Einstein Telescope: il vero problema non è il progetto. È come decidiamo di affrontarlo.
- giuseppe melis

- 26 lug
- Tempo di lettura: 6 min

Ogni volta che una grande trasformazione si affaccia sul futuro della Sardegna, il dibattito pubblico sembra seguire uno schema ormai prevedibile. Da una parte c'è chi vede nell'iniziativa la soluzione di molti problemi. Dall'altra chi vi riconosce l'ennesima occasione nella quale il territorio verrà sfruttato senza ottenere benefici proporzionati.
L'Einstein Telescope non fa eccezione. Nel corso degli ultimi mesi si sono moltiplicate analisi, prese di posizione, comunicati, post e discussioni che oscillano continuamente tra entusiasmo e scetticismo, spesso espressi come se il futuro fosse già scritto.
È un confronto legittimo. Anzi, è persino necessario. Mi chiedo però se la domanda dalla quale stiamo partendo sia quella giusta. Forse il punto non è stabilire oggi se l'Einstein Telescope rappresenti una straordinaria opportunità oppure l'ennesima forma di sfruttamento del territorio che ripropone dinamiche storicamente già sperimentate dalla Sardegna. Forse la domanda dovrebbe essere un'altra: che cosa farà la Sardegna perché quell'eventuale opportunità diventi realmente un'opportunità? E cosa farà per evitare che possa trasformarsi nell'ennesima operazione coloniale?
Sono domande molto diverse da quelle che affrontano il tema. E sono domande che, a mio avviso, riguardano non soltanto l'Einstein Telescope ma più in generale, il futuro di questa terra di Sardegna.
Il cambiamento non produce automaticamente sviluppo
La storia economica offre esempi di grandi investimenti che hanno generato risultati molto differenti in territori apparentemente simili. Il polo petrolchimico di Sarroch e Portovesme, in Sardegna, resta l'esempio più istruttivo in negativo: decenni di investimenti industriali importanti che non sono riusciti a generare un indotto locale robusto né una vera diversificazione delle competenze, lasciando il territorio dipendente da un unico settore ad alta intensità di capitale e bassa intensità occupazionale. All'opposto, il CERN a Ginevra o l'osservatorio ALMA in Cile mostrano come una grande infrastruttura scientifica possa diventare motore di indotto, formazione e attrazione di competenze — ma solo dove il territorio ha saputo prepararsi per tempo, costruendo filiere locali attorno all'infrastruttura invece di limitarsi a ospitarla.
La differenza, quasi mai, è stata determinata esclusivamente dall'investimento. È dipesa soprattutto dalla capacità delle istituzioni, delle imprese, delle università e delle comunità locali di prepararsi, cooperare e orientare il cambiamento. Questo significa che nessuna infrastruttura, per quanto importante, produce automaticamente valore.
Le opportunità non si distribuiscono come la pioggia. Vanno costruite.
La Sardegna non è una spettatrice
Nel dibattito pubblico si parla spesso della Sardegna come se fosse il luogo nel quale qualcosa accadrà. Questa immagine è profondamente fuorviante. La Sardegna non è, e non dovrebbe essere, il palcoscenico sul quale altri recitano una storia già scritta. È uno dei protagonisti di quella storia, almeno nella misura in cui sceglie di essere soggetto e non semplice destinatario delle decisioni altrui. Essere protagonisti non significa poter decidere tutto. Significa riconoscere che, entro i limiti delle proprie responsabilità, ciascun attore può contribuire a orientare il risultato finale.
Naturalmente, la responsabilità principale ricade sulle istituzioni. Saranno il Governo, la Regione, gli enti locali e gli organismi europei a definire il quadro delle politiche pubbliche, degli investimenti, delle regole e delle strategie di accompagnamento. Sarebbe ingenuo negarlo.
Ma sarebbe altrettanto riduttivo immaginare che il futuro dipenda esclusivamente dalla politica. La qualità degli effetti che un'infrastruttura come l'Einstein Telescope potrà produrre dipenderà soprattutto da due attori: le università, chiamate a interrogarsi su quali nuove competenze formare, e le imprese, chiamate a valutare se e come investire per entrare nelle future filiere produttive. Attorno a questi due poli si muovono poi le scuole, che dovranno avvicinare i giovani alle discipline scientifiche e tecnologiche; le associazioni professionali e di rappresentanza, che potranno accompagnare la diffusione di nuove competenze e i processi di innovazione; le comunità locali, chiamate a partecipare ai processi decisionali; e infine ciascun cittadino, che potrà scegliere se limitarsi a osservare il cambiamento oppure cercare di comprenderlo, partecipando al dibattito pubblico con spirito critico ma anche con la disponibilità a informarsi e contribuire alla costruzione di soluzioni.
In altre parole, la governance non coincide con l'azione delle istituzioni. È la capacità di una comunità di mettere in relazione responsabilità diverse verso un obiettivo comune.
Le preoccupazioni legittime e le opportunità che non si considerano
Il dibattito pubblico tende quasi sempre a contabilizzare le perdite potenziali. È un esercizio necessario. Ecco perchè occorre interrogarsi su:
Quali attività dovranno essere ripensate?
Quali vincoli nasceranno?
Quali costi sociali potrebbero emergere?
Sono interrogativi che meritano risposte serie. Mi colpisce però che molto più raramente venga posta una domanda complementare.
