Einstein Telescope: distinguere i fatti dalle narrazioni non significa tradire una causa
- giuseppe melis

- 7 giorni fa
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Qualche giorno fa, a Lula, sono state incendiate le auto di due ricercatori dell'INGV impegnati nelle attività preliminari legate all'Einstein Telescope. Non è la prima intimidazione contro il progetto — un ordigno inesploso era già stato segnalato tre anni fa — ma è la più grave. Va condannata senza sconti, senza "se" e senza "ma": una comunità che discute un progetto e una comunità che intimidisce chi ci lavora sono due cose incompatibili. La seconda toglie la parola alla prima. E chi ha obiezioni serie sull'ET è il primo a pagarne il prezzo: da ora ogni argomento critico, anche il più fondato, verrà ascoltato con il rumore di fondo di due auto bruciate.
Proprio per questo vale la pena tornare su un punto che scrivevo qui lo scorso 26 luglio: il modo in cui discutiamo di un progetto dice già qualcosa di noi. Dice quanto siamo capaci di distinguere tra fatti, ipotesi e slogan. Nelle ultime settimane ho letto testi molto diversi sull'Einstein Telescope — un post che intreccia domande legittime a deduzioni indimostrate, un'intervista che prova a separare la diffidenza storica sarda dall'accusa di "colonizzazione per definizione", un documento che si sforza esplicitamente di etichettare ogni affermazione come documentata, da verificare o congetturale. Ho provato a fare lo stesso esercizio, controllando quello che si può controllare. Ecco cosa ho trovato.
Quello che regge alla verifica
I numeri sull'occupazione vanno letti per quello che sono.
Circolano da mesi i "36.000 posti di lavoro" dell'Einstein Telescope. La fonte istituzionale (un comunicato della Regione Sardegna) parla, testualmente, di "36.085 unità di forza lavoro" nei nove anni di costruzione — una metrica cumulata, non un numero di persone distinte assunte. A regime, le stime ufficiali parlano di alcune centinaia di posti stabili. Non è una critica maliziosa: è la lettura corretta di un dato tecnico che nella comunicazione pubblica viene sistematicamente semplificato. Chi lo segnala non sta insinuando nulla, sta solo leggendo la nota a piè di pagina.
Le garanzie occupazionali vincolanti, a oggi, non ci sono ancora.
Esistono strumenti di sostegno indiretto — un bando di Sardegna Ricerche da 4 milioni per inserire le PMI sarde nella filiera tecnologica — ma è la stessa CISL a chiedere, a luglio 2026, l'apertura di un tavolo dedicato alle ricadute occupazionali dentro la Cabina di Regia. Se un sindacato lo chiede ora, l'accordo vincolante non esiste ancora. È un punto fondato, non un'illazione.
Le criticità ambientali sono reali e non sono un pretesto.
Smarino (cioè il materiale di risulta che deve essere rimosso e trasportato fuori dal cantiere di scavo), interferenze con la circolazione idrica sotterranea, impatto dei cantieri, viabilità di servizio: sono questioni comuni a qualunque grande opera sotterranea, per cui esistono procedure di VIA, prescrizioni vincolanti e monitoraggi — ma l'esistenza della procedura non basta, conta la qualità dell'istruttoria e la possibilità di contraddittorio. La Conferenza di servizi preliminare del novembre 2025 è un passaggio preliminare, non un lasciapassare. Aggiungo un aspetto meno discusso: l'ET ha bisogno di silenzio sismico, e questo impone vincoli d'uso su un territorio ampio attorno al sito — è già emerso rispetto ai progetti eolici nel Nuorese. È un vero trade-off. Va negoziato apertamente e compensato, non taciuto né negato.
I vincoli territoriali esistono, sono già attivi, e vanno letti in prospettiva.
