Dopo Brexit: sterlina, euro e il costo (reale) di stare fuori dall’Europa
- giuseppe melis

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Introduzione
Alla metà degli anni Ottanta, la Commissione europea guidata da Jacques Delors chiese a un gruppo di economisti – il più noto è Paolo Cecchini – di stimare quanto costasse, in termini di crescita, lavoro e competitività, non completare il mercato unico europeo. Quel lavoro, passato alla storia come Cecchini Report (1988), introdusse l’espressione “costo della non Europa”: l’idea che la mancata integrazione abbia un prezzo misurabile in punti di PIL, posti di lavoro e capacità politica perduti. Le loro stime parlavano di un potenziale guadagno per l’economia europea intorno al 4,5–6,5% del PIL se si fossero eliminate le barriere interne e completato davvero il mercato unico[1].
Da allora il tema è stato ripreso più volte. Il Servizio di ricerca del Parlamento europeo (EPRS) ha aggiornato quel ragionamento parlando di un “dividendo europeo da 2.200 miliardi di euro”: la somma dei benefici potenziali che si potrebbero ottenere, tra il 2019 e il 2024, se l’Unione sfruttasse appieno le opportunità di integrazione in vari campi – dal mercato unico dei servizi alla politica climatica, dalla difesa comune alla digitalizzazione. [2]
Oggi, più di trent’anni dopo Delors, non siamo più solo di fronte a scenari teorici. Con Brexit, il Regno Unito ha fatto qualcosa che fino ad allora nessuno aveva sperimentato: uscire dall’Unione europea dopo oltre quarant’anni di integrazione. Nove anni dopo il referendum, abbiamo abbastanza dati per dire che quell’uscita ha avuto un costo economico concreto. Stime recenti – come il working paper di Nicholas Bloom e colleghi per il NBER (2025) e le analisi dell’Office for Budget Responsibility – convergono su un ordine di grandezza: PIL pro capite più basso del 6–8% rispetto a uno scenario “senza Brexit”, investimenti ridotti del 12–18%, commercio con l’UE indebolito e un impatto negativo duraturo sulla produttività.[3]
Nel frattempo, la politica si sta lentamente accorgendo di questi effetti. Una quota crescente di cittadini britannici considera oggi Brexit “un errore”, e il governo ha iniziato a ricucire rapporti settoriali con Bruxelles: è il caso, per esempio, del recente accordo che consentirà al Regno Unito di rientrare nel programma Erasmus+ a partire dal 2027, dopo l’uscita post-Brexit e il tentativo (non convincente) di sostituirlo con il solo Turing Scheme nazionale.
In questo articolo non si tratta di coltivare nostalgie né di vendere facili illusioni su un imminente rientro di Londra nell’UE – magari con l’adozione dell’euro al posto della sterlina. L’intento è più sobrio e, se possibile, pragmatico: usare i dati disponibili per ragionare su tre domande molto concrete:
Quanto è costata finora Brexit al Regno Unito, in termini economici e di margine di manovra politica?
Come stanno evolvendo i rapporti tra Regno Unito e Unione (dal commercio a Erasmus) e cosa comporterebbe, realisticamente, un eventuale rientro, soprattutto sul piano monetario e dell’adozione dell’euro?
Che cosa ci insegna l’esperienza britannica sui rischi di altre possibili “exit” dall’UE, in particolare per quei paesi che costruiscono consenso interno proprio sul conflitto permanente con Bruxelles, pur traendo grandi vantaggi economici dal restare dentro?
Le considerazioni che seguono provano a rispondere a queste domande tenendo il più possibile i piedi per terra: numeri dove ci sono numeri, scenari quando entriamo nel campo delle ipotesi, evitando sia il catastrofismo sia le promesse miracolistiche.
1. Quanto è costata Brexit al Regno Unito?
Negli ultimi anni si è consolidata una letteratura abbastanza convergente sui costi macroeconomici di Brexit.
