Oltre lo Stato nazionale? Una lettura manageriale delle ipotesi confederali e federaliste nella governance dei territori complessi (*)
- giuseppe melis

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 19 min
Abstract
Il dibattito contemporaneo sulla crisi dello Stato nazionale e sulle possibili alternative istituzionali – tra cui il confederalismo democratico e il ritorno a forme territoriali frammentate – è spesso condotto su basi normative e identitarie, trascurando una valutazione sistematica della sostenibilità organizzativa e della capacità di governo. Il presente contributo propone una lettura manageriale del problema, interpretando lo Stato e i territori come sistemi vitali inseriti in contesti ad alta complessità e interdipendenza. Attraverso il confronto tra modello statuale, confederalismo democratico e federalismo, l’articolo evidenzia come la frammentazione istituzionale, in assenza di adeguati livelli di coordinamento sovranazionale, rischi di ridurre la capacità dei territori di creare valore e di negoziare con attori economici globali. Si propone pertanto il federalismo come configurazione multilvello più coerente con le esigenze di adattività locale e di coordinamento sistemico.

1. Introduzione: crisi dello Stato e proliferazione delle alternative
Negli ultimi decenni, la crisi degli Stati nazionali è sempre più evidente, ancorché da taluni ridotto quasi a un luogo comune e, di conseguenza, non meritevole della giusta attenzione. Eppure, questa apparente contraddizione rischia di semplificare un problema ben più radicale: non solo se lo Stato sia in crisi, ma quale Stato sia effettivamente in discussione e rispetto a quali funzioni. Analoghe dinamiche emergono anche sul piano economico, dove la crescente integrazione dei mercati e la mobilità dei capitali mettono in discussione la capacità degli Stati di esercitare un controllo effettivo sui processi produttivi e finanziari.
Non è quindi un caso che i più illuminati, da tempo abbiano esercitato una feroce critica nei confronti dello Stato nazionale. Già il pensiero federalista europeo – da Altiero Spinelli a Mario Albertini – aveva individuato nel paradigma statocentrico non solo un limite organizzativo, ma una vera e propria struttura incapace di governare fenomeni che eccedono la scala statuale.
Tale disallineamento emerge con particolare evidenza anche sul piano geopolitico. Il conflitto in Ucraina e le tensioni attorno a Taiwan mostrano come la sovranità statuale, pur rimanendo un riferimento formale, sia sempre più condizionata da dinamiche che operano su scale superiori, rendendo evidente la difficoltà degli Stati di agire autonomamente in contesti ad alta interdipendenza. Analogamente, la situazione nei territori palestinesi – e in particolare nella Striscia di Gaza – evidenzia come la questione della sovranità non possa più essere interpretata in termini puramente statuali. La presenza di attori molteplici, il ruolo delle potenze esterne e la difficoltà di esercitare un controllo effettivo sul territorio mostrano come la capacità di governo dipenda sempre meno da un riconoscimento formale e sempre più dalla configurazione concreta dei rapporti di potere. In particolare, Albertini sviluppò una critica radicale del paradigma naziocentrico, considerato espressione di una cultura politica già allora inadeguata ad affrontare i problemi del mondo contemporaneo.
La sovranità nazionale, lungi dal costituire una risorsa, tende progressivamente a trasformarsi in un vincolo: gli Stati europei, nel tentativo di conservarla, finiscono per perdere capacità effettiva di governo. In questo senso, Luigi Einaudi parlò di Stati ridotti a “polvere senza sostanza”, incapaci di incidere sui grandi processi economici e politici (Einaudi, Lo scrittoio del Presidente, 1954).
A questa progressiva perdita di efficacia degli Stati nazionali europei ha fatto da pendant l’avvio del processo di integrazione europea, che tuttavia si è sviluppato prevalentemente secondo una logica intergovernativa e, per molti aspetti, confederale. Ciò ha limitato la possibilità di costruire un livello politico realmente dotato di soggettività e capacità di azione nello scenario globale.
Parallelamente, negli ultimi due decenni, si sono affermate dinamiche tra loro apparentemente divergenti ma in realtà riconducibili alla medesima crisi: da un lato, la crescita di movimenti sovranisti orientati a riportare il potere entro i confini dello Stato nazionale; dall’altro, l’emergere di modelli alternativi, come il confederalismo democratico – teorizzato, tra gli altri, da Abdullah Öcalan[1] – o il richiamo a forme di organizzazione territoriale assimilabili alle città-stato storiche.
