Teoria dei sistemi e federalismo: visione strategica e tappe di avvicinamento

Aggiornamento: nov 8



Con questa riflessione vorrei accompagnare chi mi segue a comprendere il ragionamento che sta dietro le mie posizioni politiche che cercano di coniugare approccio metodologico con valori cui mi ispiro. In particolare, questa riflessione è volta a dare sostegno metodologico alla prospettiva indipendentista, percepita da chi la critica, come "separatista" e "autarchica" e, dall'altro lato, per parlare "con affetto" ai tanti amici che invece si riconoscono in questa posizione ma che talvolta radicalizzano i ragionamenti dando luogo a fraintendimenti che poi generano opposizione.

In ogni caso, qualora non fosse così con questo mio documento pongo dei paletti che, dal mio punto di vista, rappresentano un elemento di cerniera concettuale e operativa per chi vuole costruire in Sardegna, in Italia e i Europa, un contesto di libertà dei popoli.

Sarò ben lieto, come sempre, se ci saranno, di leggere eventuali critiche, possibilmente fondate, come ho cercato di fare io, su basi metodologiche e non su "dogmi" ideologici.

Premessa


Tutti (credo) abbiamo consapevolezza che la realtà non è fatta di dualità contrapposte: bianco e nero, globale e locale, piccolo e grande, ecc. Eppure, in molte situazioni si tende a radicalizzare le idee e le posizioni facendo torto, prima di tutto, alla idea di complessità che caratterizza il mondo in cui viviamo.


La semplificazione sottostante le radicalizzazioni diventa così un pretesto per conflitti più o meno accesi e, soprattutto, un motivo per non fare passi in avanti lungo la strada del miglioramento delle condizioni di benessere della società nel suo insieme e delle sue parti costitutive.


Spesso, poi, dietro processi di semplificazione della realtà si scopre l’esistenza di ideologie che, in quanto tali, tendono a semplificare in quanto espressione di gruppi di interesse spesso raggruppati in partiti, che la sfruttano per enfatizzare le differenze nella ricerca di consenso per gestire il potere. In Italia, questo fenomeno ha assunto nel tempo connotati talmente esasperati che ha finora determinato, come risultato inequivocabile, la progressiva rinuncia di buona parte della popolazione a partecipare ai processi democratici, a partire dalle consultazioni elettorali, diventate ormai qualcosa di quasi privato.


Come si esce da questa situazione? Si può affrontare il tema dell’organizzazione dello stato in termini non ideologici ma di ricerca di efficienza ed efficacia rispetto ad alcuni valori condivisi?


La mia personale risposta è si, a patto che si abbia un metodo per affrontare le questioni e non ci si trinceri dogmaticamente dietro approcci ideologici.


Per questo motivo, qui di seguito ci si sofferma sui seguenti punti:

  • L’adozione dell’approccio sistemico quale base metodologica per progettare un nuovo Stato e i rapporti infra Stato e intra Stati;

  • Interazioni inclusive e interazioni integrative per colonizzazione;

  • Il federalismo quale approccio teorico che trasferisce sul piano giuridico-istituzionale i principi propri dell’approccio sistemico;

  • I passaggi che concretamente dovrebbero farsi per cambiare democraticamente, civilmente, collaborativamente il contesto italiano e, perché no, quello europeo.



Cenni sulla teoria dei sistemi aperti


Col termine “sistema” si intende un insieme di parti interagenti tra loro, tale che ogni parte condiziona l'altra ed è da essa a sua volta condizionata. Un sistema, pertanto, è un fenomeno emergente dall’interazione tra le parti. Quindi, non tutti gli insiemi di parti sono sistemi.



Se queste parti di un insieme godono di un certo grado di libertà, come nel caso dei sistemi organizzativi e sociali (sistemi aperti), non è scontato che ci sia interazione e, se esiste, potrebbe anche assumere connotazioni negative, al punto che invece di generare valore, lo distruggono.


Per questi motivi, in ambito organizzativo, sono gli obiettivi che dovrebbero favorire e guidare l’interazione e, in base a questi, il sistema delle relazioni formali e informali che si genera per effetto dell’adozione di una appropriata struttura organizzativa che definisca funzioni, compiti e responsabilità.



Integrazione per inclusione e/o per colonizzazione


A questo punto sorge una domanda: cosa accade quando le parti interagiscono positivamente perseguendo le finalità del sistema? Esse si annullano e perdono di identità, si annacquano nel sistema, oppure continuano a esistere conservando ciascuna una propria specificità e un proprio ambito di competenza decisionale esclusiva?