Un recente lavoro di Nicholas Bloom e coautori, pubblicato come working paper NBER nel 2025, combina simulazioni macro con dati micro su un ampio campione di imprese britanniche. La stima è netta: nel 2025 l’economia UK è più piccola del 6–8% rispetto a uno scenario controfattuale “senza Brexit”; gli investimenti risultano più bassi del 12–18%, l’occupazione del 3–4%, la produttività del 3–4%. [4]
Queste analisi confermano e rafforzano le valutazioni dell’Office for Budget Responsibility (OBR), l’ufficio indipendente del Tesoro britannico, che già nel 2021 stimava un impatto di lungo periodo intorno al -4% di PIL rispetto a restare nell’UE. Gli aggiornamenti del 2025 mantengono sostanzialmente questo ordine di grandezza.[5] Sul piano più “comunicativo”, Bloomberg ha sintetizzato così: tra 180 e 240 miliardi di sterline è la perdita cumulata di produzione rispetto alla traiettoria pre-Brexit.[6]
Questo non significa che l’Unione europea viva una stagione economica semplice: pandemia, shock energetico e guerra in Ucraina hanno frenato la crescita in tutto il continente. Tuttavia, le evidenze disponibili indicano che, a parità di shock esterni, il Regno Unito ha pagato un costo aggiuntivo legato alla Brexit, soprattutto in termini di commercio, investimenti e produttività.
1.1 Commercio e investimenti: dove si vedono le ferite
Il danno non deriva tanto da dazi (che in gran parte restano nulli) quanto da:
barriere non tariffarie, controlli doganali, burocrazia, regole d’origine;
frammentazione delle catene del valore che prima attraversavano fluidamente la Manica.
Un’analisi del UK Trade Policy Observatory mostra che questi costi “di frizione” spiegano la gran parte dell’impatto economico di Brexit: il nuovo accordo commerciale è troppo superficiale per compensare la perdita degli effetti di riduzione dei costi del Mercato unico.[7] La conseguenza di ciò è che il commercio con l’UE è depresso, soprattutto nei beni; gli investimenti esteri, in parte, si sono spostati nell’Unione per restare dentro il Mercato unico.[8]
Riassumendo: non è stato l’Armageddon paventato da alcuni prima del referendum, ma è un danno strutturale e permanente, che restringe spazio fiscale, salari potenziali, margini d’investimento.
2. Come i britannici percepiscono Brexit e il tema del rientro
Qui entrano in gioco i sondaggi. Un’analisi YouGov del giugno 2025 – nove anni dopo il referendum – mostra che il 56% degli intervistati ritiene “sbagliato” aver votato per lasciare l’UE, contro circa un terzo che difende quella scelta. È la famosa “Bregret”.[9]
Alla domanda su cosa fare oggi:
una maggioranza relativa voterebbe per rientrare nell’UE,
ma molti non considerano il rientro una priorità immediata: pesano stanchezza, sfiducia nelle élite politiche, timore di riaprire una lacerazione identitaria molto profonda.[10]
2.1 Il nodo euro: la sterlina come “ultima frontiera”
Se passiamo dal “volete tornare nell’UE?” a “volete rientrare accettando l’euro?”, lo scenario si fa più complesso.
I dati storici su opinione pubblica e euro sono compatibili con un fatto semplice: la maggioranza dei britannici è sempre stata contraria all’adozione della moneta unica. In varie ondate di sondaggi tra 2000 e 2012, i contrari oscillano tra il 56 e l’85%, con gli “a favore” di solito tra il 6 e il 30%. Ancora nel 2020, un sondaggio YouGov stimava solo l’11% favorevole all’euro, contro il 64% contrario.[11]
E quando si ipotizza esplicitamente che il rientro nell’UE implichi l’adozione dell’euro, una rilevazione aggregata da WhatUKThinks mostra che la maggioranza relativa si sposta sul “restare fuori”: attorno al 40% “meglio fuori” contro una quota più bassa di favorevoli al rientro in queste condizioni.[12]
In altre parole:
politicamente, l’idea di rientrare nell’Unione sta lentamente guadagnando terreno;
ma la moneta resta una “linea rossa” simbolica per una parte consistente dell’elettorato.
