Quando il calcio smette di essere sport.
- giuseppe melis

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min

Potere improprio, riscatto simbolico e il caso Cagliari–Juventus
Non tutte le partite di calcio sono uguali perché non tutte si giocano davvero sul piano dello sport. In molti casi, soprattutto quando entrano in campo rapporti di forza economici, politici e simbolici consolidati, il risultato non è semplicemente l’esito di una competizione regolata, ma l’espressione di un ordine di potere che pretende di riprodursi anche attraverso il gioco.
Quando questo accade, lo sport viene di fatto negato: le regole restano formalmente uguali, ma la legittimità della vittoria non è più distribuita in modo simmetrico. È in questi contesti che alcune partite smettono di essere “solo partite” e diventano occasioni di riscatto collettivo, momenti in cui la sconfitta del più forte assume un significato che va ben oltre il campo.
Per molti sardi, Cagliari Calcio – Juventus è da sempre una di queste partite. Non una sfida sportiva neutra, ma un confronto carico di memoria, di asimmetrie, di una lunga storia di potere improprio esercitato dentro e fuori dal campo.
Quando il potere entra nello sport, lo sport finisce
Lo sport esiste solo se le regole valgono per tutti. Nel momento in cui risorse economiche, relazioni politiche, influenza mediatica e sudditanza psicologica alterano strutturalmente il campo di gioco, il risultato smette di essere sportivo e diventa l’esito di un rapporto di forza.
Per decenni, la Juventus ha rappresentato e rappresenta — al di là dei meriti tecnici reali — l’idea che il più forte, sostenuto da risorse economiche, relazioni e narrazioni favorevoli, debba vincere e che, quando ciò non accade, il sistema percepisca la sconfitta come un’anomalia. Non è solo una percezione da tifosi avversari: è una narrazione interiorizzata, ripetuta, normalizzata che proprio in queste ore trova conferma nei quotidiani, nel talk show dove si parla di calcio, nelle piattaforme social.
Quando la Juve perde, il discorso pubblico raramente è: “gli altri hanno giocato meglio”.Più spesso è: “com’è possibile che la Juve non abbia vinto?” Questa non è mentalità sportiva. È mentalità colonizzatrice.
In questo quadro si comprende anche un fenomeno spesso rimosso: il tifo, diffuso anche in Sardegna, per le squadre strutturalmente vincenti. Non si tratta solo di preferenze sportive, ma di una forma di riscatto simbolico individuale. Identificarsi con chi vince diventa un modo per prendere le distanze da una terra percepita come marginale, da opportunità negate, da un’appartenenza vissuta come limite anziché come valore.
Quando poi quella squadra perde contro il Cagliari, il disagio diventa doppio: sportivo e identitario. Perché il meccanismo di compensazione si spezza.
Sudditanza psicologica e sistema malato
Chi ha vissuto certe stagioni ricorda bene il clima: non serviva dimostrare che una partita fosse truccata; bastava che fosse plausibile che lo fosse. Arbitri intimiditi, avversari rassegnati, commentatori indulgenti. Un sistema in cui il potere produceva obbedienza preventiva.
Quando questo accade, lo sport è già stato negato. Resta lo spettacolo, resta il rito, ma l’equità è compromessa. Ed è qui che certe vittorie diventano qualcosa di diverso: non successi sportivi qualunque, ma rotture simboliche.
Le partite che spezzano l’ordine “naturale”
Per questo alcune partite restano nella memoria collettiva sarda. Come nel celebre Juventus–Cagliari del 15 marzo 1970, concluso 2-2 con doppietta di Riva, un rigore contro il Cagliari fatto ripetere e un’autorete di Comunardo Niccolai, sotto la direzione di Concetto Lo Bello. Quell’anno il Cagliari vinse lo scudetto infrangendo la logica del “non vi spetta”. La Sardegna che prende ciò che nessuno pensava potesse davvero prendere.