La risposta, anche in questo caso è: dipende. Infatti, se avvenisse la scomparsa di una o più parti o il loro depotenziamento fino all’emarginazione significherebbe che una parte ha prevalso sull’altra e questa prevaricazione potrebbe avere diverse cause. Altrimenti, proprio perché le parti hanno concordato obiettivi comuni, ognuna di esse ha titolo per essere parte attiva del processo interattivo e, di conseguenza, ha titolo per conservare la propria identità pur all’interno di un processo di integrazione. In altre parole, l’emergere del sistema può derivare, alternativamente, da processi di integrazione per colonizzazione o per inclusione: nel primo caso se l’integrazione deriva dal prevalere di una parte si va incontro a processi di annullamento o prevaricazione di una identità sull’altra, mentre nel secondo caso si ha un processo evolutivo basato sul riconoscimento e sul rispetto reciproco delle diversità, considerata ciascuna come una ricchezza. In questo secondo caso è lecito affermare che ogni parte conserva un grado di indipendenza rispetto alle altre parti e rispetto al sistema per tutto ciò che rimane nelle prerogative esclusive della parte considerata.



L’implicazione concettuale è che una parte può essere un sottosistema di un sistema più ampio e nel contempo rimanendo indipendente per tutto ciò che è efficiente ed efficace gestire in modo diretto, a patto che le decisioni non contravvengano a principi e interessi più generali coinvolgenti anche altre parti.


La teoria del federalismo è coerente con l’approccio per sistemi


La teoria del federalismo si fonda sulla volontà di due o più entità (di norma nazionali) di sottoscrivere un patto (foedus) volto ad affrontare e risolvere insieme problematiche di comune interesse. È facile rilevare in questo concetto una sostanziale analogia con il linguaggio proprio della teoria dei sistemi: due o più unità parziali sottoscrivono un accordo per raggiungere comuni finalità. In sostanza, una federazione è un sistema, un fenomeno emergente dalla volontà delle parti.


Alla base di tale accordo o processo di aggregazione c’è il principio di sussidiarietà che stabilisce una cosa elementare: le decisioni vanno prese al livello politico-istituzionale più vicino al cittadino e devono essere delegate a un livello superiore solo per ragioni di efficienza ed efficacia della decisione o quando la tematica su cui si discute coinvolge comunità più ampie.



Questo principio, in altre parole, postula qualcosa che a livello individuale è molto semplice da capire: ognuno deve essere in grado di provvedere a sé stesso fintanto che è possibile, mentre si chiede aiuto quando le sue sole forze non sono in grado di permettergli di raggiungere un risultato. Nondimeno, per fare un esempio che tocca ciascuno di noi sul piano umano, un genitore di norma educa i propri figli ad essere indipendenti, capaci cioè di provvedere da sé ai propri bisogni, mentre si considera un cattivo genitore quello che sottomette possessivamente il figlio impedendogli di crescere. Educhiamo i nostri figli allo studio e facciamo pressioni su di essi affinché capiscano che solo l’educazione è alla base della loro libertà.


Orbene, la piena e consapevole adozione del principio di sussidiarietà, pertanto, permette di individuare tanti livelli di decisione politico-istituzionali quanti sono gli ambiti di condivisione dei problemi: dal condominio al quartiere (o villaggio), dalla città alla provincia, dalla regione alla nazione, dallo stato all’insieme di stati (o di nazioni se c’è coincidenza tra gli stessi), fino ai continenti e al mondo. Ciò non dovrebbe sorprendere: come si può pensare che a decidere sul cambiamento del sistema di climatizzazione di un condominio possa essere il Comune, così come non si può pensare di affrontare il tema dei cambiamenti climatici senza un coinvolgimento di tutti gli stati del mondo. In sostanza, ogni livello istituzionale ha piena sovranità nel proprio campo di competenza, che rappresenta esattamente un ambito di indipendenza.


Quanto ora indicato, se ritenuto ragionevole e perseguibile, rappresenterebbe una prospettiva rispetto alla quale non conta quanto oggi siamo distanti dal renderla operativa, quanto il fatto di agire subito per avvicinarsi ad essa. In tal senso non c’è un prima e un dopo, si agisce laddove oggi è possibile farlo alle condizioni ora esistenti.


Una conseguenza dell’applicazione della teoria del federalismo è che l’indipendenza di ogni livello di potere politico-istituzionale deve essere garantita da responsabilità di ciò che si fa e da risorse direttamente gestite, pur conservando a livello federale un sistema di perequazione volto a ridurre e rimuovere le differenze negative di tipo socio-economico, ciò che in gergo si chiama federalismo fiscale e che non avrebbe bisogno di specificazione, visto che il federalismo non sarebbe tale senza responsabilità delle parti e senza risorse proprie.


Per una ridefinizione democratica e pacifica del rapporto tra Sardegna, Italia e Unione europea


Calando il ragionamento di cui sopra alla Sardegna, si può affermare, senza tema di smentita, che questa terra oggi è una parte del sistema Italia, costruita però sulla base di un processo di integrazione per colonizzazione, visto che una parte (la nazione italiana) ha prevalso sull’altra (la nazione sarda), costringendola in molti casi a perdere alcuni tratti distintivi (per esempio criminalizzando l’uso della lingua sarda e imponendo per sostituzione l’uso dell’italiano).