3. Erasmus+ come spia del riavvicinamento pragmatico
È in questo contesto che va letta la recente decisione su Erasmus+. Il 17 dicembre 2025 governo britannico e istituzioni europee hanno annunciato un accordo per l’associazione del Regno Unito al programma Erasmus+ a partire dal 2027, con un contributo stimato intorno ai 570 milioni di sterline.[13] La dichiarazione congiunta sottolinea i “significativi benefici” in termini di mobilità, formazione, sport e opportunità per i giovani, tanto nel Regno Unito quanto nell’UE.[14] Questo passaggio è importante per almeno tre ragioni:
segnala un cambio di clima nei rapporti UK-UE, dopo anni di gelo;
riattacca concretamente un pezzo di “vita quotidiana europea” per le nuove generazioni;
mostra che, sul piano settoriale, è possibile un riavvicinamento pragmatico anche senza affrontare subito il tema – molto più esplosivo – di un rientro politico pieno.
Erasmus, insomma, è un segnale, non una porta già spalancata verso il rientro. Ma indica che, quando si mettono sul piatto benefici concreti e tangibili, il discorso sulle “relazioni con l’Europa” diventa meno ideologico.
Vale la pena sottolineare che questo riavvicinamento non va letto come un “corteggiamento” da parte dell’UE nei confronti di Londra. Al contrario, sono state le autorità britanniche a chiedere di rientrare in programmi di cooperazione come Erasmus+ o Galileo, riconoscendone il valore strategico. Bruxelles, da parte sua, mantiene su questi temi un approccio pragmatico, ma tutt’altro che ingenuo.
A conferma del fatto che è la GB a essere interessata a rientrare nell’UE e non il contrario, occorre anche rilevare che nelle istituzioni europee circola da tempo — più come orientamento politico che come regola giuridica — l’idea che un eventuale negoziato di riammissione dovrebbe poggiare su un consenso ampio, stabile e duraturo all’interno della società britannica. L’esperienza degli anni precedenti ha infatti mostrato quanto possa essere fragile una scelta di integrazione europea sostenuta solo da maggioranze risicate o contingenti.
4. Cosa significherebbe davvero adottare l’euro per il Regno Unito?
È bene ricordare che l’adozione dell’euro non è una condizione giuridicamente necessaria per entrare nell’Unione europea: esistono Stati membri — come Danimarca, Svezia, Polonia o Repubblica Ceca — che conservano la propria moneta nazionale. Il punto che qui interessa non è quindi normativo, ma strategico: quale assetto monetario sarebbe più coerente con una piena partecipazione del Regno Unito al progetto europeo e con un’Unione capace di giocare un ruolo nel mondo multipolare?
Per capire bene la portata della questione conviene distinguere tre fasi storiche molto semplici:
oggi il Regno Unito ha la sua moneta nazionale, la sterlina, ed è fuori dall’Unione europea;
fino al 2020 era dentro l’UE, ma aveva mantenuto la propria moneta e non aveva mai aderito all’euro;
lo scenario che qui vogliamo discutere è quello — al momento solo ipotetico — di un Regno Unito di nuovo nell’UE e, questa volta, anche nell’eurozona.
In pratica: non solo il ritorno nel progetto politico europeo, ma anche la rinuncia alla sovranità monetaria nazionale in favore della moneta unica.
4.1. I possibili vantaggi per il Regno Unito
Dal punto di vista economico, l’adozione dell’euro comporterebbe almeno tre benefici di fondo.
a) Niente più rischio di cambio con l’Europa
L’Unione europea resta — nonostante Brexit — il principale partner commerciale del Regno Unito. Questo significa che ogni giorno migliaia di imprese britanniche vendono o acquistano beni e servizi in euro, ma contabilizzano costi e ricavi in sterline.
Per proteggersi dalle oscillazioni del cambio GBP/EUR, molte aziende devono stipulare coperture finanziarie (hedging), che hanno un costo e richiedono competenze e strutture amministrative non sempre alla portata delle piccole e medie imprese.
Se il Regno Unito adottasse l’euro, questo rischio verrebbe eliminato:
niente più coperture sul cambio,
minori costi finanziari,
maggiore prevedibilità dei margini di profitto.