Tali proposte, tuttavia, sono spesso avanzate su basi prevalentemente normative o identitarie, se non anche solo ideologiche, e solo raramente vengono sottoposte a una valutazione sistematica in termini di sostenibilità organizzativa e capacità di governo.
Il punto decisivo, pertanto, non è semplicemente il superamento dello Stato verso l’alto – attraverso la costruzione di una federazione europea – ma anche il riconoscimento della necessità di articolare il potere politico su più livelli, “ad ogni livello di manifestazione concreta delle relazioni umane”.
In questa prospettiva, la crisi dello Stato nazionale non implica la dissoluzione dell’ordine politico, ma la sua riorganizzazione in senso multilivello, secondo una logica che oggi può essere reinterpretata in termini di sussidiarietà radicale.
Il presente lavoro si propone di colmare tale lacuna, adottando una prospettiva manageriale e sistemica.
2. Dalla scala statuale alla sussidiarietà radicale: una rilettura dell’unità di analisi
Gran parte del dibattito sulla crisi dello Stato nazionale risente di un limite culturale difficile da scardinare: quello che assume lo Stato stesso, nella sua configurazione moderna, come unità minima di analisi o, peggio ancora, come l'unica unità di analisi. Tale impostazione, pur diffusa, risulta limitante in quanto trascura la natura intrinsecamente multilivello dei sistemi territoriali.
Per molti versi, lo Stato nazionale continua a operare come una sorta di “dogma implicito”, la cui legittimità non viene messa in discussione tanto sul piano teorico quanto su quello simbolico[2]. In Europa, e in particolare in paesi come l’Italia, tale rappresentazione è stata storicamente rafforzata da processi di costruzione identitaria legati ai conflitti del Novecento, che hanno contribuito a consolidare una visione dello Stato come riferimento primario e non negoziabile dell’ordine politico.
Questa dimensione simbolica continua, purtroppo, a esercitare un’influenza significativa anche nel dibattito contemporaneo. La riemersione di narrazioni politiche fondate su elementi identitari forti e falsi – spesso sintetizzati in formule evocative – segnala come la questione statuale non sia soltanto istituzionale, ma profondamente radicata nelle rappresentazioni collettive. Tuttavia, proprio questa persistenza simbolica rischia di ostacolare una riflessione più analitica sulla reale capacità degli Stati di governare sistemi sempre più complessi e interdipendenti.
In una prospettiva coerente con il principio di sussidiarietà, l’analisi dovrebbe invece partire dalle unità elementari di convivenza – fino al livello micro (condominio, comunità locale) – per risalire progressivamente verso livelli più ampi di coordinamento: quartieri, città, unioni di comuni, regioni, nazioni, entità sovranazionali.
Ciò implica un cambio di prospettiva non banale: la scala non è un dato, ma una variabile strategica della governance. Un esempio emblematico è rappresentato da territori insulari come la Sardegna, nei quali il dibattito sull’autonomia evidenzia come il problema non sia tanto la quantità di potere formalmente attribuito, quanto la sua collocazione rispetto alla scala dei processi economici e decisionali. In assenza di adeguati livelli di coordinamento, l’autonomia rischia di tradursi in isolamento più che in capacità di sviluppo.
Ogni livello territoriale assume rilevanza, quindi, non solo in quanto dato storico o identitario, ma anche in funzione della sua capacità di svolgere specifiche funzioni in modo efficace ed efficiente.
In questa logica, la città – e in alcuni casi la città-stato – riemerge non come alternativa allo Stato nazionale, ma come nodo fondamentale di un sistema policentrico, in cui ogni livello assume funzioni specifiche in base al principio di adeguatezza. La questione, pertanto, non è quale livello debba prevalere, ma come costruire relazioni coerenti tra livelli diversi, evitando tanto la concentrazione quanto la frammentazione del potere.
3. I sistemi territoriali come sistemi vitali: una lettura manageriale
Nel solco dell’Approccio Sistemico Vitale elaborato da Gaetano Golinelli[3], i sistemi territoriali locali possono essere interpretati come sistemi vitali inseriti in contesti ad elevata complessità, caratterizzati dalla presenza di molteplici sovrasistemi – economici, politici, tecnologici e sociali – con cui interagiscono in modo continuo.
