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Quando mi chiedono se sono di destra o di sinistra

La mia espressione quando mi chiedono se sono di destra o di sinistra

Ogni tanto, nelle conversazioni pubbliche o private, qualcuno mi pone la domanda: «Ma tu sei di destra o di sinistra?».

È una domanda legittima. Il dibattito politico italiano, da oltre un secolo, continua a organizzarsi attorno a questa distinzione, che per molti rappresenta ancora il principale — se non l’unico — criterio di orientamento.

In fondo, la domanda “sei di destra o di sinistra?” presuppone una struttura del pensiero fortemente binaria. È una modalità di interpretazione della realtà che riduce la complessità del mondo politico e sociale a due soli poli contrapposti. Questo schema ha avuto una sua funzione storica, soprattutto nell’Ottocento e nel Novecento, quando i sistemi politici europei erano attraversati da grandi fratture ideologiche. Oggi però essa costituisce, a mio modesto avviso, una semplificazione che oscura più di quanto chiarisca e che impedisce l'evoluzione del pensiero e, di conseguenza, quello delle proposte politiche.

Le società contemporanee sono sistemi complessi, caratterizzati da una molteplicità di livelli decisionali, interessi differenziati, identità territoriali e istituzioni interconnesse. Ridurre tutto questo alla contrapposizione destra-sinistra significa adottare una logica binaria che finisce per negare la natura stessa di questa complessità. Come ha ricordato Edgar Morin, «la complessità non elimina le opposizioni, ma rifiuta le semplificazioni che pretendono di ridurre la realtà a schemi lineari»

       Lo stesso schema semplificatore si ritrova nella concezione dello Stato che domina gran parte del dibattito politico europeo: una struttura monolitica nella quale non esisterebbe nulla al di sotto se non poteri delegati dall’alto e nulla al di sopra se non forme di cooperazione tra governi nazionali. In questa prospettiva lo Stato diventa l’unico centro legittimo della sovranità e le autonomie territoriali, così come le istituzioni sovranazionali, vengono considerate semplicemente come articolazioni subordinate.

        Il federalismo, invece, nasce proprio come tentativo di superare questa visione verticale e semplificata del potere. Esso riconosce che la realtà politica è intrinsecamente multilivello e che la distribuzione della sovranità può e deve riflettere la pluralità delle comunità che compongono una società.

Ecco perché, alla domanda di cui sopra, rispondo semplicemente che mi definisco federalista. Senza altre accezioni. A quel punto la conversazione prende quasi sempre una piega interessante. Qualcuno mi dice: «Anch’io sono federalista, anche se voto per il Partito Democratico». Altri aggiungono: «Anch’io mi sento federalista, ma sto nel centrodestra». Altri ancora «La penso esattamente come te». C’è poi chi per supportare queste posizioni ricorda la stagione delle riforme regionali, altri citano l’autonomia differenziata o il federalismo fiscale. Alla fine, scopro che esiste una sorprendente quantità di federalisti che, però, fanno ben poco di federalista.

E, infatti, se si osserva con attenzione il panorama politico italiano, si scopre che il federalismo è, senza tema di smentita, una delle idee meno rappresentate nel sistema politico contemporaneo.

Chiaramente, questo non significa che i partiti siano tutti uguali. Le differenze tra loro esistono e talvolta sono rilevanti. Tuttavia, sul piano istituzionale, la maggior parte delle forze politiche italiane condivide un presupposto implicito: la centralità dello Stato nazionale come principale luogo di decisione politica, fiscale e amministrativa. Ogni loro ragionamento inizia e finisce con lo Stato, salvo piccole e marginali incursioni in ambito sovra o infra-statuale.

Il federalismo, invece, nasce storicamente proprio per mettere in discussione la centralità dello Stato.


Una tradizione italiana spesso dimenticata

Nonostante la situazione attuale, caratterizzata da una diffusa e profonda scarsa conoscenza della tradizione federalista da parte della classe politica che oggi spadroneggia nelle Istituzioni, va precisato che nel pensiero politico italiano il federalismo non è affatto una posizione marginale. Al contrario, ha radici profonde.

