Einstein Telescope, cave e futuro del territorio: alcuni dati che mancavano al dibattito
- giuseppe melis

- 3 giorni fa
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Premessa
Nelle ultime settimane il dibattito sull'Einstein Telescope si è concentrato, comprensibilmente, sui vincoli che il progetto impone alle attività estrattive e lapidee dei territori coinvolti. È un dibattito legittimo e necessario. Ma è anche un dibattito che si è svolto per larga parte sulle impressioni, sulle interpretazioni e, talvolta, sui sospetti, più che sui dati verificabili. Con questo articolo provo a colmare tre vuoti che ho visto ricorrere più spesso:
1) cosa dice davvero la norma,
2) in che direzione si muove il mercato lapideo di cui queste cave fanno parte,
3) e che aspetto ha, in numeri, il territorio di cui stiamo parlando.
Non è un esercizio accademico. È il tentativo di applicare, a un caso concreto, il metodo che ho proposto nei due articoli precedenti: distinguere ciò che sappiamo da ciò che temiamo, e trasformare i dubbi legittimi in richieste precise, verificabili, negoziabili — non in rassicurazioni generiche da nessuna delle due parti.
Una precisazione di metodo, per coerenza con quanto sto sostenendo: questo articolo nasce direttamente dal confronto pubblico di queste settimane, e i tempi di quel confronto sono stati rapidi. Buona parte del reperimento e della verifica dei dati che seguono — di mercato, normativi, demografici, economici — è stata realizzata con l'assistenza di uno strumento di intelligenza artificiale, usato per cercare le fonti, verificarle incrociandole e organizzarle. Lo dichiaro apertamente perché sarebbe incoerente chiedere trasparenza sui dati altrui e poi tacere su come ho raccolto i miei. L'interpretazione dei numeri, la costruzione del ragionamento e le conclusioni restano interamente mie: lo strumento ha cercato e verificato le fonti, io ho deciso cosa questi dati significano e cosa se ne può fare.
Il mercato lapideo mondiale: crescita, ma non nella direzione che si pensa
Il mercato mondiale della pietra naturale vale oggi circa 39-40 miliardi di dollari, con una crescita prevista intorno al 4,6% annuo fino al 2031. Non è un settore in declino, ma nemmeno un settore che si espande al ritmo di un tempo: cresce più lentamente della media dei materiali da costruzione, e soprattutto cresce altrove. L'Asia-Pacifico, trainata da Cina e India, guida sia in valore sia in velocità di crescita; l'Europa segue con un ritmo più contenuto e un'enfasi crescente su standard ambientali.
L'Italia resta un attore importante ma non dominante: il settore lapideo nazionale vale circa 4,5 miliardi di euro di fatturato, oltre 3.200 aziende e circa 34mila addetti, con oltre il 70% della produzione destinata all'export. Il 2025, però, non è stato un anno brillante: l'export nel primo semestre ha segnato un calo del 5,5%, segno di un contesto internazionale complicato più che di una crisi strutturale improvvisa.
Il dato più significativo per il ragionamento che segue è però un altro: il mercato della pietra "artificiale" — agglomerati di quarzo, gres porcellanato tecnico, sinterizzati — vale oggi circa 26,5 miliardi di dollari e cresce a un ritmo superiore a quello della pietra naturale, circa il 7% annuo. È un concorrente che guadagna terreno più in fretta del mercato che intende sostituire, spinto da costi più bassi, minore manutenzione e, in molti casi, un impatto ambientale inferiore grazie al riutilizzo di scarti di cava. Non è un caso isolato: l'Australia ha vietato a livello nazionale la pietra agglomerata di quarzo dal 2024 per il rischio di silicosi nei lavoratori addetti al taglio — un promemoria che nessun materiale, naturale o sintetico, è esente da criticità, e che la sostenibilità di un settore si misura anche nella salute di chi ci lavora, non solo nei bilanci ambientali.
Il punto è semplice: il comparto lapideo tradizionale, a livello globale, sta già attraversando una trasformazione strutturale — quote di mercato che si spostano verso materiali alternativi, pressione normativa crescente sull'estrazione, differenziali di impatto ambientale che iniziano a pesare nelle scelte di acquisto. Un eventuale ridimensionamento dell'attività estrattiva in una specifica area della Sardegna nell'arco di dieci o quindici anni andrebbe letto dentro questa traiettoria, non come un evento isolato provocato da un singolo progetto scientifico.
Cosa dice davvero la norma: sei attività, un elenco "di prima applicazione"
Molta parte della discussione pubblica si è misurata su una domanda apparentemente tecnica ma in realtà decisiva:
a) quali attività sono davvero vincolate dal progetto Einstein Telescope, e
b) possono i vincoli allargarsi in futuro?