In questa prospettiva, la sopravvivenza e lo sviluppo di un sistema territoriale locale non dipendono dalla sua configurazione istituzionale in sé, ma dalla sua capacità di mantenere condizioni di consonanza e risonanza con l’ambiente di riferimento[4]. Ciò implica che nessun livello territoriale possa essere considerato, a priori, come ottimale o autosufficiente, ma che ciascuno debba essere valutato in relazione alle funzioni che è chiamato a svolgere.
Applicando tale schema, la questione istituzionale non può essere ridotta a una contrapposizione ideologica tra centralizzazione e autonomia, né a una scelta dicotomica tra Stato nazionale, città-stato o configurazioni confederali. Essa va invece interpretata come un problema di adeguatezza sistemica, ovvero di capacità del sistema di:
coordinare attori eterogenei,
gestire risorse scarse,
adattarsi a contesti dinamici,
generare e co-creare valore (Vargo & Lusch, 2004; 2008).
Ciò risulta evidente anche in contesti caratterizzati da debolezza istituzionale, come in diversi Paesi dell’Africa o del Sud America, dove la difficoltà di coordinare livelli territoriali differenti compromette la capacità di gestire risorse, attrarre investimenti e garantire sviluppo sostenibile.
In questa logica, lo Stato nazionale rappresenta una delle possibili configurazioni istituzionali attraverso cui tali funzioni sono state storicamente organizzate, in particolare in relazione a esigenze di coordinamento su larga scala. Tuttavia, nelle condizioni contemporanee, caratterizzate da elevata interdipendenza e dalla presenza di attori sovranazionali, tale configurazione mostra crescenti limiti di adeguatezza.
Ne consegue che la questione centrale non è la difesa ideologica o il superamento dello Stato in quanto tale, ma la capacità di progettare architetture istituzionali coerenti con la complessità dei sistemi territoriali, in una prospettiva pienamente multilivello. In altre parole, lo sviluppo non può essere inteso come risultato di decisioni centralizzate o frammentate, ma come processo di co-creazione di valore tra attori territoriali interdipendenti, la cui efficacia dipende dalla qualità delle relazioni e dalla coerenza delle architetture istituzionali.
4. Confederalismo democratico: potenzialità e limiti
Il riferimento al confederalismo richiede, preliminarmente, una distinzione concettuale. Nella sua accezione classica, il confederalismo indica una forma di cooperazione tra Stati sovrani che, pur mantenendo la propria indipendenza, delegano alcune competenze a organismi comuni. In questo senso, molte configurazioni istituzionali contemporanee – inclusa, per diversi aspetti, la stessa Unione Europea – presentano tratti riconducibili a logiche confederali.
Il cosiddetto “confederalismo democratico”, elaborato nel contesto del movimento curdo e teorizzato, tra gli altri, da Abdullah Öcalan[5], si colloca invece su un piano radicalmente diverso. Esso non si limita a ridefinire i rapporti tra Stati, ma mette in discussione lo Stato stesso come forma organizzativa centrale, proponendo un modello fondato su reti di comunità locali, assemblee partecipative e forme di autogoverno non stataliste.
In questa prospettiva, il potere politico non viene concentrato né semplicemente distribuito tra livelli istituzionali predefiniti, ma diffuso all’interno di una rete orizzontale di soggetti territoriali. Il modello si caratterizza per una forte enfasi sulla partecipazione diretta, sul pluralismo e sulla riduzione delle gerarchie, configurandosi come una risposta radicale ai limiti del centralismo statale.
Dal punto di vista manageriale, tale impostazione presenta elementi di indubbio interesse. In particolare, la prossimità decisionale consente un elevato grado di adattamento alle specificità locali, mentre il coinvolgimento diretto degli attori territoriali favorisce processi di co-creazione di valore e rafforza il senso di appartenenza comunitaria.
Tuttavia, proprio le caratteristiche che ne costituiscono i punti di forza evidenziano, al tempo stesso, limiti rilevanti quando il modello viene osservato in relazione a sistemi complessi e ad alta interdipendenza. La forte distribuzione del potere può rendere difficile il coordinamento su larga scala, soprattutto in ambiti che richiedono integrazione sistemica, come le infrastrutture, le politiche energetiche o la regolazione dei mercati. Analogamente, l’assenza di livelli istituzionali dotati di adeguata massa critica può ridurre la capacità negoziale nei confronti di attori economici globali.
In termini sistemici, il confederalismo democratico appare dunque particolarmente efficace nel rafforzare la dimensione locale della governance e nel valorizzare la partecipazione, ma meno adeguato a garantire la coerenza complessiva del sistema in contesti caratterizzati da elevata complessità e interdipendenza.