La base normativa è l'articolo 47, commi 9-ter e seguenti, del Decreto-Legge 24 febbraio 2023, n. 13, convertito con modificazioni dalla Legge 21 aprile 2023, n. 41 — i commi sull'Einstein Telescope non erano nel decreto originario, sono stati inseriti in sede di conversione parlamentare. Il comma 9-quinquies stabilisce che le attività economiche elencate nell'Allegato 1 al decreto, nei venti Comuni elencati nell'Allegato 2 — tra cui Lula, Nuoro, Bitti, Dorgali, Oliena, Siniscola — necessitano di un'autorizzazione rilasciata "di concerto" con il Ministero dell'Università, sentito l'INFN. L'Allegato 1 elenca sei soli codici ATECO: estrazione di minerali da cave e miniere; produzione di cemento, calce e gesso; fabbricazione di prodotti in calcestruzzo, cemento e gesso; taglio, modellatura e finitura di pietre; produzione di energia elettrica; costruzione di strade e ferrovie. Nella pratica, su una trentina di richieste presentate dal 2023, l'unica categoria sistematicamente respinta è stata l'installazione di nuovi impianti eolici — un dettaglio che mette in tensione diretta due priorità entrambe presentate come "sviluppo verde": la ricerca scientifica e la transizione energetica, sullo stesso territorio, sulle quali, peraltro, in tanti — io per primo, favorevolissimo alla transizione — poniamo questioni imprescindibili sul come questa deve e può essere fatta (per esempio dando la priorità alle aree industriali e degradate, piuttosto che a quelle agricole e paesaggistiche). In ogni caso, quattro punti meritano di essere chiariti, perché cambiano la lettura del problema.
Primo: questi vincoli non sono un effetto futuro del progetto, sono già in vigore dal 22 aprile 2023 — da prima ancora che la candidatura di Sos Enattos fosse formalizzata, e più di tre anni prima dell'avvio del cantiere di ET-SUnLab. Chi li presenta come una conseguenza che scatterà "quando" il telescopio sarà operativo sta descrivendo qualcosa che è già realtà da tre anni.
Secondo: le attività agropastorali non sono incluse — l'Allegato 1 elenca sei soli codici ATECO (come indicate poc’anzi), e la Sezione A della classificazione ATECO — agricoltura, silvicoltura, pesca e allevamento — non compare. Il punto è verificato sul testo normativo, non su fonti giornalistiche.
Terzo, c'è un aspetto di governance confermato testualmente dalla norma, non solo un'ipotesi: il comma 9-sexies permette di ampliare sia l'elenco dei Comuni sia quello delle attività vincolate con un semplice decreto ministeriale (adottato ai sensi dell'art. 17, comma 3, della Legge 400/1988), sentito solo l'INFN — senza alcun passaggio previsto per Regione o Comuni. È una clausola aperta, ed è legittimo chiedere che venga resa più stringente o quantomeno sottoposta a un contraddittorio locale.
Quarto, ed è un punto da non sottovalutare: il comparto estrattivo sardo è in calo strutturale da decenni, indipendentemente dall'ET — nel solo settore piombo-zincifero si è passati da circa 9.000 addetti nel 1951 a poco più di 1.800 nel 1979, e il trend nazionale delle cave autorizzate è sceso da 5.725 nel 2008 a 4.168 nel 2021. Il vincolo non genera quel declino, si sovrappone a un settore che si stava già restringendo — e riguarda proprio due dei sei codici ATECO elencati (estrazione da cave/miniere, taglio pietre). La domanda, allora, non è se l'estrattivo subirà un colpo dall'ET. È se, nei tre anni già trascorsi da quando il vincolo è attivo, qualcuno abbia lavorato per riqualificare chi lavorava in quel settore verso competenze utili a un'economia della conoscenza. Al momento la risposta è: non ancora in modo sistematico — solo un bando da 4 milioni per le PMI e una richiesta sindacale, non ancora un piano organico di formazione e riconversione.
