Europa tra due fuochi: il dovere di una terza via
- giuseppe melis
- 16 ago
- Tempo di lettura: 10 min

In un mondo schiacciato tra vecchi e nuovi imperialismi, l’Europa deve trovare il coraggio di una terza via: autonoma, coerente con il diritto internazionale, capace di proporre un modello politico e sociale fondato su diplomazia, innovazione e solidarietà globale.
Rifondare l’ONU, riformare l’UE e sostenere l’autodeterminazione pacifica di popoli e nazioni senza Stato non sono utopie, ma condizioni per evitare che il XXI secolo sia dominato dalla prepotenza di pochi e dalla sudditanza di molti.
1. L’evento e il segnale
L’incontro in Alaska tra il magnate Donald Trump e l’autocrate sanguinario ex agente del sovietico KGB Vladimir Putin non è solo un atto di politica estera, ma un segnale strategico: due leader che, pur provenendo da contesti diversi, condividono una visione del potere come dominio e una concezione delle relazioni internazionali basata sulla forza e sulle sfere di influenza. Come scrive Hans Morgenthau (Politics Among Nations, 1948), il “realismo politico” tende a ridurre la politica internazionale a una competizione per il potere; ed è proprio per questo che deve essere bilanciato da regole e istituzioni forti, capaci di limitare l’arbitrio.
Il vertice di Anchorage (agosto 2025) lo ha confermato: Putin ha avanzato condizioni di tregua che prevedevano la cessione del Donetsk, mentre Trump ha cercato di presentarsi come mediatore globale senza però ottenere un vero cessate il fuoco. Le reazioni europee sono state immediate: da Berlino a Parigi, fino a Roma e Londra, i leader hanno ribadito che nessun accordo è accettabile senza Kiev al tavolo. L’UE ha perfino proposto un summit trilaterale con Trump e Zelensky, segnale di una volontà di contare ma ancora senza strumenti effettivi di autonomia.
Non sorprende che in Italia e in Sardegna ci siano commentatori che leggono questo incontro come una vittoria del “realismo” e della “libertà dalle élite di Bruxelles”, dimenticando che — secondo l’UNHCR — l’aggressione russa ha già provocato oltre 6,3 milioni di rifugiati ucraini e più di 10.000 vittime civili accertate (dicembre 2024). A questi vanno aggiunti milioni di sfollati interni e una devastazione infrastrutturale stimata in 524 miliardi di dollari di costi di ricostruzione e ripresa (RDNA4, stima al 31 dicembre 2024; Banca Mondiale, 2024).
2. Il tifo tossico e l’illusione dell’ “anti-sistema”
Una parte consistente dell’opinione pubblica ha smesso di credere nella riformabilità dei sistemi democratici e si schiera con chiunque si proclami “contro il sistema”, anche se si tratta di regimi autoritari che reprimono la libertà di stampa, perseguitano il dissenso e calpestano i diritti civili. Come sottolinea Raymond Aron (Paix et guerre entre les nations, ed. 2004), “la distruzione dell’equilibrio non garantisce la giustizia, ma spesso rafforza il più forte”.
Ma tant’è che in Sardegna e in Italia, una massa di cittadini — spesso seguaci di personaggi che non supererebbero un concorso per netturbino o per bidello — legittima e amplifica slogan distruttivi “anti-sistema” pur essendo essi stessi parte integrante del degrado politico e culturale. Lo fanno, paradossalmente, in un contesto in cui proprio la “politica di piazza” senza progetti concreti ha contribuito a consegnare il potere a forze reazionarie e regressive.
3. La critica necessaria all’UE
Secondo lo Standard Eurobarometer 101 (primavera 2024), il 69% degli europei è favorevole a una politica estera comune e il 77% sostiene una politica di difesa e sicurezza comune: segnale di domanda di maggiore capacità d’azione autonoma dell’UE.
Il vertice di Anchorage ha reso questa debolezza evidente: mentre Stati Uniti e Russia trattavano direttamente, l’Europa restava “ospite tollerata”, incapace di definire una linea comune oltre alle dichiarazioni di sostegno all’Ucraina. È un esempio lampante di come l’UE, pur avendo consenso popolare per rafforzarsi, resti prigioniera delle sue architetture istituzionali deboli e frammentate.
Questa debolezza deriva anche da un’architettura istituzionale mal concepita: la Commissione Europea ha solo poteri di proposta, è composta da rappresentanti dei governi nazionali (spesso in ostaggio delle loro agende interne) e non trae legittimazione diretta dal voto popolare come il Parlamento Europeo. Finché la rappresentanza sarà centrata sugli Stati e non sui popoli, l’UE resterà un ibrido inefficace.