Nel XIX secolo Carlo Cattaneo fu uno dei più lucidi sostenitori di un modello federale per l’Italia. Egli, così scriveva, «la libertà è una pianta dalle molte radici». Nella sua visione, le comunità locali non erano semplici articolazioni periferiche dello Stato, ma veri e propri centri di produzione di ricchezza, cultura e innovazione civile. Il federalismo rappresentava quindi il modo più coerente per valorizzare la pluralità storica ed economica della penisola italica.

In Sardegna questa sensibilità ha trovato espressione nel pensiero di Giovanni Battista Tuveri, che già nell’Ottocento rifletteva sul rapporto tra autonomia dei territori, libertà civili e responsabilità politica delle comunità locali.

Nel Novecento questa tradizione è stata ripresa, tra gli altri, da Antoni Simon Mossa, che ha cercato di reinterpretare il tema dell’autonomia sarda dentro una visione più ampia di autogoverno e valorizzazione delle specificità storiche e culturali dell’isola.

In altre parole, il federalismo non è un’invenzione recente né una posizione marginale: è una tradizione politica che attraversa la storia italiana e sarda da oltre un secolo e mezzo. Il federalismo, infatti, non nasce dentro lo schema politico della destra o della sinistra. È una tradizione che attraversa culture politiche diverse, come mostrano alcune citazioni di pensatori europei e protagonisti delle esperienze autonomistiche.


Il federalismo oltre la distinzione tra destra e sinistra

Autore

Contesto

Citazione

Carlo Cattaneo

Federalismo italiano ottocentesco

«La libertà è una pianta dalle molte radici.»

Luigi Einaudi

Federalismo europeo

«Gli Stati nazionali sovrani sono ormai polvere senza sostanza.»

Altiero Spinelli

Manifesto di Ventotene

«La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade lungo la linea della creazione o meno di uno Stato federale europeo.»

Giovanni Battista Tuveri

Tradizione autonomista sarda

L’autonomia dei territori è una condizione della libertà civile e della responsabilità politica delle comunità.

Antoni Simon Mossa

Autonomismo sardo del Novecento

L’autogoverno dei popoli è una forma più avanzata di democrazia, non una negazione dello Stato.

Silvius Magnago

Autonomia dell’Alto Adige

«L’autonomia non è un fine, ma uno strumento.»

Jordi Pujol

Autogoverno catalano

«L’autogoverno non è un privilegio, ma una responsabilità.»

José Antonio Aguirre

Tradizione autonomista basca

«Un popolo che governa sé stesso assume la responsabilità del proprio destino.»

Alex Salmond

Dibattito sull’autonomia scozzese

«Le decisioni che riguardano la Scozia devono essere prese in Scozia.»

Vale la pena ricordare, a questo proposito, che l’elaborazione culturale sviluppata nel Movimento Federalista Europeo ha chiarito come il federalismo rappresenti un’evoluzione rispetto a tradizioni diverse — dalla dottrina sociale della Chiesa al liberalismo fino al socialismo — cercando di sintetizzarne gli elementi più fecondi.


Il paradosso del federalismo italiano

Nonostante questa tradizione, oggi il federalismo è pressoché assente dal dibattito politico, salvo il meritorio lavoro svolto dal Movimento Federalista Europeo di cui mi onoro di aver fatto parte e di aver condiviso valori, strategie, azioni, per nulla dimenticate e che ancora oggi condivido.

Se si osservano le posizioni dei principali partiti italiani emerge un dato abbastanza evidente: il confronto politico si svolge quasi sempre all’interno di diverse varianti di centralismo statale, con differenze che riguardano soprattutto il grado di autonomia amministrativa riconosciuto ai territori.

Per chiarire meglio questo punto può essere utile una sintesi schematica.

