Indipendenza della Sardegna? Una riflessione pragmatica tra storia, economia e capitale umano
- giuseppe melis

- 1 giorno fa
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Per discutere seriamente di autodeterminazione bisogna guardare in faccia la realtà, non gli slogan.

Premessa
In Sardegna, ciclicamente, riaffiora la domanda: è possibile – e desiderabile – immaginare un futuro da Stato indipendente? Non si tratta di una questione folkloristica, ma di un interrogativo radicato in una storia reale di marginalizzazione, sfruttamento e incompiutezza istituzionale. Dalle servitù militari alle politiche industriali calate dall’alto, fino a una narrazione pubblica che per decenni ha rappresentato l’isola come “dipendente” e “assistita”.
Tuttavia, proprio perché il tema è serio, non può essere affrontato né con il paternalismo del “da soli non ce la fareste mai”, né con il romanticismo del “basta volerlo”. Serve un’analisi sobria e razionale, che tenga insieme le dimensioni storiche, economiche, giuridiche e – soprattutto – quella relativa al capitale umano.
1. Le ragioni storiche dell’indipendentismo: legittime …
Esistono almeno tre grandi linee narrative che alimentano la rivendicazione indipendentista:
asimmetria di potere centro–periferia, reale e duratura;
uso del territorio sardo come piattaforma funzionale: militare, energetica, industriale;
scarso ritorno locale rispetto a costi sociali e ambientali sostenuti.
Non è necessario aderire all’indipendentismo per riconoscere che questi elementi esistono. E non è necessario essere nazionalisti per affermare che la Sardegna è una comunità distinta, con una lingua propria e una storia riconoscibile. Su questo piano, il discorso indipendentista è legittimo e rispettabile.
2. … ma la legittimità morale non basta: serve la prova della fattibilità
Parlare di indipendenza significa interrogarsi su una trasformazione istituzionale molto profonda. Uno Stato non è soltanto una bandiera o una dichiarazione politica: è un sistema fiscale, una giurisdizione autonoma, un’amministrazione pubblica pienamente responsabile, un sistema giudiziario, enti regolatori, servizi di welfare interamente finanziati in autonomia, una banca centrale (o un’ancora monetaria esterna) e una politica estera propria. Tutto questo implica capacità amministrativa, continuità istituzionale e un tessuto sociale in grado di sostenerle.
2.1 Economia: non basta essere piccoli per essere sostenibili
La letteratura economica ha da tempo messo in luce che la sostenibilità di uno Stato non dipende unicamente dalla sua dimensione territoriale o demografica. Studi ormai classici – come quelli di Alesina e Spolaore (2003) – mostrano come gli Stati di piccole dimensioni possano funzionare in modo efficiente, a condizione che integrino la propria economia in spazi di mercato più ampi e dispongano di istituzioni amministrative solide e di un adeguato capitale umano.
In questo quadro, la Sardegna presenta alcune fragilità strutturali: un PIL pro capite inferiore alla media italiana ed europea, una base produttiva poco diversificata, una forte dipendenza dal settore pubblico e trasferimenti fiscali positivi in entrata, che contribuiscono al finanziamento del welfare. In uno scenario di piena sovranità, tali funzioni dovrebbero essere sostenute da un sistema fiscale proprio, con probabili aumenti di pressione fiscale, riduzioni di spesa o aumento del debito. Si tratta di scelte possibili, ma socialmente costose, specie nella fase iniziale di costruzione statale.
2.2 Diritto e geopolitica: cosa accadrebbe davvero
Sul piano giuridico-istituzionale, un’eventuale secessione unilaterale comporterebbe l’uscita automatica dall’Unione Europea e dall’euro, con la necessità di richiedere una nuova adesione soggetta al voto unanime degli Stati membri. È ragionevole ipotizzare che l’Italia, come avvenuto nel caso catalano del 2017, difenderebbe l’integrità territoriale utilizzando gli strumenti giuridici e costituzionali disponibili. Ne deriverebbe una fase di forte incertezza economica, bancaria e istituzionale, in cui sarebbero inevitabilmente i cittadini più fragili a pagare i costi maggiori.
Dunque, nel breve periodo, è plausibile immaginare: uno Stato sardo fuori dall’UE, senza euro, in piena incertezza giuridica e finanziaria. Con effetti su banche, investimenti, credito, sicurezza dei depositi, continuità territoriale, costo della vita.
