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Le ragioni di un nuovo Statuto per la Sardegna

Aggiornamento: 14 nov 2022

Questo scritto rappresenta la prima parte di un documento più ampio volto a diventare un manifesto politico per chi avrà piacere di farlo proprio in vista delle prossime consultazioni regionali. La responsabilità di ciò che è scritto e solo mia ma nel realizzarlo ho beneficiato di consigli e suggerimenti di amici con i quali in questi ultimi mesi ho potuto condividere queste idee che con umiltà mi permetto di sottoporre all'attenzione dei lettori.

Si tratta di un documento in progress, suscettibile di integrazioni e modifiche sulla base delle osservazioni che dovessero arrivare da parte dei lettori.


1. Il contesto di riferimento

A distanza di oltre 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana e dello Statuto speciale della Sardegna, quest’ultimo approvato con legge costituzionale il 26 febbraio 1948, si rende necessaria una riflessione sulla capacità di entrambe queste carte di rispondere in modo efficace ed efficiente alla nuova situazione venutasi a creare per effetto dei cambiamenti ambientali di tipo politico, sociale, culturale, scientifico e tecnologico, intervenuti sia a livello mondiale che euro-mediterraneo.

Rispetto ad allora, infatti, i confini hanno mutato natura sia di diritto che di fatto, sia sul piano mondiale che su quello più vicino rappresentato dai contesti europeo e italiano. In particolare, tale mutamento, si manifesta nella molteplicità di tali confini e nel fatto che ciascuno di essi assolve a molteplici funzioni: da un lato demarcano e segnano differenze, da un altro mettono in relazione diversità legittime e meritevoli di tutela e, da un altro ancora, svolgono una funzione di selezione e filtro rispetto ad altre relazioni tra popoli e loro aggregati politico-istituzionali.

Nello specifico, sul piano mondiale non si può non tenere conto del fatto che, da quando sono nate la Costituzione italiana e lo Statuto della Sardegna, le cose siano cambiate in modo talmente significativo che oggi quella situazione non esiste più: innanzitutto sono venuti meno gli accordi di Yalta che avevano sancito la divisione del mondo in due sfere di influenza, una sotto il dominio USA e l’altro sotto quello dell’URSS. Da allora, sul piano politico l’URSS non esiste più, la Cina è diventata un soggetto tanto potente da entrare nel Consiglio di sicurezza dell’ONU e nel contempo, altri Stati in Asia, come nell’America Latina, hanno cambiato il proprio ruolo, accrescendolo in termini di capacità di influire sulle vicende mondiali. Ciononostante, le istituzioni mondiali create dopo la Seconda guerra mondiale sono rimaste pressoché immutate e l’ONU, in particolare, è sostanzialmente bloccata dal perdurare del diritto di veto esercitabile da uno qualsiasi dei cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e, di conseguenza, incapace di agire, soprattutto di fronte a problemi come i conflitti tra stati e, segnatamente, tra quelli in cui è coinvolto uno qualunque degli Stati del Consiglio di Sicurezza.

Il risultato è che oggi il mondo è ben lontano dalla pace e si trova, purtroppo, sempre sull’orlo della catastrofe nucleare, poiché le armi rimangono, purtroppo, lo strumento deterrente di eventuali conflitti mentre si continua a rinunciare all’uso del diritto come strumento di composizione di eventuali controversie

Dal punto di vista commerciale la nascita degli accordi GATT, che hanno originato l’attuale Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), ha creato i presupposti per la progressiva abolizione e riduzione delle barriere doganali favorendo il libero commercio di beni e servizi e l’affermarsi del fenomeno della globalizzazione che porta con sé una serie di implicazioni, sia positive che negative.

Sul piano economico e monetario, dopo il venir meno degli accordi di Bretton Woods[1], allorché il Presidente USA Richard Nixon dichiarò unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro in oro il 15 agosto 1971, gli europei, dopo alterne vicende riuscirono, grazie agli accordi di Maastricht del 1992, a mettere a disposizione degli scambi commerciali mondiali l’euro, utilizzabile anche come moneta di riserva da affiancare al dollaro. Questa scelta che è servita a restituire stabilità al commercio mondiale da un lato e, agli Stati europei aderenti all’accordo dall’altro, la possibilità di contenere l’inflazione e di non subire più la volatilità derivante da operazioni speculative, non è riuscita ad esprimere tutte le potenzialità, dal momento che si è dato seguito soltanto all’unione monetaria ma non anche a quella economica che avrebbe richiesto, invece, una armonizzazione, che non c’è stata, sul piano della fiscalità e dei sistemi di welfare e tutela del lavoro.

Sempre sul piano europeo, la nascita del processo di integrazione, frutto della capacità visionaria del federalista Altiero Spinelli seguito da statisti come De Gasperi, Schumann, Monnet e Adenauer ha creato i presupposti di tipo economico, commerciale ed energetico perché da un lato si impedisse un nuovo conflitto tra popoli storicamente nemici e, dall’altro, ha creato i presupposti per far diventare il contesto dei paesi aderenti all’Unione, oggi arrivata a 27 Stati, la prima potenza commerciale al mondo.