5. Le città-stato nella contemporaneità: tra mito politico e funzione sistemica
Il riferimento alle città-stato ricorre nel dibattito contemporaneo come possibile alternativa allo Stato nazionale, soprattutto in contesti caratterizzati da rivendicazioni autonomiste o indipendentiste. Esperienze storiche come la Repubblica di Venezia o le esperienze repubblicane fiorentine vengono spesso evocate come esempi di sistemi territoriali dinamici, autonomi e capaci di generare sviluppo economico.
Tuttavia, tale richiamo è spesso più evocativo che analitico. Le città-stato storiche operavano in contesti caratterizzati da livelli di integrazione economica, complessità tecnologica e interdipendenza sistemica significativamente inferiori rispetto a quelli attuali. La loro efficacia non può quindi essere compresa né, tantomeno, replicata senza considerare le condizioni storiche che ne hanno reso possibile il funzionamento.
In epoca contemporanea, alcune configurazioni assimilabili a città-stato – come Singapore – mostrano che tali modelli possono ancora esistere e, in alcuni casi, prosperare. Tuttavia, ciò avviene in presenza di condizioni molto specifiche: elevata capacità istituzionale, forte integrazione nei mercati globali, specializzazione funzionale e posizionamento strategico all’interno delle reti internazionali. Più che unità autosufficienti, queste realtà si configurano come nodi altamente connessi all’interno di sistemi globali.
In una prospettiva coerente con l’approccio sistemico, la città-stato non può quindi essere interpretata come alternativa autosufficiente allo Stato nazionale, ma come una possibile configurazione funzionale all’interno di architetture multilivello. Il suo ruolo non deriva dalla dimensione territoriale in sé, ma dalla capacità di svolgere determinate funzioni in modo efficiente all’interno di reti più ampie.
Ne consegue che il problema non è il ritorno alle città-stato, quanto piuttosto la tendenza a considerarle come modelli generalizzabili. In realtà, il loro contributo più rilevante risiede nella possibilità di ripensare il ruolo delle città e dei sistemi urbani come livelli strategici della governance territoriale, in grado di operare in complementarità – e non in contrapposizione – con altri livelli istituzionali.
In questa prospettiva, la questione non è scegliere tra Stato nazionale e città-stato, ma comprendere come integrare efficacemente diversi livelli territoriali in un sistema coerente, evitando tanto la concentrazione quanto la frammentazione del potere.
6. Federalismo e governance multilivello
Il federalismo viene frequentemente descritto come una configurazione istituzionale in cui la sovranità è distribuita tra diversi livelli di governo, mantenendo un equilibrio tra autonomia territoriale e coordinamento centrale. Tuttavia, una simile definizione rischia di rimanere superficiale se non si chiarisce la natura del potere che viene distribuito.
La distinzione tra potere originario e potere derivato risulta, in questo senso, decisiva. Nei modelli statali tradizionali, anche quando caratterizzati da forme di decentramento avanzato, i livelli territoriali sub-statali esercitano un potere derivato, conferito e revocabile dal centro. In tali configurazioni, la governance multilivello è solo apparente, in quanto la sovranità rimane, in ultima istanza, concentrata.
Una prospettiva autenticamente federalista, invece, presuppone che il potere sia originario a più livelli, e non semplicemente distribuito dall’alto. Ciò implica che le diverse unità territoriali – dalle comunità locali fino ai livelli sovranazionali – non siano meri destinatari di competenze, ma soggetti costitutivi dell’ordine politico, ciascuno dotato di una propria legittimazione.
In questa prospettiva, il federalismo non può essere ridotto a una tecnica di organizzazione amministrativa, ma va inteso come un principio di costruzione della sovranità, fondato sulla coesistenza e sull’interazione di più livelli autonomi ma interdipendenti.
Nel contesto europeo, la Unione Europea rappresenta un esempio significativo, seppur incompiuto, di governance multilivello. La sua evoluzione, tuttavia, è stata fortemente condizionata da un’impostazione intergovernativa che ha limitato il pieno sviluppo di un assetto federalista, mantenendo la prevalenza degli Stati nazionali come detentori ultimi della sovranità.
Dal punto di vista manageriale, un’impostazione federalista coerente con il principio di sussidiarietà radicale appare particolarmente adeguata alla gestione di sistemi complessi. Essa consente non solo di avvicinare i processi decisionali ai contesti locali, ma anche di articolare le funzioni in base alla scala più appropriata, evitando sia duplicazioni inefficienti sia vuoti di coordinamento.