La base normativa è l'articolo 47 della legge 21 aprile 2023, n. 41 (di conversione del decreto-legge 13/2023), nei commi da 9-ter a 9-sexies. Vale la pena notare, prima di tutto, il contesto: l'articolo 47 si intitola "Disposizioni in materia di installazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili" ed è dedicato, per la maggior parte del suo articolato, ad accelerare l'installazione di eolico e fotovoltaico in tutta Italia, comprese le cave dismesse. I commi su Einstein Telescope sono un'eccezione inserita dentro questa cornice, non una norma pensata da zero contro il comparto lapideo: nasce, con ogni evidenza, dall'esigenza di evitare che la stessa legge che spinge le rinnovabili sulle aree minerarie in disuso finisse per compromettere la candidatura di Sos Enattos.
Il comma 9-quinquies definisce le attività soggette ad autorizzazione "di concerto" con il Ministero dell'Università e della Ricerca, sentito l'INFN. Sono, testualmente, sei: estrazione di minerali da cave e miniere (l'intera sezione ATECO B); produzione di cemento, calce e gesso (23.5); fabbricazione di prodotti in calcestruzzo, cemento e gesso (23.6); taglio, modellatura e finitura di pietre (23.7); produzione di energia elettrica (35.11); costruzione di strade e ferrovie (42.1). È un elenco più circoscritto di quanto talvolta si sia detto nel dibattito: la fornitura di gas, vapore e aria condizionata, ad esempio, resta esplicitamente fuori — è vincolata solo la produzione elettrica in senso stretto, il che spiega perché tra le fonti rinnovabili sia stato sistematicamente respinto solo l'eolico, mentre il fotovoltaico ha ottenuto rinnovi.
C'è però un punto su cui è onesto riconoscere che i timori di un possibile ampliamento futuro hanno un fondamento reale, non solo sospetto: lo stesso comma 9-quinquies qualifica gli elenchi delle attività e dei Comuni coinvolti come validi "in sede di prima applicazione" — è la norma stessa a dire che non si tratta di un assetto definitivo. Il comma 9-sexies conferma che attività e territori comunali possono essere modificati con decreto del Ministro dell'Università e della Ricerca, sentito l'INFN. La modifica, tuttavia, non è un potere illimitato: è vincolata a "esigenze oggettive connesse alla preservazione della piena funzionalità dell'infrastruttura di ricerca e alla riduzione delle potenziali interferenze con essa", e segue la procedura del regolamento ministeriale (art. 17, comma 3, legge 400/1988), che nella prassi comporta il parere del Consiglio di Stato e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. È un potere reale, ma delimitato da uno scopo preciso e da un passaggio istituzionale tracciabile — non un vincolo che può allargarsi nel silenzio.
Un'ultima annotazione tecnica, ma non secondaria: il comma 9-quater dichiara "nulle e prive di efficacia" le autorizzazioni per impianti rinnovabili già concesse nell'area tramite una specifica procedura semplificata, alla data di entrata in vigore della legge. È una misura severa, che dà conto della serietà con cui il legislatore ha inteso proteggere il sito dalle interferenze — e che meriterebbe, essa sì, maggiore attenzione nel dibattito pubblico.
Le domande a cui la comunicazione istituzionale non risponde ancora
Ho confrontato la pagina ufficiale "Domande e Risposte" pubblicata dalla Regione Sardegna con le domande che circolano nel dibattito pubblico, ed emerge un divario significativo. Sulle attività agropastorali la Regione è netta: "non si prevedono limitazioni di sorta". Ma sulle "lavorazioni meccaniche legate ad usi minerari o simili" — il cuore della questione — la risposta ufficiale è che saranno "soggette a valutazione caso per caso, in accordo con le autorità competenti e secondo protocolli che saranno messi a punto". Tradotto: i protocolli non esistono ancora, nemmeno nella comunicazione pensata per rassicurare i cittadini.
Su tre domande che considero decisive, la pagina istituzionale è del tutto silenziosa:
cosa succede alle cave e ai cementifici già esistenti nell'area nel medio periodo?
quale procedura di coinvolgimento territoriale accompagnerà eventuali futuri decreti di modifica ai sensi del comma 9-sexies?
quali compensazioni, ristori o garanzie economiche sono previste per imprese e comunità eventualmente limitate.