3. Il confronto serio: Malta, Paesi baltici e Sardegna
Il confronto con altre realtà di piccole dimensioni mostra che la sostenibilità economica non dipende dalla taglia di uno Stato.
3.1 Malta: piccola, ma istruita
popolazione: ~500.000
Stato UE ed eurozona
PIL pro capite (PPS) circa pari o leggermente superiore alla media UE negli ultimi anni (Eurostat)
quota di giovani 25–34 anni con titolo universitario: circa 46–47% (Commissione Europea – Education and Training Monitor)
Malta non è ricca “per caso”. Ha capitale umano elevato, capacità amministrativa e inserimento europeo profondo.
3.2 Paesi baltici: non ricchissimi, ma in crescita
PIL pro capite fra ~70% e ~90% della media UE (Eurostat)
in alcune regioni urbane baltiche oltre il 60–70% dei giovani è laureato (Eurostat, Regional Yearbook)
Cioè, non sono giganti economici, ma investono massicciamente in istruzione.
3.3 La Sardegna: ecco il nodo vero
Il confronto con altri piccoli Stati europei rende evidente quanto, più della dimensione geografica, conti la qualità del capitale umano. Malta, ad esempio, pur avendo una popolazione di poco superiore alle 500 mila unità, registra un PIL pro capite in parità di potere d’acquisto vicino o leggermente superiore alla media UE e una quota di giovani laureati tra i 25 e i 34 anni pari a circa il 46–47 per cento (Commissione Europea, Education and Training Monitor). Analogamente, i Paesi baltici, pur posizionandosi spesso fra il 70% e il 90% della media UE in termini di PIL pro capite, hanno investito massicciamente nell’istruzione terziaria, con percentuali di giovani laureati superiori alla media europea (Eurostat).
Indicatore | UE-27 | Italia | Sardegna | Malta | Estonia | Lituania | |
Popolazione (milioni) | ~448 | ~59 | ~1.58 | ~0.54 | ~1.33 | ~1.9 | ~2.8 |
Superficie (km²) | ~4,200,000 | 301,000 | 24,090 | 316 | 45,339 | 64,500 | 65,300 |
PIL pro capite (PPS, UE=100) | 100 | ~97 | ~75–80* | ~102–104 | ~90–95 | ~75–80 | ~90 |
Laureati 25–34 anni (%) | ~43% | ~28% | ~22–24% (~17–18% adulti totali) | ~46–47% | ~45–50% | ~45% | ~50% |
Studenti sotto competenze minime (%) | — | ~38–40% | ~45–47% | n.d. | inferiori media UE | n.d. | n.d. |
Fonti: Eurostat; Commissione Europea, Education and Training Monitor; OECD Regional Profiles; ISTAT; INVALSI.
La Sardegna mostra invece una situazione molto diversa. Secondo l’OCSE, solo circa il 17–18 per cento della popolazione adulta possiede un titolo terziario, uno dei valori più bassi nello spazio europeo. Inoltre, i dati nazionali indicano che una quota consistente degli studenti non raggiunge livelli adeguati di competenze di base in italiano e matematica, mentre numerosi laureati tendono a lasciare l’isola per cercare opportunità professionali altrove.
In altre parole, la Sardegna non soffre soltanto di perifericità geografica, ma di una fragilità strutturale del capitale umano. Ed è proprio questo, come mostrano Hanushek e Woessmann (2015), uno dei principali determinanti della crescita economica di lungo periodo.
Indicatore lavoro & giovani | UE-27 | Italia | Sardegna | Malta | Paesi baltici |
Employment rate (%) | ~75 | ~66 | ~60 | ~80 | ~75–80 |
NEET 15–29 (%) | ~11–12 | ~20 | ~22–24 | ~8–9 | ~10–12 |
Saldo laureati | — | negativo | negativo | stabile/positivo | spesso positivo |
Fonti: Eurostat; Commissione Europea, Education and Training Monitor; OECD Regional Profiles; ISTAT; INVALSI.
La lettura congiunta di questi dati suggerisce che il vero collo di bottiglia per la Sardegna non è la dimensione demografica né la condizione insulare, ma il ritardo cumulato in termini di capitale umano e partecipazione al lavoro. La quota di laureati è sensibilmente inferiore alla media europea, quasi la metà degli studenti non raggiunge livelli adeguati di competenza e i tassi di NEET restano elevati. In parallelo, molti giovani qualificati emigrano altrove. Al contrario, nei piccoli Stati europei che hanno avviato percorsi di crescita sostenuta – come Malta e i Paesi baltici – l’investimento nell’istruzione e nello sviluppo delle competenze ha preceduto e sostenuto il rafforzamento istituzionale ed economico.
