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Oltre il vittimismo: tra memoria, responsabilità e capacità dei sistemi territoriali


Negli ultimi tempi il dibattito pubblico sulla Sardegna sembra oscillare tra due posizioni contrapposte e speculari. Da un lato, una narrazione che insiste sui processi di dominio subiti dall’isola, non di rado declinata in chiave esclusivamente o prevalentemente vittimistica. Dall’altro, una reazione, giusta, che invita a “smetterla con il vittimismo”, richiamando alla responsabilità individuale e collettiva.

Entrambe le posizioni colgono un elemento di verità. Ed entrambe, quando assunte in modo esclusivo e assoluto, risultano però parziali o insufficienti.

Che la Sardegna sia stata e sia ancora oggi oggetto di processi di colonizzazione da parte dello Stato italiano è difficilmente contestabile. Non si tratta solo di dinamiche economiche, ma anche di forme più sottili e pervasive, che hanno inciso sui piani culturali, simbolici e istituzionali. Alcuni segni sono ancora oggi evidenti: basti pensare alla persistenza di una toponomastica imposta in epoca sabauda e tutelata da normative successive totalmente illiberali, che continua a strutturare lo spazio simbolico dei centri urbani e dei paesi, limitando l’autonomia delle comunità nelle decisioni di “ri-significazione” degli spazi pubblici. Non si tratta di dettagli, ma di elementi che contribuiscono a definire identità, appartenenze e rappresentazioni collettive.

Negare questi processi significherebbe commettere un errore di analisi. Il loro riconoscimento non è solo legittimo, ma necessario per comprendere le dinamiche di potere che ancora oggi attraversano il territorio. Tuttavia, assumerli come spiegazione totale delle difficoltà attuali rappresenta, a mio modo di vedere, un errore altrettanto grave. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: l’impossibilità di comprendere fino in fondo la realtà e, soprattutto, di agire su di essa con efficacia.

Il nodo teorico, prima ancora che politico, sta nella relazione tra struttura e azione. I territori non sono entità passive, ma sistemi complessi nei quali vincoli e opportunità coesistono e si trasformano nel tempo. Le condizioni strutturali – geografiche, istituzionali, storiche – incidono profondamente sulle traiettorie di sviluppo, ma non le determinano in modo meccanico. Allo stesso modo, l’azione degli attori locali non è libera in senso assoluto, ma si esercita entro margini più o meno ampi, che dipendono anche dalla qualità delle istituzioni e dei processi di apprendimento collettivo. È in questo spazio intermedio che si gioca la partita.

Questa tensione emerge con particolare evidenza in alcuni dei temi oggi più divisivi.

Si pensi, ad esempio, alla transizione energetica. Da un lato, si tratta di un passaggio necessario, in linea con gli obiettivi di sostenibilità e decarbonizzazione di cui il mondo ha estremo bisogno. Dall’altro, non si può ignorare come essa stia assumendo, in diversi contesti come la Sardegna, i tratti di un processo speculativo, in cui grandi operatori esterni intercettano risorse territoriali – vento, sole, suolo – senza un reale radicamento nei sistemi locali e anzi con l’ottenimento di benefici anche attraverso meccanismi incentivanti che, in diversi casi, appaiono poco coerenti con i bisogni e le percezioni delle comunità locali e con un uso efficiente delle risorse pubbliche.

Il rischio, in questo caso, non è la transizione in sé, ma la sua gestione. Se letta esclusivamente come imposizione esterna, essa viene rigettata; se accettata in modo acritico, rischia di produrre nuove forme di dipendenza. Il problema, ancora una volta, non è scegliere tra accettazione o rifiuto, ma costruire le condizioni perché questi processi siano governati, negoziati e integrati nei sistemi territoriali, generando valore condiviso. Ma, purtroppo, la condivisione è qualcosa di molto dichiarato e pochissimo praticato.

Un discorso analogo vale per progetti ad alta intensità scientifica e tecnologica, come per esempio quello dell’Einstein Telescope.

Anche in questo caso, il dibattito tende a polarizzarsi: da un lato, chi vede nel progetto un’opportunità straordinaria di posizionamento internazionale; dall’altro, chi lo interpreta come l’ennesima operazione calata dall’alto, potenzialmente lesiva degli usi tradizionali del territorio.

Ma, anche in questo caso, a mio modo di vedere, la questione è posta in termini fuorvianti. Non si tratta di stabilire se il progetto sia “buono” o “cattivo” in sé, né di difendere in modo statico l’assetto attuale delle attività locali. La domanda più rilevante è un’altra: quale ruolo vogliamo assumere all’interno di questi processi?

Vogliamo limitarci a subirli o respingerli, oppure siamo in grado di negoziare, orientare e integrare queste iniziative in una strategia di sviluppo più ampia?

In altri termini: ha più senso difendere acriticamente assetti produttivi esistenti (per esempio quelli legati all’estrazione di lapidei che comunque deturpa il paesaggio), o interrogarsi su come un territorio possa diventare spazio di sperimentazione avanzata, capace di produrre e attrarre nuove competenze, ricerca e nuove traiettorie di sviluppo?

Questo non significa negare il valore delle attività tradizionali, ma riconoscere che nessun sistema economico è immutabile. La vera questione non è se difendere o meno ciò che esiste, ma come accompagnare i processi di trasformazione in modo consapevole, evitando sia la conservazione sterile sia la sostituzione passiva.

Se si adotta una prospettiva sistemica, il territorio appare per ciò che è: un sistema vitale, composto da una molteplicità di attori – imprese, istituzioni, comunità – che interagiscono tra loro, generando (o distruggendo) valore. In questa prospettiva, lo sviluppo non è il risultato automatico di una risorsa, ma l’esito di processi di co-creazione, nei quali la qualità delle relazioni, delle competenze e della governance gioca un ruolo decisivo. Ed è qui che fa la differenza la qualità della formazione e delle competenze presenti nei territori. Non tutto può essere ricondotto ai vincoli esterni: una parte delle difficoltà deriva anche dalla capacità – o incapacità – di attivare risorse cognitive, organizzative e progettuali. Ridurre tutto alla dipendenza rischia di nascondere questa dimensione, che invece è decisiva.

Il vero problema, allora, non risiede né nel vittimismo né nella sua critica, ma nella difficoltà di costruire capacità trasformativa. Nella debolezza delle istituzioni locali, nella frammentazione delle strategie, nella limitata capacità di fare sistema, nella difficoltà di tradurre conoscenza in azione.

È qui che si misura, in ultima analisi, la qualità delle classi dirigenti e dei processi di sviluppo.

Uscire dal vittimismo non significa negare i problemi. Significa affrontarli senza semplificarli. E soprattutto, senza rinunciare alla possibilità – e alla responsabilità – di costruire percorsi di sviluppo fondati sulla conoscenza, sulla cooperazione e sulla capacità di generare valore nel tempo.

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