L'unico dato quantitativo fornito sull'indotto è: circa 2.000 persone impiegate l'anno per i 12 anni di lavori, e "qualche centinaio di ricercatori" stabili a regime — un numero che segnala, onestamente, un modello economico strutturalmente diverso da quello di un distretto industriale-estrattivo, non una sua semplice sostituzione.
Questo vuoto informativo non è un argomento contro il progetto. È un argomento a favore di una richiesta precisa: le garanzie territoriali non possono restare implicite in un linguaggio di rassicurazione generica, vanno scritte, con numeri e scadenze.
Il territorio, in numeri
I venti Comuni indicati nell'Allegato 2 alla norma (tra cui Alà dei Sardi, Benetutti, Bitti, Buddusò, Dorgali, Lula, Nuoro, Orune, Orosei — quest'ultimo tecnicamente non incluso nell'elenco ma parte dello stesso bacino economico — Siniscola e Torpè) condividono un tratto comune che precede e supera la questione Einstein Telescope: uno spopolamento strutturale. La provincia di Nuoro, che li comprende quasi tutti, conta circa 159.000 abitanti con un tasso di crescita costantemente negativo (-10 per mille nel 2025) e un saldo migratorio in uscita di -1,5 per mille l'anno. L'età media è salita a quasi 49 anni, la popolazione over 65 sfiora il 28%, mentre la fascia 0-14 anni è scesa sotto il 10,3%.
Lula, il Comune che ospita Sos Enattos, è tra i più fragili: 1.215 abitanti a fine 2024, in calo del 26,9% dal 2001, con un saldo naturale di -17 nel solo 2024 (7 nascite, 24 morti). È un dato che va tenuto presente in ogni discussione sulle "ricadute": stiamo parlando di un'area che perde popolazione indipendentemente da cosa deciderà di fare Einstein Telescope.
Per calibrare correttamente la portata delle attività oggi vincolate, alcuni numeri concreti aiutano più di ogni discussione astratta. Il cementificio Buzzi Unicem di Siniscola, spesso citato come simbolo del comparto a rischio, occupa 53 addetti diretti secondo i dati pubblicati dall'azienda, con una capacità produttiva di 550mila tonnellate annue di cemento: un impianto rilevante per l'economia locale, ma con una base occupazionale diretta più contenuta di quanto la discussione pubblica talvolta lasci intendere. Il distretto del marmo di Orosei conta invece circa 15 aziende e oltre 1.000 addetti considerando l'indotto, con un fatturato annuo superiore ai 60 milioni di euro — qui la dimensione occupazionale è ben più significativa, e non a caso il settore lamenta quasi 8 milioni di euro di fondi pubblici destinati al comparto lapideo del Nuorese e non ancora spesi, un problema che viene da pensar sia dovuto a una qualche inadeguatezza di capacità di programmazione locale più che di scarsità di risorse.
Il distretto granitico di Buddusò-Alà dei Sardi, secondo la mappatura di Sardegna Ricerche, si estende in realtà su un'area più ampia dei due soli Comuni citati nell'Allegato 2 alla norma ET, comprendendo anche Aggius, Berchidda, Bortigiadas, Padru, Calangianus, Luogosanto, Luras, Sant'Antonio di Gallura, Telti e Tempio Pausania — un dettaglio non secondario, perché significa che la salute economica del distretto non dipende soltanto da quanto accade nei due Comuni direttamente coinvolti dai vincoli.
Nel solo Comune di Buddusò, che contava 3.762 abitanti a fine 2019 (in calo del 9% in vent'anni), il settore estrattivo occupava nel 2017 circa 80 imprese attive, con circa 180 addetti diretti e altri 200 indiretti — ma solo il 7% delle aziende effettuava lavorazione in loco: la maggior parte si limita a estrarre blocchi grezzi destinati alla trasformazione altrove, catturando quindi solo una parte del valore aggiunto del prodotto finito. Nel 2019, su 556 imprese attive complessivamente nel Comune, quelle classificate specificamente nel settore estrattivo risultavano 12, affiancate da 44 imprese manifatturiere (verosimilmente segherie e laboratori di prima lavorazione): un quadro non necessariamente in contraddizione con il dato del 2017, se si considera che le classificazioni ATECO separano l'estrazione in senso stretto dalla trasformazione. Le fonti locali attribuiscono la crisi del comparto soprattutto alla concorrenza di Cina, Brasile, India e Turchia, aggravata proprio dalla scarsa capacità di lavorazione in loco — un problema strutturale di cui ho consapevolezza fin dai primi anni successivi alla laurea, che precede Einstein Telescope di decenni, e che nessuna decisione sui vincoli, in un senso o nell'altro, risolverà da sola.
