I PROFESSIONISTI DELL’ILLUSIONISMO
- giuseppe melis

- 3 giorni fa
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Viviamo in un tempo nel quale il consenso sembra premiare sempre meno la plausibilità e sempre più la capacità di costruire narrazioni emotivamente potenti. Non soltanto nella politica nazionale, ma anche nelle regioni, nei comuni, nelle organizzazioni, nelle università.
Ovunque emergono figure che potremmo definire professionisti dell’illusionismo: persone capaci di interpretare malcontenti diffusi, amplificare criticità reali o presunte, semplificare problemi complessi e proporre visioni salvifiche tanto seducenti quanto spesso irrealistiche.
Non è necessariamente una questione di incompetenza. Anzi. L’illusionismo contemporaneo richiede abilità comunicativa, intuito psicologico, capacità di leggere paure, frustrazioni e aspettative collettive. Il problema è che il consenso tende sempre meno a fondarsi sulla fattibilità delle proposte e sempre più sulla loro efficacia emotiva e simbolica.
La psicologia cognitiva lo mostra da tempo. Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, ha spiegato come gli esseri umani utilizzino continuamente scorciatoie mentali, bias cognitivi e semplificazioni interpretative (Kahneman, Thinking, Fast and Slow, 2011). In condizioni di incertezza, paura o sfiducia, le persone tendono a privilegiare spiegazioni semplici, immediate, rassicuranti. Non necessariamente vere. È sufficiente che siano rassicuranti.
Il professionista dell’illusionismo non deve dunque dire cose totalmente false. Gli basta costruire una narrazione coerente con le emozioni prevalenti di una comunità. Non vende programmi realistici. Vende interpretazioni del mondo.
È accaduto nella politica italiana degli ultimi decenni in forme differenti ma sorprendentemente simili. Silvio Berlusconi aveva costruito una leadership fondata sull’ottimismo spettacolare e sull’idea dell’imprenditore-salvatore. Il Movimento 5 Stelle ha trasformato la contrapposizione tra “cittadini” e “casta” in una potente macchina identitaria. Matteo Salvini ha costruito consenso semplificando conflitti sociali complessi attraverso la retorica della sicurezza e dei confini. Giorgia Meloni ha saputo interpretare bisogni identitari e sentimenti di marginalizzazione di una parte consistente dell’elettorato. Roberto Vannacci trova spazio nella provocazione sistematica e nella rottura deliberata dei codici del linguaggio pubblico.
Ma, al di là delle differenze ideologiche, esiste un elemento comune: la costruzione di aspettative enormi, spesso difficilmente realizzabili.
Ridurre drasticamente le accise, bloccare completamente l’immigrazione, uscire dai vincoli europei senza conseguenze sistemiche, rivoluzionare rapidamente apparati burocratici complessi: promesse che si scontrano quasi inevitabilmente con la realtà delle istituzioni, dell’economia e della complessità sociale.
Eppure, la smentita dei fatti non distrugge necessariamente il consenso. Perché il consenso contemporaneo si fonda spesso più sull’identificazione emotiva che sulla verifica empirica.
George Lakoff ha mostrato come chi riesce a controllare le cornici interpretative del dibattito finisca spesso per orientare anche il modo in cui le persone percepiscono la realtà (Lakoff, Don’t Think of an Elephant, 2004). Jonathan Haidt, da parte sua, ha evidenziato come molte scelte morali e politiche nascano prima da intuizioni emotive e solo successivamente vengano razionalizzate (Haidt, The Righteous Mind, 2012).
Persino persone colte, istruite, dotate di titoli accademici, non sono immuni da questi meccanismi. La cultura non coincide automaticamente con il pensiero critico.
Anzi, talvolta anche organizzazioni ad alta intensità simbolica come le università diventano terreno fertile per dinamiche molto simili a quelle della politica spettacolo. Anche qui emergono candidati o gruppi che enfatizzano criticità, descrivono il presente come fallimentare, promettono inclusione totale, cambiamenti radicali, rivoluzioni organizzative. Talvolta lo fanno pur avendo personalmente contribuito, nel passato, a pratiche tutt’altro che inclusive.
Le organizzazioni, come le società, producono inevitabilmente frustrazioni, esclusioni, aspettative deluse, desideri di riconoscimento. L’illusionista si inserisce in queste fratture e le trasforma in consenso personale, non di rado finalizzato più alla costruzione del proprio potere che alla soluzione dei problemi collettivi.
Il problema è che le soluzioni realistiche ai problemi complessi sono quasi sempre poco spettacolari. Richiedono gradualità, competenze, mediazioni, capacità di ascolto, compromessi, tempi lunghi. Sono difficili da trasformare in slogan. E proprio per questo risultano spesso meno seducenti delle grandi promesse.
Forse è qui che si misura la maturità di una comunità politica, sociale o accademica: nella capacità di distinguere tra chi costruisce illusioni emotivamente potenti e chi, più sobriamente, prova a confrontarsi con la complessità del reale.
Perché la realtà, prima o poi, presenta sempre il conto.
Riferimenti essenziali:
Kahneman, D. (2011). Thinking, fast and slow. Farrar, Straus and Giroux.
Haidt, J. (2012). The righteous mind: Why good people are divided by politics and religion. Pantheon Books.
Lakoff, G. (2004). Don’t think of an elephant! Know your values and frame the debate. Chelsea Green Publishing.



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