Un’Europa matura, democratica, rappresentativa dei popoli e non degli Stati (il vero problema di questo contesto) dovrebbe:
parlare con una sola voce;
definire una strategia autonoma di relazioni internazionali oltre che di sicurezza e sviluppo;
porsi come partner credibile per Paesi e popoli che non vogliono essere schiacciati tra Washington, Mosca, Pechino o Delhi.
4. Il primato del diritto, senza sudditanza
Come scriveva Immanuel Kant in Per la pace perpetua (1795), la pace duratura non nasce dalla benevolenza dei potenti ma da leggi comuni e vincolanti. Difendere il diritto significa:
condannare senza esitazioni l’aggressione russa all’Ucraina;
denunciare le violazioni sistematiche di Israele contro i civili palestinesi (oltre 36.000 morti secondo UN OCHA, maggio 2025);
criticare le ingerenze USA che hanno destabilizzato intere regioni (Iraq, Afghanistan, America Latina);
opporsi alla pressione militare e politica della Cina su Taiwan, una delle democrazie più libere d’Asia secondo Freedom House (94/100).
Difendere il diritto significa anche rifiutare la sudditanza: no all’allineamento cieco verso un alleato, no all’accettazione passiva della prepotenza di una potenza ostile.
5. Autodeterminazione delle nazioni senza Stato
Il diritto internazionale (Carta ONU, art. 1.2; Risoluzione 2625/1970) riconosce il principio di autodeterminazione, purché esercitato pacificamente e democraticamente. Catalani, baschi, scozzesi, sardi, curdi, saharawi: tutti popoli che chiedono il riconoscimento di una soggettività politico-istituzionale. Eppure, in Italia, forze reazionarie come quelle oggi al governo continuano a parlare di “un’unica nazione italiana” ignorando la realtà plurinazionale dello Stato. Come ricordava Giuseppe Mazzini, “ogni nazione è missione” — e negare il diritto a esprimerla significa perpetuare conflitti latenti.
6. Per una società multipolare
Se vuole contare, l’UE deve collocarsi in un mondo multipolare autentico, non come spettatrice ma come attore centrale della sua costruzione. Secondo il World Bank World Development Indicators 2024, il G7 rappresenta oggi meno del 30% del PIL mondiale (a parità di potere d’acquisto), mentre i Paesi emergenti del G20 superano il 50%.
La scena di Anchorage lo dimostra: l’ordine mondiale non è più un duello Est–Ovest, ma un mosaico in cui Asia, America Latina e Africa reclamano voce. Se l’Europa non costruirà la sua terza via, sarà marginalizzata, condannata a scegliere ogni volta a chi obbedire invece che a chi dialogare.
In un ordine multipolare:- la cooperazione deve prevalere sulla coercizione;- la concorrenza deve essere di innovazione e competenza, non di arsenali;- la legittimità politica deve fondarsi sul consenso e sulla capacità di garantire benessere diffuso.
7. Rifondare l’ONU
Nel 2024 il Consiglio di Sicurezza ha registrato 8 veti, il numero annuo più alto dal 1986, segno della paralisi dell’assetto attuale dell’ONU. Per questo è necessario:
superare il veto permanente nel Consiglio di Sicurezza (strumento che nel 2023–2024 ha bloccato oltre 30 risoluzioni su conflitti e crisi umanitarie);
garantire rappresentanza reale alle aree oggi marginalizzate, in particolare Africa e Sud globale;
rendere vincolanti le decisioni in materia di protezione dei civili e rispetto dei diritti umani.
Come ricorda Jürgen Habermas (La costellazione postnazionale, 1998), occorre “costituzionalizzare” il diritto internazionale, trasformandolo da cornice etica a sistema giuridico effettivo. Questo lo si fa innanzitutto con gli Stati che vogliono aderire a questa prospettiva. Non è necessaria l'unanimità. Anzi, questa sarebbe un freno perchè qualcuno contrario, per interesse, convenienza o pretesto ideologico ci sarà sempre.
8. Ripensare l’UE in questa prospettiva
L’UE deve riformarsi per essere credibile:
- respingere i nazionalismi ottocenteschi incarnati da Meloni, Orban e altri governi reazionari (dati Freedom House: Ungheria 66/100, Italia in calo da 5 anni);
- integrare solidarietà interna e responsabilità globale;
- includere nella sua identità democratica la tutela delle nazioni senza Stato.
Serve una presa di coscienza dei cittadini: basta con il gettare “merda” per sfogarsi, bisogna diventare parte attiva della costruzione europea, facendo pressione per riformarla. Altrimenti continueranno a prosperare personaggi come Salvini e Meloni, che incarnano — con prove documentate nelle loro stesse dichiarazioni pubbliche — incoerenza e opportunismo politico.