In questa logica, città e sistemi urbani assumono un ruolo strategico, non come livelli subordinati, ma come componenti dotate di capacità autonoma all’interno di un sistema policentrico. Essi si configurano come piattaforme di coordinamento intermedio tra dimensione locale e sovranazionale, contribuendo alla costruzione di un equilibrio dinamico tra prossimità decisionale e capacità di azione su larga scala.
Ne consegue che la governance multilivello non può essere interpretata come un semplice processo di decentramento, ma come una ridefinizione complessiva dell’architettura del potere, in cui la sovranità viene concepita come distribuita, condivisa e co-originaria.
7. Il ruolo delle multinazionali e la ridefinizione della sovranità
Un elemento cruciale nel dibattito contemporaneo è rappresentato dal crescente potere delle grandi imprese multinazionali, come Apple o Amazon, che operano su scala globale e dispongono di risorse finanziarie, tecnologiche e organizzative superiori a quelle di molti Stati.
Per comprendere la portata di questo fenomeno, è utile considerare alcuni meccanismi concreti. Le grandi piattaforme digitali, ad esempio, sono in grado di localizzare le proprie sedi legali e fiscali nei paesi più vantaggiosi, pur operando in una pluralità di mercati. Ciò consente loro di ridurre significativamente il carico fiscale, sfruttando le differenze tra ordinamenti nazionali. Allo stesso tempo, possono scegliere dove investire – aprire centri logistici, stabilire sedi operative, creare occupazione – negoziando direttamente con governi nazionali o locali condizioni fiscali e regolatorie favorevoli.
In questo contesto, territori di piccola scala o scarsamente coordinati si trovano spesso in una posizione di debolezza negoziale. Un singolo Stato, o ancor più una regione o una città, può essere indotto a offrire condizioni sempre più vantaggiose pur di attrarre investimenti, innescando dinamiche competitive che tendono a ridurre progressivamente la capacità regolatoria complessiva. È questo il meccanismo comunemente definito come race to the bottom, che può riguardare non solo la fiscalità, ma anche standard ambientali, condizioni del lavoro e regolazione dei mercati.
Un esempio evidente è rappresentato dalla competizione tra territori europei per attrarre grandi investimenti industriali o logistici, in cui incentivi fiscali, agevolazioni amministrative e deroghe regolatorie diventano strumenti di negoziazione. In alcuni casi, tale competizione si traduce in vere e proprie aste al ribasso tra territori, in cui la ricerca di investimenti immediati prevale su considerazioni di sostenibilità di lungo periodo. Analogamente, nel settore digitale, la concentrazione di sedi legali in alcuni paesi europei evidenzia come le multinazionali siano in grado di sfruttare le asimmetrie istituzionali a proprio vantaggio.
In una prospettiva sistemica, questo fenomeno evidenzia un disallineamento tra la scala di azione degli attori economici e quella delle istituzioni politiche. Mentre le imprese operano su scala globale, le istituzioni rimangono spesso frammentate, con conseguente perdita di capacità di governo.
In tale scenario, la frammentazione istituzionale non rappresenta una maggiore libertà per i territori, ma può tradursi in una riduzione della loro autonomia sostanziale. Al contrario, configurazioni istituzionali capaci di aggregare massa critica e coordinamento – come quelle federaliste e multilivello – risultano più idonee a riequilibrare i rapporti di forza, consentendo di definire regole comuni, evitare competizioni distruttive e rafforzare la capacità negoziale complessiva.
In questo senso, la questione della sovranità economica non può più essere affrontata su base esclusivamente nazionale o locale, ma richiede configurazioni istituzionali capaci di operare su scale coerenti con quelle degli attori economici.
8. Discussione: oltre la contrapposizione ideologica
In un contesto segnato da conflitti aperti e tensioni geopolitiche – dal conflitto in Ucraina alle tensioni su Taiwan, fino alla crisi nella Striscia di Gaza – la questione della sovranità si presenta sempre meno come un attributo formale e sempre più come un problema di effettiva capacità di governo.
Il confronto tra modelli istituzionali mostra quindi come la contrapposizione tra Stato nazionale e autonomie territoriali sia, più che una reale alternativa, una semplificazione che rischia di oscurare il problema fondamentale: la crescente incongruenza tra la scala dei fenomeni economici e sociali e quella delle istituzioni chiamate a governarli.