Che cosa potrebbe guadagnare il territorio se fosse capace di accompagnare questo processo?
Non mi riferisco soltanto alle risorse economiche. Mi riferisco soprattutto alla qualità dello sviluppo. Un territorio non cresce semplicemente perché aumenta il numero delle attività economiche. Cresce quando riesce ad aumentare il valore che produce attraverso il lavoro, la conoscenza, l'innovazione e le competenze.
Questo non significa contrapporre l'agricoltura alla ricerca, l'allevamento all'innovazione o le attività tradizionali alle nuove tecnologie.
Significa chiedersi se una grande infrastruttura scientifica possa contribuire ad arricchire la struttura economica della Sardegna, affiancando nuove attività ad alta intensità di conoscenza a quelle già esistenti. E qui il caso dell'Einstein Telescope offre un'immagine particolarmente concreta di questo passaggio: il sito candidato è Sos Enattos, un'ex miniera dismessa nel Nuorese. Non si tratta quindi di un'ipotesi astratta di trasformazione da attività estrattive a elevato impatto ambientale verso attività di ricerca, ingegneria, gestione di infrastrutture scientifiche, servizi tecnologici avanzati e trasferimento dell'innovazione: è, letteralmente, quello che potrebbe accadere in quel luogo specifico, sullo stesso terreno che per decenni ha rappresentato l'economia mineraria sarda. Se questa trasformazione si realizzasse, non assisteremmo semplicemente a una sostituzione di posti di lavoro. Assisteremmo a una trasformazione qualitativa del capitale umano e del sistema produttivo, con un valore anche simbolico difficile da replicare altrove
Naturalmente nulla di tutto questo avverrebbe e avverrà automaticamente. Tutto ciò richiede, già oggi, e richiederà sempre di più formazione, politiche industriali, investimenti nelle competenze, capacità imprenditoriale e una strategia di lungo periodo. Ma è proprio questo il punto: le grandi infrastrutture non producono soltanto effetti economici diretti. Possono modificare la traiettoria evolutiva di un territorio.
La domanda, allora, non è soltanto che cosa rischiamo di perdere. La domanda è anche quale Sardegna vogliamo contribuire a costruire nei prossimi trent'anni.
Le domande che dovremmo iniziare a porci
Per i motivi indicati poc’anzi, forse, dovremmo cominciare a spostare il dibattito. Invece di domandarci esclusivamente quanti posti di lavoro produrrà l'Einstein Telescope, potremmo iniziare a chiederci:
Quali competenze professionali saranno necessarie tra dieci anni?
Come preparare oggi i giovani a quelle competenze?
Quali imprese sarde potrebbero entrare nelle future filiere produttive?
Quali investimenti in ricerca e innovazione dovrebbero essere avviati già ora?
Come evitare che le migliori opportunità vengano intercettate esclusivamente da soggetti esterni?
Come accompagnare le comunità locali nei cambiamenti che inevitabilmente si produrranno?
Come monitorare nel tempo gli effetti economici, sociali e ambientali del progetto?
Come fare perché il sapere prodotto dall'Einstein Telescope non rimanga confinato all'infrastruttura, ma diventi patrimonio diffuso della società sarda?
Queste domande non sostituiscono quelle sugli impatti. Le rendono finalmente utili.
Un metodo che vale oltre l'Einstein Telescope
A ben vedere, il ragionamento che voglio proporre riguarda anche altre grandi trasformazioni che stanno interessando la Sardegna. Vale, per fare un solo esempio ravvicinato, per la transizione energetica: anche lì il territorio si trova davanti alla stessa alternativa, tra il subire impianti calati dall'alto e il costruire per tempo le competenze e le filiere che permettano di trarne valore duraturo.
Ogni volta ci troviamo davanti allo stesso bivio. Possiamo limitarci a reagire agli eventi, dividendoci tra sostenitori e oppositori. Oppure possiamo provare a comprenderli, studiarli e costruire le condizioni perché producano valore per la nostra comunità.
La differenza è enorme: nel primo caso il futuro viene percepito come qualcosa che accade; nel secondo come qualcosa che, almeno in parte, può essere orientato..
Una responsabilità collettiva
Confesso una preoccupazione. Talvolta ho l'impressione che, come comunità, dedichiamo più energie a commentare ciò che accade che a prepararci a ciò che potrebbe accadere.
Ora, la critica è indispensabile, le domande sono indispensabili, il controllo pubblico è indispensabile. Ma tutto questo rischia di diventare sterile se non è accompagnato dalla capacità di elaborare proposte, costruire competenze e immaginare scenari.
Una comunità, tuttavia, cresce quando affianca al diritto di criticare anche il dovere di progettare.
Una conclusione provvisoria
Non so se l'Einstein Telescope verrà realizzato in Sardegna. Oggi nessuno può saperlo. So però che il modo in cui stiamo discutendo di questo progetto dice già qualcosa di noi. Dice quale idea abbiamo dello sviluppo. Dice quanto siamo disposti a studiare prima di giudicare. Dice quanto siamo capaci di distinguere tra fatti, ipotesi e slogan. E, soprattutto, dice se ci consideriamo semplici destinatari del cambiamento oppure soggetti capaci di orientarlo. Forse è questa la domanda che dovremmo iniziare a rivolgerci più spesso. Non soltanto per l'Einstein Telescope. Ma ogni volta che il futuro bussa alla porta della Sardegna.



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