Partito

Orientamento istituzionale interno

Autonomia territoriale

Posizione sull’integrazione europea

Tendenza complessiva

Fratelli d’Italia

Forte centralità dello Stato nazionale

Limitata

Europeismo intergovernativo

Centralismo nazionale

Partito Democratico

Regionalismo cooperativo

Moderata

Europeismo riformista ma statale

Regionalismo amministrativo

Movimento 5 Stelle

Stato centrale con partecipazione diretta

Limitata

Posizione oscillante sull’integrazione

Centralismo populista

Forza Italia

Favorevole in teoria al federalismo fiscale

Moderata

Europeismo pragmatico

Federalismo retorico

Lega

Autonomia differenziata

Selettiva

Critica verso integrazione politica UE

Regionalismo nazionalista

Azione

Stato centrale efficiente

Moderata

Europeismo riformista

Regionalismo tecnocratico

Italia Viva

Stato centrale con autonomia amministrativa

Moderata

Europeismo liberale

Regionalismo riformista

AVS

Rafforzamento ruolo pubblico nazionale

Moderata

Europeismo solidale ma statale

Centralismo progressista

+Europa

Stato liberale con autonomie amministrative

Moderata

Apertura al federalismo europeo

Liberal-europeismo

Partito Socialista Italiano

Tradizione autonomista ma statale

Moderata

Europeismo socialdemocratico

Regionalismo socialdemocratico

Partito Liberale Italiano

Stato liberale con decentramento

Moderata

Europeismo liberale

Decentramento liberale

Partito Radicale

Stato di diritto con autonomie locali

Moderata

Federalismo europeo

Liberal-federalismo

Südtiroler Volkspartei

Forte autonomia territoriale

Molto forte

Europeismo pragmatico

Autonomismo territoriale

Union Valdôtaine

Federalismo regionale

Molto forte

Europeismo regionalista

Federalismo territoriale

Partito Sardo d’Azione

Storicamente autonomista e federalista

Forte in origine

Europeismo variabile

Autonomismo storico, oggi ambiguo

Una lettura di questo tipo non pretende ovviamente di esaurire la complessità delle posizioni politiche. Tuttavia, evidenzia un punto piuttosto chiaro: nel dibattito politico italiano contemporaneo il federalismo è quasi sempre evocato come parola, ma raramente come progetto istituzionale coerente.


Perché continuo a definirmi federalista

Quando dico di considerarmi federalista non lo faccio per puerile e anticonformista contrapposizione ideologica ai partiti esistenti. E non lo faccio neppure per nostalgia di modelli istituzionali del passato che non ci sono mai stati come io li immagino. Lo faccio perché ritengo che una società complessa abbia bisogno di pluralismo istituzionale, di responsabilità dei territori e di una distribuzione del potere che consenta ai diversi livelli di governo di affrontare i problemi nel modo più vicino possibile alle comunità coinvolte (principio di sussidiarietà). Il tutto in modo coerente con un approccio sistemico, quello che ha permesso e permette ancora oggi i più fecondi avanzamenti nel campo della ricerca e del progresso.

Una prospettiva federalista, in fondo, pone una domanda molto semplice: qual è il livello di governo più adatto a risolvere un determinato problema?

In molti paesi europei — come la Germania, la Svizzera o l’Austria — questa domanda è al centro dell’organizzazione dello Stato. Le autonomie territoriali non sono viste come una minaccia all’unità nazionale, ma come una risorsa per il funzionamento complessivo del sistema, anzi esse sono parte costitutiva dello stato, al pari delle istituzioni centrali. In Italia, invece, il dibattito pubblico continua spesso a muoversi dentro una logica fortemente centralista, anche quando si parla di autonomia o di regionalismo.

Per questo motivo non posso che definirmi federalista. Ed è anche la ragione per cui non riesco a identificarmi nei partiti elencati nella tabella precedente. Non perché ritenga irrilevanti le differenze tra gli stessi, ma perché osservo che una parte importante della tradizione politica italiana — quella che va da Cattaneo a Tuveri fino a Simon Mossa — è, nei fatti, ancora oggi largamente ai margini del dibattito politico (giusto per usare un eufemismo).

Forse proprio per questo vale la pena, ogni tanto, tornare a parlarne ed è lo stesso motivo per cui ho sempre rispettosamente rifiutato proposte di coinvolgimento in tornate elettorali, anche da parte di persone che ho stimato e stimo. Lo faccio perché ritengo che una società complessa abbia bisogno di pluralismo istituzionale, di responsabilità dei territori e di una distribuzione del potere che consenta ai diversi livelli di governo di affrontare i problemi nel modo più vicino possibile alle comunità coinvolte.

Da ciò si evince, altresì, perché alcune sigle di partito mi risultano del tutto incompatibili con i valori e la cultura politica che cerco di portare avanti. Non si tratta solo di divergenze programmatiche: in alcuni casi esistono sigle che portano avanti idee che, oltrepassando la soglia del normale confronto democratico, esprimono una visione della politica sempre più distante dalla cultura democratica.

 

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