Tale disallineamento trova una manifestazione particolarmente evidente nel contesto europeo. Infatti, un ulteriore elemento di complessità riguarda i fattori che ostacolano l’evoluzione verso assetti più compiutamente federalisti. In tale prospettiva, è possibile individuare un duplice vincolo che agisce in modo congiunto. Da un lato, un vincolo “top-down”, legato alla persistente centralità degli Stati nazionali, i quali, nel tentativo di preservare spazi di sovranità formale, tendono a limitare o rallentare i processi di integrazione sovranazionale. Dall’altro, un vincolo “bottom-up”, riconducibile alla difficoltà di costruire una base di legittimazione diffusa a livello europeo, anche in ragione della debolezza di un’identità politica condivisa e della percezione di distanza tra istituzioni comunitarie e cittadini.
Questi due fattori, lungi dall’essere indipendenti, si rafforzano reciprocamente, contribuendo a spiegare la lentezza e l’incompletezza del processo di integrazione europea. In termini sistemici, ciò evidenzia come la costruzione di assetti di governance multilivello non dipenda esclusivamente da scelte istituzionali formali, ma richieda condizioni di coerenza e consonanza tra livelli diversi, sia sul piano politico-istituzionale sia su quello socio-culturale. In assenza di tali condizioni, il rischio è quello di una configurazione ibrida, in cui la sovranità risulta né pienamente condivisa né efficacemente coordinata, con conseguente riduzione della capacità complessiva di governo.
Da un lato, pertanto, il ritorno a logiche statocentriche – oggi riproposte in chiave sovranista – appare difficilmente sostenibile in un contesto in cui mercati, tecnologie e flussi finanziari operano su scala globale. Dall’altro, l’ipotesi di una frammentazione territoriale spinta, che si esprime in alcune letture del confederalismo democratico o nel richiamo alle città-stato, rischia di produrre effetti analoghi, indebolendo ulteriormente la capacità dei territori di incidere sui processi decisionali.
In entrambi i casi, ciò che emerge è un errore di fondo: la tendenza a pensare le forme istituzionali come alternative esclusive e addirittura pregiudizialmente contrapposte, anziché come livelli interdipendenti di un unico sistema. Come evidenziato da Susan Strange[6], la perdita di controllo degli Stati sui processi economici globali non deriva semplicemente da un eccesso o da un difetto di sovranità, ma da una sua trasformazione, che rende inadeguate le categorie tradizionali di analisi. In questo senso, sia il sovranismo sia alcune forme di localismo radicale finiscono, paradossalmente, per produrre lo stesso esito: la riduzione della capacità effettiva di governo.
In questa prospettiva, la questione centrale non è stabilire quale modello debba sostituire l’altro, ma comprendere come progettare assetti di governance capaci di operare su più livelli contemporaneamente, mantenendo coerenza strategica e capacità di azione. Ciò implica, come suggerito anche dalla letteratura sulla governance policentrica (Ostrom, 2010), la necessità di riconoscere una pluralità di centri decisionali interconnessi, ciascuno dotato di specifiche competenze e responsabilità in modo originario e non derivato.
Il confederalismo democratico può essere letto, in questo senso, come una critica rilevante al centralismo statale, nella misura in cui richiama l’attenzione sulla partecipazione, sulla prossimità decisionale e sulla dimensione comunitaria. Tuttavia, esso non appare sufficiente, nelle condizioni attuali, a garantire il coordinamento richiesto da sistemi caratterizzati da elevata complessità e interdipendenza.
Al contrario, un approccio federalista coerente con una logica multilivello e sussidiaria consente di superare la falsa alternativa tra unità e frammentazione, configurandosi come un modello in grado di articolare il potere su scale diverse senza dissolverne la capacità di governo.
In questo senso, la vera questione non è “più Stato” o “meno Stato”, ma quale configurazione istituzionale sia in grado di ridurre il disallineamento tra la scala dei problemi e quella delle decisioni. Ed è proprio su questo terreno che si gioca la possibilità di ripensare la governance dei territori nel mondo contemporaneo.
9. Conclusioni
Il superamento dello Stato nazionale non implica la sua dissoluzione, ma la sua trasformazione all’interno di sistemi di governance più complessi e articolati. In un contesto globale caratterizzato da elevata interdipendenza e dalla presenza di attori economici sovranazionali, la frammentazione istituzionale non si traduce automaticamente in maggiore autonomia, ma rischia, al contrario, di ridurre la capacità effettiva dei territori di orientare il proprio sviluppo.