Per un’economia fortemente orientata al commercio internazionale come quella britannica, la sola riduzione dell’incertezza valutaria costituirebbe già un guadagno rilevante.[15]
b) Una integrazione finanziaria ancora più profonda
Già oggi una quota molto elevata delle transazioni in euro passa per la City di Londra, anche se il Regno Unito è fuori dall’eurozona. Londra continua cioè a essere uno dei principali poli finanziari globali per le operazioni denominate in euro: mercato dei derivati, cambi, emissioni obbligazionarie, gestione patrimoniale. Entrare nell’euro significherebbe[16]:
rendere strutturale e “interno” questo ruolo della City nei mercati europei dei capitali;
facilitare il finanziamento di grandi programmi comuni europei (green transition, digitalizzazione, difesa), che potrebbero beneficiare di un mercato ancora più ampio e liquido.
c) Più peso politico e negoziale
Infine, c’è una dimensione geopolitica. Un Regno Unito membro dell’eurozona:
parteciperebbe direttamente alle decisioni sulla politica monetaria europea (Governing Council della BCE);
avrebbe voce nella definizione delle regole fiscali e finanziarie comuni;
contribuirebbe in modo decisivo al posizionamento dell’Europa in un mondo sempre più multipolare.
In un contesto in cui Stati Uniti e Cina giocano un ruolo crescente nella definizione degli standard tecnologici, finanziari e di sicurezza, essere parte del “cuore” dell’Europa economica e monetaria significherebbe evitare l’isolamento e accrescere la propria capacità di influenza.
4.2 Una stima storica dei potenziali benefici
Non è un caso che, già all’inizio degli anni Duemila, alcuni analisti vicini al governo di Tony Blair avessero provato a quantificare i possibili effetti positivi dell’ingresso nell’euro. Secondo valutazioni riportate dal Financial Times all’epoca, il beneficio di lungo periodo avrebbe potuto collocarsi tra il 5% e il 9% del PIL cumulato su trent’anni — un ordine di grandezza paragonabile, per intenderci, alla spesa annua per il sistema sanitario nazionale britannico (NHS).[17]
Si trattava naturalmente di stime ex ante, condizionate a molte ipotesi e mai messe alla prova dai fatti. Ma indicano chiaramente che il dibattito sull’euro nel Regno Unito non è mai stato solo simbolico o identitario: una parte significativa degli economisti e dei policy-maker ha sempre considerato l’adesione alla moneta unica come una scelta in grado di produrre benefici economici concreti e misurabili nel medio-lungo periodo.
4.3 Costi e rischi
Dall’altra parte, adottare l’euro implicherebbe per il Regno Unito:
Perdita di autonomia monetaria formale: niente più tassi d’interesse fissati a Londra in funzione solo dell’economia britannica; decisioni della BCE vincolanti per tutti.
Fine delle svalutazioni competitive come strumento di aggiustamento in caso di shock asimmetrici: per recuperare competitività restano politiche fiscali, industriali e del lavoro – più lente, più politicamente costose.
Costo identitario e politico: la sterlina è un simbolo fortissimo; per una parte del paese euro = cessione intollerabile di sovranità. I sondaggi lo mostrano chiaramente: l’idea dell’euro mina il sostegno a un eventuale rientro.[18]
Costi di transizione: sostituzione del contante, aggiornamento dei sistemi informatici, ridenominazione di contratti, listini, ecc. Sono costi una tantum, ma ingenti.
Realisticamente, se mai si arrivasse lì, i benefici sarebbero di medio-lungo periodo (stabilità, integrazione, capacità di influenza), mentre i costi politici sarebbero immediati. Per questo, al momento, nessuna grande forza politica britannica mette l’euro all’ordine del giorno.
5. La lezione più ampia: uscire dall’UE (o dall’euro) conviene a qualcuno?
Il “laboratorio Brexit” non riguarda solo Londra: dice molto anche ai paesi che, dentro l’UE (e talvolta dentro l’euro), coltivano una retorica permanente di conflitto con Bruxelles.
5.1 Uscire dall’euro: il precedente greco
Per i paesi dell’eurozona, l’ipotesi di uscita non è solo una questione di trattati; è soprattutto un tema di stabilità economica e sociale. Nel pieno della crisi del debito, nel 2012, la National Bank of Greece avvertiva che un’uscita dall’euro avrebbe portato:
calo del reddito pro capite del 55%,
svalutazione del 65% della nuova moneta,
disoccupazione al 34%,
inflazione intorno al 30%.[19]
Si tratta di scenari estremi, ma rendono l’idea: rompere un’unione monetaria in condizioni di forte esposizione esterna significa esporsi a crisi bancarie, default selettivi, crolli dei redditi reali. Non è un’operazione “indolore”, e infatti nessun governo ha mai voluto assumersene la responsabilità politica.