Se l’approccio funzionalista ha permesso la nascita e ha favorito i primi allargamenti della Comunità inizialmente a 6, poi a 9 nel 1973, a 10 nel 1981 e a 12 nel 1986, di seguito ha perso di efficacia con i successivi allargamenti a nord e a est, incancrenendo i processi decisionali a questioni spesso marginali rispetto alle generali finalità definite dai padri fondatori. Infatti, la liberalizzazione dell'economia ha catturato completamente l’attenzione dei paesi aderenti e non è stata accompagnata da una altrettanto auspicabile liberalizzazione della democrazia che, nel rispetto del diritto di autodeterminazione dei popoli, dovrebbe ancora oggi porsi come vero e proprio laboratorio sperimentale di esperienze partecipative. L'UE, di converso, dovrebbe affondare le proprie radici nella condivisione di politiche inerenti principalmente alla difesa, i rapporti con l'estero e il bilancio, mentre, a tutt’oggi tale procedimento risulta del tutto disatteso o è molto debole, anche se il conflitto tra Russia e Ucraina ha riportato all’attenzione l’importanza di dotarsi di una politica europea di difesa, così come di una strategia comune in campo energetico, ambientale e di produzione di materie prime agricole.

In sostanza, a distanza di settant’anni esatti dall’entrata in vigore del primo accordo riguardante la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA)[2], si può affermare che se da un lato il processo di allargamento a nuovi Stati[3] è stato ampiamente positivo per creare un contesto di cittadinanza europea, fondato sull’idea di una cultura inclusiva, aperta e collaborativa (pensate solo ai benefici del programma Erasmus per i nostri giovani), dall’altro lato, la crescita di complessità non è stata accompagnata da provvedimenti che impedissero sia il progressivo incancrenirsi dei processi decisionali sia l’emergere di posizioni opportunistiche assai distanti dalle intenzioni dei padri fondatori. Il risultato della mancata gestione del processo di approfondimento e consolidamento in senso politico ha fatto sì che uno dei Paesi entrati col primo allargamento (il Regno Unito di Gran Bretagna) abbia deciso di uscire dall’Unione ponendo il problema di prevedere nei Trattati anche l’eventuale uscita dall’Unione, nel rispetto del fatto che gli interessi a partecipare e la delega sulle materie attribuite possono mutare nel corso del tempo[4].

Certo è che il processo di integrazione europea ha modificato il concetto di “confine” degli stati nazionali rendendoli sempre più permeabili per rispondere alla necessità di favorire la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali, così come, di fatto, è nella consapevolezza di tutti che la crescita dei fenomeni migratori impone a tutta l’area dell’Unione europea nuove sfide in termini di creazione di condizioni inclusive delle molteplici diversità in essa presenti.

Questo significa che occorre una seria riflessione e revisione di tutto l’impianto istituzionale che va dall’Unione Europea agli Stati nazionali e da questi alle unità sub-statali, considerando con la dovuta attenzione la questione delle Nazioni senza Stato che coinvolge diversi territori ad ovest come a est, a sud come a nord del Continente europeo.

Di certo il processo di integrazione europea ha prodotto tali e tanti cambiamenti che sarebbe estremamente sbagliato non considerarli nella loro globalità e complessità, sia positivi che negativi, circostanza questa che non deve permettere giudizi sommari volti a enfatizzare o demonizzare il percorso fatto fino a oggi.

Nondimeno, sul piano scientifico tecnologico l’evoluzione digitale ha favorito e favorisce la costruzione di reti e di relazioni che attraversano i confini degli Stati, abbattono le barriere linguistiche e culturali, permettono a ogni individuo di essere nel contempo parte della propria realtà locale e di quella europea e, più in generale, mondiale.


2. La necessità di una architettura politico-istituzionale adeguata alla nuova condizione

La premessa di cui al punto precedente è parte integrante del ragionamento che sta alla base della proposta di un nuovo Statuto di autonomia della Sardegna, poiché sarebbe metodologicamente errato ignorare che anche per questa terra e il popolo che la abita, il problema è quello di trovare, responsabilmente e da protagonisti, una adeguata e dignitosa collocazione del nostro stare nel mondo. Uno stare nel mondo che è, di fatto e di diritto, condizionato prima di tutto, volenti o nolenti, dall’appartenere sia alla Repubblica italiana che all’Unione europea. Tale appartenenza, infatti, è di certo all’origine di numerosi vincoli e condizionamenti negativi ma non si può sottacere che, dalla stessa scaturiscono importanti opportunità che occorre individuare e saper cogliere. Rifiutarle, solo perchè derivanti da processi non democratici, non ne evita le implicazioni, anche se se legittimamente qualcuno può optare per forme di disobbedienza civile.