A questa fragilità strutturale si affianca però un caso pilota concreto di riconversione, il progetto europeo Life REGS II, che punta a rimuovere 47mila tonnellate di scarti di lavorazione (sfridi), ripristinare 10 ettari di paesaggio ed evitare l'estrazione di 51mila tonnellate di feldspato, con un risparmio stimato di 200 tonnellate di CO2 legato al mancato trasporto di feldspato dalla Turchia. Gli scarti di granito locale contengono, tra l'altro, litio, fosforo, cobalto, magnesio, bauxite, tungsteno, titanio e quarzo — materie prime critiche per le filiere a zero emissioni, per il digitale, per l'aerospazio. Non è un dettaglio marginale: è la dimostrazione che la riconversione da "cava che estrae" a "cava che recupera materiali critici per la ricerca e l'industria avanzata" non è un'ipotesi teorica, è un progetto già in corso, con finanziamenti europei.
Cosa significa, concretamente, governare questa transizione
Mettere insieme questi tre livelli — mercato, norma, territorio — porta a una conclusione diversa da entrambe le posizioni polarizzate che animano il dibattito pubblico.
Non è vero che Einstein Telescope minaccia un comparto altrimenti solido e prospero: il comparto lapideo, a livello globale, sta già cambiando pelle, eroso da materiali alternativi che crescono più in fretta, e il territorio in cui si trovano queste cave perde popolazione da vent'anni indipendentemente da qualunque decisione su ET. Ma non è nemmeno vero che i timori sollevati da imprese e cittadini siano privi di fondamento: la norma consente esplicitamente, in futuro, un ampliamento dei vincoli su attività e territori, e la comunicazione istituzionale, a oggi, non ha ancora colmato i vuoti più rilevanti su protocolli, compensazioni e procedure di coinvolgimento.
Da qui, alcune richieste concrete, sul modello di quanto proposto nei giorni scorsi da altri interlocutori del dibattito pubblico, ma ancorate ai numeri di questo articolo:
Ogni futura modifica degli Allegati 1 e 2 ai sensi del comma 9-sexies dovrebbe prevedere, oltre al parere obbligatorio dell'INFN già stabilito dalla legge, un passaggio informativo strutturato con i Comuni interessati, prima dell'adozione del decreto: non una cortesia, una condizione scritta nella prassi amministrativa con annessa esplicita condivisione.
I quasi 8 milioni di euro di fondi pubblici già stanziati per il comparto lapideo del Nuorese e non ancora spesi dovrebbero essere sbloccati e destinati prioritariamente a progetti di riconversione sul modello Life REGS II, replicabile oltre Buddusò.
La pagina istituzionale di comunicazione sull'Einstein Telescope dovrebbe essere aggiornata con risposte puntuali sulle tre domande oggi senza risposta: la sorte delle attività esistenti, la procedura di eventuali vincoli futuri, le compensazioni previste.
Qualunque percorso di sostegno alle imprese e ai lavoratori del comparto dovrebbe essere costruito guardando ai numeri reali di ciascun sito — cinquantatré addetti diretti a Siniscola, circa 180 nell'estrattivo di Buddusò, oltre mille considerando l'indotto a Orosei — invece che a una narrazione unica valida per l'intero territorio. Sono situazioni diverse per dimensione e per fragilità, e la fragilità più seria, a guardare i numeri, non è quella imposta da Einstein Telescope: è la bassa capacità di lavorazione in loco che da decenni lascia ad altri il valore aggiunto del granito sardo.
Nessuna di queste proposte nega il valore scientifico del progetto, né pretende di azzerare le legittime preoccupazioni di chi vive e lavora in queste aree. Serve, semmai, a ricordare che i grandi progetti non producono sviluppo per definizione, né lo negano per definizione: lo producono se qualcuno è capace di governarli, con dati alla mano invece che con convinzioni pregresse — mie comprese, quando necessario correggerle.
Fonti principali
Mordor Intelligence (Natural Stone Market);
Grand View Research (Engineered Stone Market);
Nomisma e Pambianco Design (settore lapideo italiano);
Legge 21 aprile 2023, n. 41, art. 47;
pagina "Domande e risposte" Einstein Telescope, Regione Sardegna;
ISTAT/tuttitalia.it (dati demografici provincia di Nuoro e Comune di Lula);
Buzzi Unicem (dati stabilimento di Siniscola);
Confindustria Sardegna Centrale (distretto del marmo di Orosei);
CIPNES Gallura e Sardegna Ricerche (distretto granitico di Buddusò-Alà dei Sardi);
progetto europeo Life REGS II (distretto granitico di Buddusò-Alà dei Sardi).



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