU e l’UE così come sono e l’auspicata dissoluzione di fatto invocata e certificata da tanti opinionisti. Si tratta, invece, di immaginare un multilateralismo riformato, pubblico e responsabile, rigettando l’idea di una proliferazione di accordi privati che restituiscono il mondo alla logica del più forte.

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