Toponomastica, memoria e democrazia
- giuseppe melis

- 17 gen
- Tempo di lettura: 5 min

Nello spazio pubblico, simboli monarchici e autoritari continuano a operare come criteri di senso, mentre i valori della Costituzione repubblicana restano spesso sullo sfondo.
Quando i nomi delle strade diventano pastoie del presente
Da oltre nove anni, presentando il libro Carlo Felice e i tiranni sabaudi di Francesco Casula in convegni, incontri pubblici e dibattiti culturali, mi confronto con una contraddizione che col tempo è diventata sempre più evidente. Discutiamo criticamente di potere, dominio, repressione e violenza simbolica del passato, ma continuiamo a vivere quotidianamente in spazi pubblici che celebrano proprio quei poteri attraverso i nomi delle strade, delle piazze, dei viali.
La toponomastica non è un dettaglio marginale dell’amministrazione urbana. È una infrastruttura simbolica che racconta chi siamo, quali valori rendiamo abitabili nel presente e quali memorie scegliamo di legittimare nello spazio pubblico. Proprio per questo, il modo in cui essa è regolata dice molto sul rapporto tra democrazia, memoria e territorio.
I nomi non sono mai neutri
Attribuire un nome a uno spazio pubblico è sempre un atto politico, anche quando viene presentato come puramente tecnico o amministrativo. Un nome seleziona, ordina, normalizza. Decide chi merita visibilità e chi può essere dimenticato. L’argomento secondo cui “ormai quei nomi sono neutri” è uno dei più ricorrenti nel dibattito pubblico, ma anche uno dei più fragili. I simboli agiscono con maggiore forza proprio quando diventano invisibili, quando smettono di essere interrogati.
Se fossero davvero neutri, cambiarli non susciterebbe resistenze così accese. Il fatto che ogni proposta di revisione toponomastica venga percepita come una minaccia dimostra che quei nomi continuano a produrre senso, identità, appartenenza — e anche esclusione.
Un sistema normativo che tutela il passato più del presente
A rendere il tema particolarmente delicato è il quadro normativo che disciplina la toponomastica in Italia. La norma di base che regola ancora oggi il cambio di denominazione delle strade e delle piazze è il Regio Decreto n. 1158 del 10 maggio 1923, emanato in pieno periodo fascista, quando il regime era già al governo e stava costruendo un apparato fortemente centralizzato di controllo amministrativo e simbolico del territorio.
Quel decreto, insieme al regolamento attuativo del 1924, attribuisce allo Stato — attraverso il Prefetto — un potere di autorizzazione preventiva su ogni modifica decisa dai Comuni. Il dato rilevante non è soltanto l’età della norma, ma la sua mancata revisione sostanziale in epoca repubblicana. La Repubblica democratica ha ereditato questo impianto senza mai aprire un vero dibattito sul suo significato culturale e politico nel nuovo quadro costituzionale.
Ne è derivata una continuità silenziosa: uno Stato che proclama valori di pluralismo, autonomia e partecipazione, ma che continua a governare la memoria pubblica con strumenti concepiti per un’altra idea di Stato e per un’altra idea di società.
Quando il parere tecnico diventa censura simbolica
A irrigidire ulteriormente il sistema non è solo la norma, ma anche la prassi amministrativa. Nella procedura di modifica toponomastica, il Prefetto acquisisce regolarmente il parere delle Soprintendenze, che formalmente dovrebbero pronunciarsi su profili di tutela storico-culturale. Nella realtà, però, questi pareri finiscono spesso per trasformarsi in valutazioni simboliche e narrative, che vanno ben oltre il piano tecnico.
Mi è capitato di leggere un parere in cui si negava a un Comune il diritto di modificare il nome di una strada intitolata alla regina Margherita, sostenendo che tale denominazione rappresenterebbe un presunto “punto di equilibrio” tra il potere temporale, incarnato da una via dedicata a Vittorio Emanuele, e il potere spirituale rappresentato dalla vicina piazza Santa Maria. Al di là della discutibile fondatezza storica di una simile costruzione, ciò che colpisce è il principio sotteso: un funzionario non eletto che si arroga il diritto di stabilire quale equilibrio simbolico una comunità debba continuare a rappresentare nello spazio pubblico.