A questo proposito, tuttavia, c'è un altro ragionamento ancora più a monte, che a mio modesto avviso vale la pena esplicitare. Chi lavora oggi nell'estrattivo sardo, tra un decennio, sarà in gran parte prossimo alla pensione o già in pensione — è la fisiologia di un settore che invecchia. Il punto, allora, non è tanto rincorrere la riqualificazione di chi c'è già, quanto chiedersi cosa dovrebbero scegliere di studiare i più giovani, che quella scelta devono ancora farla. Cave e miniere sono attività ad alto impatto ambientale e, i dati lo confermano, effettivamente pericolose: secondo i dati INAIL sul quinquennio 2015-2019, le menomazioni permanenti pesano per il 14,9% degli indennizzi nel comparto estrattivo, contro l'8% della media di industria e servizi — quasi il doppio.
Se il settore è comunque destinato a restringersi — vincolo dell'ET o no — ha poco senso puntare su un ricambio generazionale nello stesso mestiere, specie in un campo che espone a rischi superiori alla media senza che la retribuzione se ne discosti in proporzione: uno stipendio medio da operaio specializzato, contro un rischio doppio della media di settore. Ha più senso che i giovani di quei territori si formino per occuparsi di ciò che quel settore lascerà dietro di sé: penso al recupero e alla bonifica ambientale delle cave dismesse, che è essa stessa una competenza tecnica avanzata, remunerativa, e perfettamente coerente con un'economia verde, digitale e circolare — non un ripiego rispetto all'estrattivo, ma un salto di qualità. E se parliamo di un territorio che ospiterà, se si realizzerà, uno dei più grandi laboratori di ricerca al mondo, il salto può essere anche più netto: un ricercatore in un campo come questo può ambire a un reddito ben superiore a quello di un operaio specializzato, ed è esattamente il tipo di prospettiva che dovrebbe orientare le scelte di chi oggi sta decidendo cosa studiare.
Quello che non regge alla verifica di certe narrazioni
La riclassificazione dei Comuni montani non è un tassello di un disegno contro le aree interessate dall'ET.
Il 22 luglio 2026 sono entrati in vigore nuovi criteri nazionali (altitudine e pendenza) che hanno tolto lo status di "montano" a 102 Comuni sardi su base uniforme in tutta Italia — compresi paesi del Sulcis costiero che con l'Einstein Telescope non hanno nulla a che fare — mentre nel Nord Italia i Comuni montani sono aumentati di 66. E soprattutto: chi protesta con più forza contro questa riclassificazione, definendola una scelta ingiusta del Governo, è la stessa Giunta regionale che una parte del dibattito accusa di essere compiacente verso ogni grande opera calata dall'alto. Una Regione che va a Roma a battersi contro il proprio declassamento non si concilia bene con l'idea di una regia che indebolisce deliberatamente le aree interne per far posto a un'infrastruttura. E, chi mi legge, sa bene che io non sono schierato pregiudizialmente a favore di questo governo regionale.
La "gara truccata" non descrive la situazione attuale.
La candidatura non è più nemmeno un confronto binario Sardegna-Olanda: da gennaio 2026 esiste una candidatura congiunta Sardegna-Sassonia (due rivelatori a geometria a L), consolidata il 17 luglio scorso, con decisione europea attesa entro fine anno. È vero che la Sardegna ha investito per decenni per arrivare più preparata degli altri candidati — ma prepararsi meglio è diverso da un esito già scritto altrove.
Il "dual use" è una categoria giuridica, non un'accusa fondata di finalità militare.
È vero che diverse tecnologie abilitanti dell'ET — laser ultrastabili, ottica di precisione, criogenia, sensoristica inerziale — appartengono a famiglie di tecnologie con applicazioni anche militari. Ma questo vale per quasi tutta la strumentazione scientifica avanzata: se bastasse a rendere "militare" un'opera, lo sarebbe qualunque laboratorio di fisica in Europa. Ciò che distingue un'infrastruttura di ricerca da un'installazione militare è la governance — chi la controlla, cosa produce, chi accede ai dati — e l'ET nasce come infrastruttura multinazionale con prassi di pubblicazione aperta dei dati. La diffidenza sarda verso le installazioni "strategiche" ha ragioni storiche precise e documentate — la Sardegna ospita una quota sproporzionata delle servitù militari italiane, da Quirra a Teulada a Capo Frasca — proprio per questo, estendere quel sospetto in automatico a un progetto che non lo è indebolisce chi ha bisogno di credibilità per contestare le servitù vere.