O come nel Cagliari–Juventus del 16 gennaio 2005, concluso 1-1, quando Gianfranco Zola con un colpo di testa memorabile beffò Zebina e Buffon facendo esplodere il Sant’Elia, riequilibrando così una partita che fino a quel momento appariva indirizzata. Emblematico fu, in proposito, il comento dell’indimenticato e indimenticabile radiocronista di Radiolina Bruno Corda che si lasciò sfuggire in diretta “state zitti juventini”, una frase che restituisce il clima emotivo e simbolico di quella partita, in cui l’identificazione con la squadra dominante diventava, anche per molti sardi, una forma di distanza dalla propria appartenenza. Un gol, quello di Zola, che non è solo bellezza calcistica, ma smentita dell’idea che la forza decida sempre. Non fu raro, in quel contesto, che anche chi fino a quel momento si identificava con la squadra dominante ritrovasse improvvisamente un senso di appartenenza. In quei momenti non esultò solo uno stadio. Esultò chi vide incrinarsi l’ordine imposto.
È poi significativo osservare come pratiche storicamente tollerate, e largamente presenti nella prassi del gioco, diventino improvvisamente ‘antisportive’ quando a metterle in atto è chi rompe l’ordine costituito. Anche questa è una forma di potere improprio: la capacità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è a seconda di chi agisce.
Il contesto attuale: meno sport, più potere
Tutto questo avviene oggi in un calcio che di sportivo ha sempre meno. Un’industria globale, governata da capitali enormi, narrazioni mediatiche orientate e interessi che nulla hanno a che fare con il gioco, al punto che anche l’evoluzione delle regole, delle interpretazioni e della narrazione tende spesso a favorire chi è già strutturalmente forte, relegando gli altri al ruolo di comprimari. Proprio per questo, le vittorie “improbabili” assumono un valore ancora più forte: sono eccezioni che resistono a un sistema progettato per riprodurre sempre gli stessi vincitori.
Quando accadono, producono stupore. Lo stesso stupore che si manifesta ogni volta che il più debole non accetta il ruolo, spesso di subalternità, che qualcun altro decide di assegnargli. Come se la forza desse automaticamente diritto alla vittoria.
Sardità scelta, non subita
La vittoria recente (sabato 17 gennaio 2026) del Cagliari assume quindi un significato ulteriore quando a incarnarla sono figure come Yerry Mina, che dice di sentirsi sardo e di appartenere a questo popolo, e Fabio Pisacane, che quella sardità la vive come responsabilità, anche lui napoletano dei quartieri poveri, che a Cagliari ha scelto di vivere con tutta la famiglia. Persone con storie difficili, di sofferenza e riscatto, come lo fu l’infanzia del nostro Gigi Riva, sbattuto in Sardegna senza che lo volesse ma che poi la scelse fino a incarnarne i valori più profondi e nobili di questo popolo.
Qui emerge una verità scomoda: l’identità non è solo nascita, ma scelta. E spesso sono proprio quelli che arrivano da fuori a riconoscerne il valore, mentre alcuni nativi la rinnegano, la minimizzano, la deridono.
Perché è più di una partita
Quando il Cagliari batte la Juventus, non si festeggia la sconfitta dell’altro. Si festeggia la sconfitta dell’arroganza del più forte, l’idea che il potere sia destino.
È per questo che, anche se il calcio non è più quello di una volta, certe partite continuano a contare. Perché ricordano che lo sport esiste solo quando il potere viene tenuto fuori dal campo. E che ogni tanto, contro ogni previsione, Davide può ancora colpire Golia.
Per questo partite come queste non sono mai solo partite. Sono momenti in cui un sistema che tende a negare lo sport viene temporaneamente smentito dai fatti. Non perché il più debole diventi improvvisamente più forte, ma perché il potere — quando entra nel gioco — non è mai onnipotente, né naturale.





Commenti