9. Contro i “tutti uguali”
L’argomento “tutti sono uguali” è un alibi per non scegliere. È falso:
non è uguale subire un’invasione o perpetrarla;
non è uguale vivere in una democrazia imperfetta o in un regime che reprime ogni libertà;
non è uguale chiedere riforme e coerenza o tifare per il caos.
Questo è qualunquismo da bar, che in Sardegna ha assunto toni grotteschi: si invoca l’indipendenza come mantra magico, senza uno straccio di progetto credibile, senza analisi economica, giuridica o politica. È normale che simili posizioni restino confinate a rappresentanze marginali.
10. La terza via che propongo
La terza via che immagino per l’Europa non è una posizione di comoda neutralità né una postura oscillante a seconda di chi sembra momentaneamente vincente sul piano internazionale. È una strategia attiva, fondata su cinque pilastri che devono essere perseguiti con coerenza e senza timori reverenziali verso nessuno.
Alla luce degli ultimi eventi, la necessità è più evidente: se Trump e Putin si stringono la mano senza cambiare la sostanza della guerra, e se l’UE resta relegata al ruolo di “notaio indignato”, allora o si sceglie la terza via oppure si accetta la marginalità storica.
a. Autonomia strategica dell’UE, senza sudditanza a nessun blocco.L’Unione Europea deve essere in grado di definire le proprie priorità politiche, economiche e di sicurezza in base ai propri interessi e valori, non per compiacere un alleato dominante.Autonomia strategica significa poter dire “sì” o “no” a Washington, Mosca o Pechino sulla base di un’analisi lucida e di un consenso interno europeo, non come reazione pavloviana a pressioni esterne. Significa anche investire in capacità militari, industriali, tecnologiche e diplomatiche proprie, per non essere costretti a subire l’agenda di altri. Secondo Eurostat (2024), oltre il 60% delle forniture energetiche dell'UE proviene ancora da paesi extra-UE, evidenziando una vulnerabilità strutturale che mina la capacità decisionale autonoma. L'obiettivo deve essere quello di diversificare approvvigionamenti, filiere industriali e collaborazioni strategiche, per ridurre la dipendenza non solo dagli USA in ambito militare, ma anche da Russia, Cina e altre potenze in settori chiave.
b. Coerenza nell’applicare il diritto internazionale.Il diritto non è una bandiera da sventolare solo quando fa comodo. Deve valere in Ucraina come in Palestina, in Taiwan come in Africa subsahariana. Un’Europa coerente non può chiudere gli occhi davanti ai crimini di guerra commessi da un alleato o da una potenza con cui intrattiene rapporti commerciali privilegiati. La credibilità internazionale si misura sulla capacità di applicare i principi anche quando comportano costi politici o economici. Amnesty International (2024) e Human Rights Watch (2024) hanno evidenziato come l'UE applichi criteri doppi, ad esempio adottando sanzioni severe contro la Russia per l'invasione dell'Ucraina, ma mantenendo rapporti economici privilegiati con Israele nonostante le ripetute violazioni del diritto internazionale in Palestina. La coerenza richiede un'applicazione universale delle regole, senza eccezioni per alleati strategici o partner commerciali.
c. Diplomazia e innovazione come armi principali.In un mondo in cui le tensioni militari sono già altissime, l’Europa deve essere il laboratorio della diplomazia creativa e della risoluzione dei conflitti, investendo in mediazione, cooperazione culturale, scienza e tecnologia civile. Per questo sarebbe auspicabile che si iniziasse a intavolare seri negoziati con gli altri grandi Stati del mondo asiatico (Cina e India ma anche altri che da questi sono messi in difficoltà), dell’Almerica latina, dell’Africa, del Medio Oriente. L’innovazione, non la forza bruta, è ciò che può dare all’UE un vantaggio competitivo: tecnologie verdi, intelligenza artificiale etica, medicina, istruzione di qualità, infrastrutture sostenibili. Queste sono le “leve” che possono rendere l’Europa indispensabile al resto del mondo.
d. Solidarietà globale per ridurre disuguaglianze.Un’Europa forte è un’Europa che sa che le sue sorti sono legate a quelle del resto del pianeta. La solidarietà non è un gesto caritatevole, ma un investimento nella stabilità globale: significa politiche commerciali e di sviluppo che favoriscano la crescita dei Paesi del Sud del mondo, la gestione condivisa delle risorse, la lotta ai cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare. Ridurre le disuguaglianze globali significa anche ridurre le cause profonde delle migrazioni forzate e dei conflitti. Secondo la Banca Mondiale (2023), il 10% più ricco della popolazione mondiale detiene oltre il 76% della ricchezza complessiva. Ridurre queste disuguaglianze è essenziale per garantire stabilità internazionale. L'UE può svolgere un ruolo da 'potenza equilibratrice', investendo in programmi di sviluppo, trasferimento tecnologico e cooperazione culturale con il Sud globale.