In questa prospettiva, il federalismo, per sua natura multilivello, non rappresenta semplicemente una delle possibili soluzioni istituzionali, ma una condizione necessaria per riallineare la scala delle decisioni con quella dei problemi. Esso consente di articolare il potere tra livelli diversi, mantenendo al contempo coerenza strategica e capacità di azione.
La sfida, pertanto, non è “andare oltre lo Stato” in senso dissolutivo, né riproporlo in forma difensiva, ma ripensarne il ruolo all’interno di un sistema policentrico fondato sulla coesistenza di poteri originari a più livelli. In tale sistema, la sovranità non è né concentrata né dispersa, ma distribuita in modo funzionale tra unità territoriali interdipendenti.
Ne consegue che la questione non è scegliere tra Stato nazionale, città-stato o altre configurazioni istituzionali considerate isolatamente, ma progettare architetture di governance coerenti con il principio di sussidiarietà, nelle quali ogni livello – dal micro al globale – contribuisca alla creazione di valore in funzione delle proprie capacità e responsabilità. Questo significa affrontare la complessità e gestirla. Affermare che sia difficile e per questo rinunciarvi è un alibi che non ci si può peermettere, oggi più che mai.
In assenza di tali architetture, il rischio non è soltanto l’inefficienza istituzionale, ma la perdita stessa della capacità dei territori di governare processi che li riguardano direttamente. In questo quadro, la vera posta in gioco non è la forma dello Stato, ma la possibilità stessa di esercitare governo in sistemi sempre più complessi e interdipendenti.
(*) Ringrazio Andrea Bernardini per aver letto in anteprima lo scritto e avermi dato degli utili suggerimenti di cui ho cercato di tenere conto nell'articolo, anche se la responsabilità dello scritto è totalmente mia.
Riferimenti bibliografici essenziali
Golinelli, G. M. (2010). Viable systems approach (VSA): Governing business dynamics. Kluwer Cedam.
Vargo, S. L., & Lusch, R. F. (2004). Evolving to a new dominant logic for marketing. Journal of Marketing, 68(1), 1–17.
Vargo, S. L., & Lusch, R. F. (2008). Service-dominant logic: Continuing the evolution. Journal of the Academy of Marketing Science, 36(1), 1–10.
Strange, S. (1996). The retreat of the state: The diffusion of power in the world economy. Cambridge University Press.
Habermas, J. (2001). The postnational constellation: Political essays. MIT Press.
Brenner, N. (2004). New state spaces: Urban governance and the rescaling of statehood. Oxford University Press.
Keating, M. (2013). Rescaling the European state: The making of territory and the rise of the meso. Oxford University Press.
Ostrom, E. (2010). Beyond markets and states: Polycentric governance of complex economic systems. American Economic Review, 100(3), 641–672.
[1] Per saperne di più su questa figura si veda https://en.wikipedia.org/wiki/Abdullah_Öcalan
[2] La centralità dello Stato nazionale come unità di analisi non è soltanto il prodotto di un’impostazione culturale o simbolica, ma affonda le proprie radici in un assetto normativo consolidato. A partire dal sistema westfaliano (1648), e successivamente con il Congresso di Vienna (1815), lo Stato si afferma come soggetto primario e pressoché esclusivo del diritto internazionale, configurando un ordine fondato sulla sovranità statale come principio cardine delle relazioni tra entità politiche. Tale impostazione permane, pur con adattamenti, anche nell’assetto contemporaneo: le organizzazioni internazionali, inclusa l’Unione Europea, traggono la propria legittimazione e capacità di azione dalle sovranità statali, secondo il principio di attribuzione. Nel caso europeo, ciò si riflette nel carattere derivato delle competenze dell’Unione rispetto agli Stati membri e nel persistente primato delle costituzioni nazionali nei casi di conflitto, come evidenziato anche nel dibattito giurisprudenziale sul rapporto tra diritto dell’Unione e ordinamenti costituzionali interni.
Ne consegue che la difficoltà di superare il paradigma statocentrico non può essere interpretata esclusivamente come un limite culturale, ma deve essere ricondotta anche alla profondità del suo radicamento normativo e istituzionale. Proprio per questa ragione, tuttavia, un suo eventuale superamento non può che originarsi da un cambiamento di paradigma sul piano culturale e interpretativo: le norme, infatti, non si trasformano autonomamente, ma riflettono visioni del mondo e assetti di potere che vengono prima messi in discussione sul piano cognitivo e sociale. In questa prospettiva, l’approccio manageriale, orientato all’analisi dell’adeguatezza delle strutture rispetto ai contesti, consente di interrogare criticamente assetti normativi dati, laddove una lettura strettamente giuridica tende più frequentemente a muoversi entro i confini dell’ordinamento esistente.
