top of page

“So Much to Aim For – Azioni per un Futuro Migliore”


La canzone So Much di Peter Gabriel ci invita a riflettere sulla nostra esistenza e sulle relazioni che tessiamo nel corso della vita. Il suo richiamo all’incompiuto, alla ricerca costante di senso, sembra ricordarci che — nonostante le ferite e le incertezze — c’è ancora “tanto per cui tendere”, tanto per cui impegnarsi. È una musica che non consola in modo superficiale, ma chiama alla responsabilità.

Viviamo in un’epoca segnata dalla crescente legittimazione di leader autoritari, arroganti e spregiudicati: Trump, Putin, Netanyahu, Orbán, Xi Jinping, Erdoğan, Meloni, Salvini, e molti altri che rappresentano modelli di potere fondati sulla paura, sul cinismo, sulla demolizione deliberata del dialogo democratico. Non è una questione di schieramento, ma di civiltà. Come ricordava Hannah Arendt, il rischio più grande delle società moderne non è solo il totalitarismo in sé, ma la progressiva rinuncia al pensiero critico da parte dei cittadini (The Human Condition, 1958; Responsibility and Judgment, 2003).Il male — ci insegna Arendt — può diventare “banale” quando smettiamo di interrogarci e così sembra che stia accadendo visto che giorno dopo giorno le notizie e le immagini che provengono da teatri di guerra, di fame e di sterminio non sembrano più in grado di provocare sdegno e fastidio, come se ci fossimo assuefatti a questa triste e indegna realtà.

In questo clima, come osserva Zygmunt Bauman, la paura e l’insicurezza diffusa creano il terreno ideale per l’emergere di figure che promettono soluzioni semplici a problemi complessi, alimentando la nostalgia del “capo forte” (Paura liquida, 2006). Da qui nasce la disillusione, l’apatia, la sensazione di impotenza che attraversa i nostri contesti sociali, politici e culturali.

Ed è proprio in questo spazio di smarrimento che la musica di Peter Gabriel — artista da sempre impegnato nella difesa dei diritti umani e vicino a Amnesty International — ci offre una prospettiva alternativa. La sua non è una speranza ingenua: è una chiamata alla connessione umana, al recupero di quella rete di significati condivisi senza la quale la società si disgrega.

Edgar Morin ci ricorda che l’umanità vive dentro una comunità di destino: siamo interdipendenti, interconnessi, esposti agli stessi rischi globali (Insegnare a vivere, 2015; La testa ben fatta, 2000). La risposta a questa complessità non è la chiusura identitaria, ma l’etica della comprensione: imparare a riconoscere l’altro come parte della nostra stessa avventura umana.

È per questo che la gentilezza, il rispetto, la cura delle relazioni non sono ingenuità, ma atti politici. Lo sostiene con grande forza Martha C. Nussbaum, quando afferma che le democrazie hanno bisogno di emozioni civili come empatia e compassione per poter sopravvivere (Political Emotions, 2013; Not for Profit, 2011). Senza questa dimensione emotiva e culturale, lo spazio pubblico si riduce a un’arena di scontri e risentimenti.

In questo quadro, l’Europa rappresenta — nonostante tutte le sue contraddizioni — uno dei pochi contesti al mondo in cui diritti civili, welfare, pace e cooperazione internazionale hanno trovato una traduzione istituzionale significativa. Difendere il progetto europeo significa difendere un’idea di umanità fondata sulla dignità e sul limite del potere. Significa, per usare le parole di Amartya Sen, promuovere la libertà come reale capacità delle persone di vivere una vita dotata di senso (Development as Freedom, 1999).

Ma questo patrimonio è fragile. Il controllo dei media, l’uso manipolatorio dell’informazione, le dinamiche polarizzanti dei social network minacciano la nostra capacità di riflettere e organizzarci. Non possiamo limitarci a consumare opinioni: dobbiamo diventare agenti attivi di verità, capaci di smontare le narrazioni tossiche e di costruire spazi di confronto autentico. Come sostiene Paul Ricoeur, la nostra identità è narrativa: siamo ciò che raccontiamo e ciò che ci viene raccontato (Sé come un altro, 1990). E se i racconti collettivi vengono colonizzati dall’odio, anche la nostra umanità si impoverisce.

Proprio per questo, i movimenti dal basso, le comunità civiche, le reti sociali solidali restano indispensabili. Sono spesso questi contesti che, con studio, tenacia e impegno quotidiano, generano cambiamento reale. Ulrich Beck, analizzando la società del rischio, ci ricorda che di fronte a crisi globali la risposta non può essere solo statale o verticistica, ma deve coinvolgere la partecipazione attiva dei cittadini (Risk Society, 1986), in tutto il mondo e se possibile, partendo dal contesto europeo, dove ora più che mai serve sentirsi tali e non francesi, scozzesi, austriaci, tirolesi, ladini, ecc., identità a cui pure io, da sardo, tengo senza se e senza ma.

C’è dunque “tanto da vivere”, come sussurra Gabriel. E ciascuno di noi ha molto da donare. La sfida è ridare senso al nostro tempo: trasformare la paura in responsabilità, la solitudine in relazione, il cinismo in cura. Significa — ancora con Morin — accettare la complessità senza rinunciare alla speranza.

La vita continua a scorrere in avanti. Sta a noi decidere come rispondere. Possiamo scegliere la rassegnazione, oppure possiamo, con coraggio e determinazione, contrastare le forze che minacciano la nostra umanità. Possiamo — insieme — tracciare un cammino che tenga viva l’idea di una civiltà fondata su dignità, giustizia, comprensione, libertà reale, responsabilità condivisa.

Peter Gabriel, in fondo, ci ricorda solo questo: c’è ancora così tanto per cui tendere. E rinunciare a crederlo sarebbe il primo, vero, cedimento.

 

📚 Bibliografia citata

  • Arendt, H. (1958). The Human Condition. University of Chicago Press.

  • Arendt, H. (2003). Responsibility and Judgment. Schocken.

  • Bauman, Z. (2006). Paura liquida. Laterza.

  • Beck, U. (1986). Risk Society. Sage.

  • Morin, E. (2000). La testa ben fatta. Raffaello Cortina.

  • Morin, E. (2015). Insegnare a vivere. Raffaello Cortina.

  • Nussbaum, M. C. (2011). Not for Profit. Princeton University Press.

  • Nussbaum, M. C. (2013). Political Emotions. Harvard University Press.

  • Ricoeur, P. (1990). Soi-même comme un autre. Seuil.

  • Sen, A. (1999). Development as Freedom. Oxford University Press.

Commenti


Post: Blog2_Post

Subscribe Form

Thanks for submitting!

©2020 di Equità e Libertà. Creato con Wix.com

bottom of page