In generale, la letteratura sulle crisi valutarie e sui “sudden stop” finanziari mostra che l’uscita da un’unione monetaria o da un quadro di integrazione economica profonda tende a generare instabilità, corse agli sportelli, fughe di capitali e perdita di potere d’acquisto. Non è, dunque, una scelta neutra o reversibile senza costi sociali significativi.
5.2 Uscire dall’UE: il caso degli “insider critici”
Diverso è il caso di paesi come l’Ungheria:
hanno una loro valuta (fiorino), quindi non sono nell’euro;
beneficiano largamente dei fondi strutturali e di coesione;
sfruttano il mercato unico come piattaforma per attrarre investimenti produttivi.
Uno studio sulla posizione netta nel bilancio UE mostra che l’Ungheria è il maggiore beneficiario netto dei fondi di coesione, per un valore pari a circa l’1,9% del suo reddito nazionale lordo.[20] È la fotografia di un paradosso:
economicamente, questi paesi massimizzano il loro payoff restando dentro (più fondi, più mercato, più investimenti),
politicamente, alcuni governi costruiscono consenso interno proprio sullo scontro con Bruxelles (stato di diritto, difesa comune, migrazioni, Ucraina…).
Uscire dall’UE taglierebbe di colpo:
accesso ai fondi,
credibilità come piattaforma produttiva,
parte dell’attrattività verso investitori esteri.
In più, l’annuncio stesso di un’uscita attiverebbe pressioni sulla valuta, fuga di capitali, aumento del costo del debito – dinamiche ben note dagli studi sulle crisi di cambio e sui “sudden stop” finanziari.[21] In questo senso, l’esempio ungherese conferma la logica Delors: il costo della “non Europa”, per molti paesi, è enormemente superiore al costo di restare dentro, anche litigando.
6. Il “costo della non Europa” oggi: più attuale di Delors
Il concetto inaugurato da Delors è stato ripreso negli ultimi anni dall’European Parliamentary Research Service (EPRS), che ha cercato di quantificare i costi – economici e non – della mancata integrazione in vari settori.
Uno studio del 2019 stima che il “dividendo europeo” potenziale – cioè i benefici cumulati di una integrazione più profonda in una cinquantina di politiche – possa valere fino a 2,2 trilioni di euro, pari a circa il 14% del PIL dell’UE su un orizzonte decennale.[22]
Per il solo Mercato unico, altre analisi indicano che:
Questi numeri non vanno presi come profezie, ma come ordini di grandezza: restare dentro un mercato integrato e completarlo ha rendimenti potenzialmente molto alti; smontarlo (o uscirne) ha costi, anche per paesi grandi e ricchi. Brexit è, in fondo, un pezzo di questo puzzle: uno stato ha scelto di “uscire” da una parte dell’integrazione europea; a distanza di quasi un decennio, i dati dicono che il prezzo è reale e non trascurabile.
Un ultimo elemento spesso trascurato riguarda la dimensione identitaria. Gli ultimi anni — tra Brexit, pandemia e guerra in Ucraina — sembrano aver rafforzato in molti cittadini il senso di appartenenza all’Unione europea. Questo rende politicamente più complesso immaginare nuove “exit”: l’Europa, pur con tutti i suoi limiti, viene sempre più percepita come uno spazio di protezione condivisa.
7. E allora? Quale prospettiva “plausibile”, non illusoria?
Se mettiamo insieme tutti questi elementi:
il costo economico già osservabile di Brexit per il Regno Unito;[25]
la lenta ma evidente crescita del rimpianto nell’opinione pubblica britannica;[26]
i segnali di riavvicinamento settoriale, a partire da Erasmus+;[27]
e, dall’altra parte, la convenienza economica per molti stati membri a restare dentro l’UE pur proclamandosi “anti-Bruxelles”;[28]
emerge una prospettiva abbastanza sobria:
Un rientro pieno del Regno Unito nell’UE è possibile nel medio-lungo periodo, ma non è dietro l’angolo. Richiederebbe:
una generazione politica disposta a pagare il costo politico di riconoscere l’errore;
un nuovo patto tra Londra e Bruxelles sull’architettura dell’Unione.