[3] Gaetano Golinelli è Professore Emerito di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università “La Sapienza” di Roma e uno dei principali esponenti della scuola italiana di management. La sua attività scientifica si colloca nel solco dell’economia aziendale, con particolare riferimento ai processi di governo dell’impresa e dei sistemi complessi, cui ha contribuito attraverso l’elaborazione dell’Approccio Sistemico Vitale (Viable Systems Approach – VSA). Accanto al contributo teorico, Golinelli ha svolto un ruolo rilevante nello sviluppo delle istituzioni scientifiche del management in Italia: è stato presidente del CUEIM (Consorzio Universitario di Economia Industriale e Manageriale), rete interuniversitaria nata per promuovere la ricerca e la formazione manageriale, e direttore scientifico della rivista Sinergie, tra le principali sedi di dibattito accademico sui temi dell’impresa e del governo dei sistemi organizzativi. In tale contesto, il suo lavoro si inserisce nella più ampia tradizione sviluppata insieme a studiosi come Giovanni Panati, contribuendo alla diffusione di una visione sistemica e territoriale dell’impresa e della creazione di valore.
[4] Nell’Approccio Sistemico Vitale elaborato da Gaetano Golinelli, i concetti di consonanza e risonanza servono a descrivere il modo in cui un sistema (ad esempio un’impresa o un territorio) si relaziona con l’ambiente in cui opera.
La consonanza indica una condizione di compatibilità strutturale tra il sistema e il suo contesto: significa, in termini semplici, che le caratteristiche del sistema (regole, risorse, organizzazione) sono coerenti con quelle dell’ambiente. Ad esempio, un territorio è in consonanza quando le sue istituzioni, le sue competenze e le sue infrastrutture sono adeguate alle esigenze economiche e sociali con cui si confronta.
La risonanza, invece, riguarda una dimensione più dinamica e relazionale: si verifica quando, oltre alla compatibilità, il sistema riesce a interagire in modo efficace con l’ambiente, attivando relazioni che generano valore. È il passaggio da una semplice “coerenza” a una vera e propria capacità di risposta e adattamento.
In sintesi, si può dire che la consonanza rappresenta la condizione di base per poter operare in un determinato contesto, mentre la risonanza esprime la capacità del sistema di attivare relazioni positive e di evolvere insieme all’ambiente.
[5] Abdullah Öcalan (1949–) è il fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e una delle figure centrali del movimento politico curdo contemporaneo. A partire dalla fine degli anni Novanta, durante la sua detenzione, ha sviluppato una riflessione teorica che si distacca progressivamente dal modello statuale tradizionale, elaborando il concetto di confederalismo democratico.
Tale modello propone una forma di organizzazione politica fondata su reti di comunità locali, assemblee partecipative e strutture di autogoverno, con una forte enfasi sulla democrazia diretta, sul pluralismo culturale e sulla sostenibilità. A differenza del confederalismo classico, che presuppone la cooperazione tra Stati sovrani, il confederalismo democratico mette in discussione lo Stato come centro esclusivo del potere politico, proponendo una sua redistribuzione in chiave orizzontale e multilivello.
Le idee di Öcalan hanno trovato applicazione, seppur in forme parziali e contestualizzate, in alcune esperienze di autogoverno nel Nord della Siria (Rojava), rappresentando un caso empirico di particolare interesse nel dibattito contemporaneo sulle alternative ai modelli statuali tradizionali.
[6] Susan Strange (1923–1998) è stata una delle principali studiose di economia politica internazionale e tra le fondatrici della International Political Economy. Nel suo lavoro più noto, The Retreat of the State (1996), evidenzia come i processi di globalizzazione abbiano progressivamente ridotto la capacità degli Stati di controllare variabili chiave dell’economia – dalla finanza alla produzione, fino alla sicurezza e alla conoscenza – a favore di attori privati e transnazionali. Strange introduce l’idea di una “ritirata dello Stato” non come scomparsa formale delle istituzioni statuali, ma come perdita sostanziale di potere rispetto ad altri centri decisionali, contribuendo così a ridefinire il concetto stesso di sovranità in chiave non più esclusivamente territoriale.




Commenti