A rendere la questione ancora più problematica è il profilo istituzionale di queste decisioni. Un funzionario della Repubblica italiana finisce per negare una scelta espressa da un organo democraticamente eletto, richiamandosi a un simbolismo fondato sulla monarchia e sulla Chiesa. Si produce così un corto circuito evidente: uno Stato repubblicano e costituzionalmente non confessionale che tutela, attraverso i propri apparati, equilibri simbolici ereditati da un ordine monarchico e religioso, sottraendoli al vaglio della sovranità democratica locale.
Il problema non è il riconoscimento storico di quei simboli, ma la loro trasformazione in criteri normativi vincolanti nel presente. Quando questo accade, la memoria smette di essere oggetto di discussione pubblica e diventa uno strumento di conservazione del potere simbolico.
Celebrare non è ricordare
Un nodo centrale del dibattito riguarda la distinzione, spesso rimossa, tra memoria storica e celebrazione pubblica. Studiare criticamente un sovrano, un generale o un regime nei libri di storia è un atto necessario. Intitolargli una strada o una piazza è un’altra cosa: significa attribuirgli un valore esemplare nel presente.
Molte figure che popolano ancora oggi la toponomastica italiana possono — e devono — essere oggetto di studio e analisi critica. Ma questo non implica che debbano continuare a essere celebrate come riferimenti simbolici della convivenza civile contemporanea. Confondere memoria e celebrazione significa impedire alla società di maturare un rapporto adulto con il proprio passato.
Città e paesi come sistemi vitali
C’è poi un elemento più profondo, spesso assente nel dibattito: la natura stessa delle città e dei paesi. I territori non sono entità statiche né musei a cielo aperto. Sono sistemi vitali, in continua trasformazione, che incorporano nel tempo valori, conflitti, visioni del mondo.
Come ha ricordato Edgar Morin, le società e i luoghi che esse abitano non possono essere compresi come strutture rigide, ma come sistemi complessi e dinamici, la cui identità si costruisce attraverso un equilibrio sempre instabile tra memoria, cambiamento e responsabilità culturale. Ogni epoca imprime nello spazio urbano i propri significati: nelle architetture, nelle funzioni, negli usi e nei nomi.
Conservare ciò che ha valore non significa congelare tutto ciò che esiste, ma operare scelte consapevoli su ciò che una comunità ritiene ancora capace di rappresentarla. In questo senso, il cambiamento non è una negazione della storia, ma una sua rielaborazione critica.
La risignificazione degli spazi pubblici
Dal punto di vista del marketing territoriale, questi processi possono essere letti come dinamiche di risignificazione degli spazi pubblici. Rinominare una strada, affiancare nuove denominazioni a quelle esistenti, recuperare toponimi storici o linguistici non è un gesto cosmetico o ideologico, ma un atto di produzione di senso.
Significa ridefinire il racconto collettivo di un luogo, rendere visibili nuovi valori, includere memorie prima marginalizzate. Un territorio vitale è tale proprio perché sa tenere insieme continuità e trasformazione. Pretendere che i simboli urbani restino immutabili equivale a trattare le città come musei, sottraendole alla possibilità di esprimere la cultura del tempo presente.
Conclusione: il diritto di discutere i simboli
Una comunità che non può discutere criticamente i simboli che la rappresentano è una comunità a sovranità incompleta. Le regole non vanno abolite, ma ripensate nel loro senso, distinguendo tra memoria e celebrazione e costruendo processi partecipativi capaci di trasformare il conflitto simbolico in occasione di crescita civile.
I nomi delle strade non sono semplici targhe: sono racconti condensati. Decidere se mantenerli, modificarli o affiancarli ad altri non è un atto di vandalismo culturale, ma un esercizio di responsabilità democratica. Perché una società che tutela il passato contro il presente rischia, alla lunga, di perdere entrambi.
Fonti e riferimenti
Casula, F. (2023). Carlo Felice e i tiranni sabaudi. Terza edizione. Dolianova, Grafica del Parteolla.
Morin, E. (1999/2000). La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Regio Decreto 10 maggio 1923, n. 1158 – Norme sulla toponomastica stradale e monumentale.
Regio Decreto 30 marzo 1924, n. 383 – Regolamento di esecuzione.
Costituzione della Repubblica Italiana, XII Disposizione transitoria e finale.





Commenti