L’adozione dell’euro da parte del Regno Unito è oggi altamente improbabile, nonostante i potenziali vantaggi economici:
perché il costo simbolico della rinuncia alla sterlina resta altissimo;
perché l’opinione pubblica non è minimamente preparata a questo passo.
Per tutti gli altri, l’esperimento Brexit è un promemoria severo:
uscire dall’UE o dall’euro difficilmente aumenta la “sovranità reale”;
spesso riduce la capacità di incidere, abbassa il PIL potenziale, frammenta i mercati, indebolisce la posizione negoziale globale.
In altre parole, la moneta – sterlina, euro – non è solo un mezzo di pagamento: è un modo di organizzare il potere, di distribuire rischi e benefici tra stati, territori, gruppi sociali.
Se vogliamo un’Europa davvero multipolare, capace di contare nel mondo senza farsi trascinare da logiche imperiali altrui (britanniche, americane o russe che siano), la risposta non è il ritorno alle sovranità monetarie nazionali, ma un salto di qualità politico nella gestione dell’euro e del mercato unico:
più integrazione selettiva,
più responsabilità condivisa,
più trasparenza su chi vince e chi perde in ogni passaggio.
Forse la lezione più utile di questa vicenda riguarda il modo in cui discutiamo di Europa. Troppo spesso, nel dibattito pubblico italiano (e sardo), euro, sovranità e integrazione vengono trattati come slogan identitari — a favore o contro — senza confrontarsi davvero con i dati. L’esperienza britannica mostra invece che le scelte istituzionali hanno conseguenze economiche profonde, che andrebbero valutate con realismo, evitando illusioni consolatorie sia in senso nazionalista che in senso europeista.
Il paradosso, oggi, è che abbiamo più dati che mai sui “costi della non Europa” – dal caso Brexit alle simulazioni EPRS – ma una parte del dibattito pubblico preferisce ancora parlare per slogan. Lavorare sui numeri, senza infatuazioni né catastrofismi, è forse il primo passo per uscirne.
Riferimenti bibliografici
[9] https://yougov.co.uk/politics/articles/52410-nine-years-after-the-eu-referendum-where-does-public-opinion-stand-on-brexit
[10] https://yougov.co.uk/politics/articles/52410-nine-years-after-the-eu-referendum-where-does-public-opinion-stand-on-brexit
[12] https://www.whatukthinks.org/eu/questions/if-the-uk-had-to-adopt-the-euro-how-do-you-think-you-would-vote-if-there-was-a-referendum-on-eu-membership-tomorrow-stay-out-of-rejoin-the-eu/
[13] https://www.gov.uk/government/news/young-people-from-all-backgrounds-to-get-opportunity-to-study-abroad-as-uk-eu-deal-unlocks-erasmus
[14] https://www.eunews.it/en/2025/12/17/uk-cancels-piece-of-brexit-and-is-back-in-erasmus-project-first-exchanges-from-2027/
[15] Per una sintesi sul peso del commercio UK-UE: UK Office for National Statistics — Trade statistics
[16] Su questo tema si veda, ad esempio:
• Bank for International Settlements — Triennial Survey (dati sulla negoziazione in euro a Londra),
• House of Lords, report su Brexit e servizi finanziari,
[17] Si vedano in proposito diversi numeri di archivio del Financial Times https://www.ft.com/content
[18] https://www.whatukthinks.org/eu/questions/if-the-uk-had-to-adopt-the-euro-how-do-you-think-you-would-vote-if-there-was-a-referendum-on-eu-membership-tomorrow-stay-out-of-rejoin-the-eu/
[19] https://www.bloomberg.com/news/articles/2012-05-29/greek-euro-exit-would-mean-55-income-drop-national-bank-says
[20] https://www.iwkoeln.de/en/studies/berthold-busch-bjoern-kauder-samina-sultan-net-contributors-and-net-recipients-in-the-eu-eng.html
[26] https://yougov.co.uk/politics/articles/52410-nine-years-after-the-eu-referendum-where-does-public-opinion-stand-on-brexit





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