Cosa dicono i casi reali
Vale la pena guardare a cosa hanno prodotto, altrove, infrastrutture di ricerca paragonabili — senza appiattire i casi diversi sullo stesso esito. VIRGO, a Cascina, ha generato poca occupazione diretta ma altamente qualificata (circa 50 persone di organico stabile, oltre 150 scienziati nella rete franco-italiana) e un indotto tecnologico reale nel tempo, dagli algoritmi riadattati alla diagnostica per Alzheimer alla previsione sismica. I Laboratori del Gran Sasso mostrano che un polo scientifico di rilievo mondiale può convivere per decenni con un territorio che ne cattura solo in parte i benefici: non è l'infrastruttura a produrre sviluppo locale, è la capacità di assorbimento del territorio — formazione tecnica, imprese qualificate come fornitori, competenze che restano. Il CERN e l'osservatorio ALMA mostrano l'esito opposto, dove quella capacità è stata costruita per tempo. E c'è anche un caso di paralisi pura: LLAMA, il radiotelescopio italo-argentino a cui lavora lo stesso Ciriaco Goddi, bloccato da anni per scelte politiche del governo centrale dopo investimenti iniziali importanti — la prova che un'occasione, se non colta, non necessariamente ritorna.
I ricercatori sardi non sono spettatori
Una parte del dibattito immagina l'ET come un'operazione condotta da fuori su un territorio passivo. È un'immagine falsa, e lo è in modo verificabile. Goddi — astrofisico di Orune, uno dei Comuni più direttamente coinvolti, tra gli scienziati che hanno contribuito alla prima immagine di un buco nero — lo ha detto con chiarezza in un'intervista a La Stampa del 5 agosto: i ricercatori sardi lavorano già all'INFN, all'INAF, alle Università di Cagliari e Sassari, al CNR, all'INGV. E la stessa Università di Cagliari — dove lavoro — è parte attiva della candidatura tecnica: i laboratori ETIC di ottica e optoelettronica sviluppati con l'INFN, il progetto architettonico del centro di ricerca ET-SUnLab curato dal Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e architettura. Non è retorica istituzionale: sono nomi, dipartimenti, progetti verificabili.
Cosa significa, in concreto, costruire l'opportunità
A luglio scrivevo che le opportunità non si distribuiscono come la pioggia, vanno costruite — e che questo richiede un lavoro collettivo di istituzioni, università, imprese, comunità. Un gruppo di soci Nurnet ha provato a tradurre quel principio in una lista di condizioni concrete, che mi sembra il modo più utile di chiudere questo ragionamento: pubblicazione integrale degli studi geologici e idrogeologici con dati grezzi verificabili; un piano di gestione dello smarino definito prima dell'approvazione; monitoraggio idrogeologico indipendente con baseline pre-cantiere; bilancio energetico dichiarato; una mappa esplicita dei vincoli d'uso imposti al territorio, con le relative compensazioni; impegni vincolanti — non stime — su quote di fornitura locale e criteri di assunzione trasparenti; chiarezza sulla governance dell'infrastruttura; un piano B dichiarato nel caso la scelta europea cada altrove.
Nessuna di queste otto richieste presuppone di essere favorevoli o contrari al progetto. Presuppone solo di prenderlo sul serio.
Una conclusione provvisoria
L'attentato di Lula non ha creato la polarizzazione del dibattito sardo sull'Einstein Telescope. Ma le ha tolto ossigeno, perché ora ogni voce critica rischia di essere ascoltata attraverso il rumore di due auto bruciate. Le voci che provano a fare l'esercizio più difficile — distinguere cosa è documentato, cosa va verificato e cosa è congettura — esistono già, dentro la Sardegna, non fuori. Il problema non è la loro assenza. È che vengono coperte. Recuperarle, e usarle come base per pretendere di più — non per tifare, non per condannare — è forse l'unico modo perché questa storia non finisca come le altre.



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