4. Identità sì — ma senza mitizzare lo Stato nazionale
La nazione sarda esiste come comunità culturale. Ma nazione non coincide con lo Stato. Studiosi come Michael Keating (Plurinational Democracy, Oxford University Press) mostrano che oggi la vera sfida non è tanto “uscire”, ma ridefinire la sovranità su più livelli: locale, statale, europeo.
In un’Europa federale, la Sardegna potrebbe avere più autogoverno reale, senza crisi economica violenta, incertezza giuridica, fratture sociali. Cioè, più libertà sostanziale, meno rischio istituzionale.
5. E allora? È “sbagliato” parlare di indipendenza?
No. È un discorso legittimo e culturalmente fondato. Ma, oggi l’indipendenza sarebbe ad altissimo costo sociale, con forte incertezza economica e istituzionale, e senza garanzia di maggiore benessere.
Il punto vero è un altro: prima di parlare di sovranità statale, occorre costruire sovranità cognitiva. Cioè:
scuola solida
università competitive
riduzione della dispersione
attrazione di capitale umano
capacità amministrativa
spirito civico
Senza questo, uno Stato indipendente rischia di essere formalmente sovrano ma sostanzialmente dipendente – da mercati, poteri esterni, competenze importate.
6. Una bussola possibile: più Sardegna dentro un’Europa federale
La prospettiva che vedo più solida è:
rafforzamento autentico dell’autogoverno sardo;
maggiore responsabilità fiscale e amministrativa;
pieno riconoscimento della lingua sarda;
politiche educative e culturali forti;
inserimento deciso in reti europee;
federalismo multilivello.
In questo quadro, la Sardegna non subisce, ma co-governa.
Conclusione
Parlare di indipendenza significa interrogarsi su quale configurazione istituzionale possa garantire il maggiore benessere possibile ai cittadini. L’autodeterminazione è un principio legittimo, ma perché sia anche sostenibile richiede basi economiche, amministrative e – soprattutto – educative solide.
Se la Sardegna vuole realmente accrescere la propria capacità di autogoverno, dovrà investire in modo sistematico nella scuola, nell’università, nella qualità della pubblica amministrazione e nella formazione del capitale umano. In assenza di questo salto di qualità, uno Stato sardo rischierebbe di essere formalmente sovrano ma sostanzialmente dipendente.
In questa prospettiva, una forma di autonomia rafforzata all’interno di un’Europa progressivamente federale potrebbe rappresentare, almeno oggi, la via più pragmatica: più capacità decisionale locale, più responsabilità, più riconoscimento culturale, senza rinunciare alla stabilità economica e giuridica garantita dallo spazio europeo.
Questoo significa che le due prospettive vanno, a mio modesto avviso, perseguite congiuntamente: favorire che il potere sia progressivamente distribuito secondo criteri di efficienza ed efficacia tra dimensione locale, statale ed europea. In questo si realizza la prospettiva di governo multilivello, certamente non facile ma sicuramente democratica ed efficace nel medio e lungo termine.
📚 Riferimenti essenziali
Alesina, A., & Spolaore, E. (2003). The size of nations. Cambridge, MA: MIT Press.
Alesina, A., Spolaore, E., & Wacziarg, R. (2000). Economic integration and political disintegration. American Economic Review, 90(5), 1276–1296.
Baldacchino, G. (Ed.). (2000). The political economy of small islands: Lessons in the resourcefulness of jurisdiction. Basingstoke: Macmillan.
Hanushek, E. A., & Woessmann, L. (2015). The knowledge capital of nations: Education and the economics of growth. Cambridge, MA: MIT Press.
Keating, M. (2001). Plurinational democracy: Stateless nations in a post-sovereignty era. Oxford: Oxford University Press.
European Commission. (various years). Education and Training Monitor. Brussels: European Commission.
Eurostat. (various years). Regional statistics – GDP per capita and education indicators. Luxembourg: Eurostat.
OECD. (various years). Regional attractiveness – Sardinia profiles. Paris: OECD Publishing.
ISTAT / INVALSI. (various years). Rapporti su competenze e istruzione in Italia. Rome: ISTAT / INVALSI.





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