Sono queste ragioni che suggeriscono, responsabilmente, di rivedere lo Statuto della Sardegna all’interno dell’organizzazione complessiva della Repubblica italiana e, in prospettiva, dell’Unione europea; questo è propedeutico per comprendere in che modo la struttura dello Stato, nelle sue istituzioni centrali, possa essere più adatta e capace di agire per dare soddisfazione alle legittime, molteplici e diverse istanze provenienti dalle popolazioni presenti nei diversi territori dello Stato. A supportare questa esigenza c’è l’amara constatazione del fatto che l’attuale architettura istituzionale non è stata finora in grado di supportare efficaci azioni volte a impedire l’aumento delle differenze socioeconomiche tra le diverse aree mentre, di converso, l’attuale ordinamento non permette di attribuire valore alle differenze positive di tipo storico, culturale e linguistico che, anzi, nel tempo, sono state represse e perfino annullate se non anche criminalizzate.

Ciò implica una revisione della Carta costituzionale in modo da renderla strutturalmente adatta per far fronte alla nuova società in corso di formazione. Una revisione che mantenga saldi alcuni valori e principi che non tramontano e non devono tramontare ma che sia allo stesso tempo capace di accogliere istanze finora ignorate se non anche calpestate. Ecco perché serve una ridefinizione dei poteri metodologicamente coerente con il rispetto di valori e principi universali riconosciuti istituzionalmente ma negati sostanzialmente per effetto della prevaricazione di chi, avendo dei vantaggi dalla situazione esistente, voglia in modo miope ed egoistico continuare a impedire quanto già oggi la stessa Costituzione pone a base della formazione dello Stato italiano e i Trattati europei pongono a base della cittadinanza europea. In tal senso, infatti, i poteri attribuiti alle Regioni dalla Costituzione, anche dopo la riforma del Titolo V, appaiono inadeguati rispetto alla necessità di favorire quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 3 che recita:


È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”


L’inadeguatezza dell’architettura politico-istituzionale è connessa con la necessità di riconoscere all’origine il principio in base al quale si è in grado di esercitare il potere e cioè che questo libero esercizio è possibile solo se si dispone degli strumenti e delle risorse necessari, ovviamente nel rispetto della responsabilità, cioè del fatto che chi decide risponde personalmente del proprio operato, nel bene e nel male.

Questo significa che non è solo una questione di materie sulle quali esercitare il potere, alcune in modo esclusivo e altre in modo concorrente con lo Stato, quanto di riconoscere per ciascuno dei livelli di potere decisionali la responsabilità e la capacità di stabilire le risorse utilizzabili allo scopo, a partire da quelle finanziarie ottenibili attraverso la fiscalità.

Se quindi lo Statuto originario ha attribuito alla Sardegna il potere di legiferare in maniera esclusiva su alcune materie (ad esempio: ordinamento degli enti locali, edilizia, urbanistica, agricoltura e foreste), mentre in altre (come sanità, assistenza pubblica) può legiferare nell'ambito dei principi stabiliti con legge dello Stato, con la riforma del Titolo V tali competenze sono state ampliate (ad esempio, ricerca e formazione professionale). Ciò che manca, tuttavia, è la possibilità di prevedere all’origine risorse proprie per ciascun livello decisionale, visto che tutte le entrate fiscali sono dello Stato e poi da questo trasferite alle Regioni. Questo è uno dei vulnus più evidenti che spingono a considerare non più rinviabile la revisione della Costituzione italiana e la costruzione di un nuovo Statuto che assicuri un livello reale e sostanziale di esercizio del diritto di autodeterminazione.

Nondimeno occorre evidenziare che l’attuale Carta costituzionale, nell’attribuire allo Stato centrale tutto il potere prevedendo che sia quest’ultimo a delegarlo a livelli istituzionali inferiori, legittima l’idea di una gerarchia che non si discosta da quello monarchico dal quale il popolo decise di volersi staccare col referendum del 1946. Sarebbe invece opportuno che, coerentemente con una idea reticolare e sistemica della società, la Carta costituzionale riconoscesse pari dignità a ogni livello politico-istituzionale, dal momento che la suddivisione del potere andrebbe realizzata nel rispetto dei principi di sussidiarietà e di efficienza ed efficacia dell’azione politica.

Analogamente, ancorché il tema verrà sviluppato in un punto successivo, voglio chiarire fin d'ora che una democrazia compiuta si fonda sul coinvolgimento diretto e totale dei cittadini cui si rivolge un determinato ordinamento, sia esso lo statuto, la costituzione o un trattato internazionale. Questo, per noi sardi, dal 1720 a oggi non è mai avvenuto. Anzi, i sardi hanno subìto tutte queste decisioni senza mai esprimersi. La democrazia diretta è indice di maturità. Rifiutarla, significa che ci sono delle élite che si arrogano un diritto che non gli appartiene, quello di pensare di essere migliori di altri.

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