e. Sostegno attivo all’autodeterminazione pacifica delle nazioni senza Stato.L’UE non può dirsi campione di democrazia se ignora le aspirazioni legittime di popoli come catalani, baschi, scozzesi, sardi, curdi o saharawi, che chiedono riconoscimento politico e istituzionale. John Stuart Mill, già nel 1861, sosteneva che nessuna nazione può essere ben governata da un'altra contro la sua volontà. Amartya Sen (1999) e Thomas Pogge (2002) hanno poi collegato il diritto all'autodeterminazione con lo sviluppo umano e la giustizia globale. Ciò implica che l'UE debba sostenere in modo coerente movimenti come quelli di catalani, baschi, scozzesi o sardi, quando perseguono la loro causa con mezzi pacifici e democratici.
Sostenere questi processi non significa incoraggiare frammentazioni destabilizzanti, ma garantire che ogni percorso di autodeterminazione avvenga nel rispetto della legalità internazionale, dei diritti umani e delle regole democratiche. È un impegno che distingue una potenza imperiale da una comunità di popoli liberi.
11. Conclusione
L’attuale UE è stretta tra potenze che pretendono fedeltà e un’opinione pubblica frammentata tra tifosi e disillusi. Se resterà definita dalle strategie altrui, diventerà irrilevante — come tanti, autolesionisticamente, auspicano.
Il vertice di Anchorage è stato, da questo punto di vista, un campanello d’allarme: la pace non si costruisce nelle stanze chiuse di due leader nostalgici del Novecento, ma nella capacità di un continente di assumersi responsabilità globali. L’Europa, se non vorrà restare alla periferia della storia, dovrà trasformare i proclami in potere reale, con coraggio e visione.
Se invece saprà collocarsi in un ordine multipolare, contribuendo alla rifondazione dell’ONU, rendendola capace di far rispettare il diritto e rinnovando sé stessa come alternativa agli imperialismi e ai nazionalismi reazionari, potrà essere l’esempio vivente che pace, giustizia e autodeterminazione non sono utopie, ma scelte concrete.
Non è facile, e non lo sarà mai. Ma — come utopista pragmatico — sento il dovere di battermi per questo: per ciò che ho studiato, per ciò che ritengo giusto per mia figlia e per i giovani di questa e di altre terre d’Europa e del mondo.
Bibliografia di riferimento
Amnesty International. (2024). Annual report 2024/25. Retrieved from https://www.amnesty.org
Aron, R. (2004). Paix et guerre entre les nations. Paris: Calmann-Lévy.
Bobbio, N. (1990). Il futuro della democrazia. Torino: Einaudi.
European Commission. (2024). Standard Eurobarometer 101: Public opinion in the European Union. Retrieved from https://europa.eu/eurobarometer
Eurostat. (2024). EU energy statistics. Retrieved from https://ec.europa.eu/eurostat
Freedom House. (2024). Freedom in the World 2024. Retrieved from https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2024
Government of Ukraine; World Bank; European Commission; United Nations. (2025). Ukraine – Fourth Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA4): Feb 2022–Dec 2024. Retrieved from https://www.worldbank.org
Human Rights Watch. (2024). World report 2024. Retrieved from https://www.hrw.org
International Monetary Fund. (2025). World Economic Outlook Database (PPP shares of world GDP). Retrieved from https://www.imf.org
Kant, I. (1795/2018). Per la pace perpetua. Roma-Bari: Laterza.
Mill, J. S. (1861). Considerations on representative government. London: Parker, Son, and Bourn.
Morgenthau, H. J., & Thompson, K. W. (1985). Politics among nations: The struggle for power and peace (6th ed.). New York, NY: McGraw-Hill.
OCHA. (2025). oPt (Gaza Strip): Casualties and damage snapshots. Retrieved from https://www.ochaopt.org
Pogge, T. (2002). World poverty and human rights. Cambridge: Polity Press.
Sen, A. (1999). Development as freedom. Oxford: Oxford University Press.
UNHCR. (2024). Global Trends: Forced Displacement in 2023. Retrieved from https://www.unhcr.org/global-trends
United Nations. (2024). Voting records and use of the veto in the UN Security Council. Retrieved from https://www.un.org
World Bank. (2024). World Development Indicators. Retrieved fromhttps://databank.worldbank.org/source/world-development-indicators
Commenti