Nelle scienze sociali, tuttavia, non esiste irreversibilità, molto dipende da ciò che si decide di fare nell’ambito della parte colonizzata e prevaricata. Liberarsi dal giogo coloniale non significa tuttavia fare guerre o pensare di avere a che fare con nemici, soprattutto se ci si riferisce ad altri popoli. La decolonizzazione passa, prima di tutto, per una acquisizione di conoscenza della propria storia e della sua evoluzione, poi per una assunzione di consapevolezza circa la necessità di capire cosa avviene utilizzando categorie concettuali che permettano di dire sì o no alle proposte di qualsivoglia natura provenienti dai diversi centri di interesse politico-istituzionale ma pure economico-finanziari.


Se si assume consapevolezza su quanto ora indicato, si capisce la necessità e l’urgenza di rivedere l’organizzazione formale dei rapporti istituzionali nei confronti dello stato e internamente al territorio considerato. Nell’ambito della teoria del federalismo, questo percorso verso il basso viene definito federalismo “dissociativo”. Ciò da molti è vissuto in modo traumatico, come se si perdesse chissà cosa, mentre il tema è quello di suddividere il potere in senso verticale in modo coerente col principio di sussidiarietà. A tale proposito giova ricordare che la Legge 142 del 1990, all’articolo 2, comma 2, recitava “Il comune è l'ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo”, riconoscendo quanto già indicato in precedenza a proposito della rappresentatività collocata al livello più vicino possibile al cittadino.



Prospettiva finale e tappe di avvicinamento


L’applicazione congiunta dell’approccio sistemico e l’adozione giuridico-istituzionale propria del federalismo suggerisce che la soluzione ideale, almeno con riferimento al contesto dell’attuale Unione europea è la trasformazione della stessa da una Unione di Stati a una Unione di Nazioni, laddove ognuna di queste ultime partecipa al processo di integrazione europea sulla base di un principio facile: tutte le Nazioni hanno diritto a partecipare attivamente alle politiche comunitarie. Del resto, questa prospettiva è quella desiderata da Catalani, Scozzesi ma pure da Baschi e altre Nazioni oggi senza Stato, laddove, invece, è la prevaricazione coloniale degli stati ottocenteschi a imporre una visione dell’integrazione che fa “figli e figliastri”.



Chiaramente, questa appena indicata rappresenta la prospettiva finale che, tuttavia, se compresa e condivisa dovrebbe coinvolgere tutti i popoli europei poiché si fonda sulla idea di pari dignità di ogni Nazione, comprese quelle oggi senza Stato. Opporvisi significherebbe, invece, che la parte prevaricante non vuole rinunciare al proprio potere dimostrando in questo modo di voler conservare l’attuale stato delle cose. Eppure, solo in questo modo verrebbe finalmente perseguito il principio di “unità nella diversità”, da molti enunciato ma, purtroppo, nei fatti poco praticato.


A tale fine, sarebbe auspicabile che le Istituzioni europee prendessero posizione in tale direzione, soprattutto in considerazione di quanto è già accaduto in Catalgona dove alcuni europarlamentari democraticamente eletti sono perseguitati dal Governo spagnolo che non vuole riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.


Per evitare questi problemi sarebbe pertanto auspicabile un percorso pacifico di condivisione di questi principi con tutti i popoli delle altre Nazioni che abitano lo stato italiano, poiché ciò che è scritto in questa riflessione non riguarda solo i Sardi, ancorché siano quelli che più di altri hanno subito le vessazioni coloniali della nazione italiana.



La prospettiva di riprendere invece in mano la Carta costituzionale e di emendarla per trasformare lo stato unitario in stato federale è perseguibile da subito sulla base di un percorso metodologico e storico ben definiti. Questo per far capire a tutti che nel processo di recupero di indipendenza dei Sardi e degli altri popoli non italiani che abitano questo stato non c’è rivalsa, non c’è spocchia, non c’è neppure disprezzo. Nell’idea di indipendenza dei sardi, all’interno di un contesto federale, si vuole solo realizzare una Italia che riconosca e rispetti le diversità. Se questo si vuole, la strada è solo una ed è la seguente:

  1. Trasformare lo stato unitario in stato federale attraverso l'applicazione rigorosa del principio di sussidiarietà, peraltro già presente in Costituzione e prima ancora nei Trattati europei ma non applicato come sarebbe necessario.

  2. Trasformare il Senato della Repubblica in Senato delle Regioni e delle Autonomie locali dove ogni Regione conta 1 e non come avviene oggi in proporzione alla popolazione residente che rappresenta una duplicazione della Camera.

  3. Riconoscimento del bilinguismo perfetto per tutti i territori in cui si parlano altre lingue diverse dall'italiano, esattamente come la Svizzera. Si prenda e si copi quella Costituzione che è meravigliosamente migliore di quella italiana.

  4. Nel federalismo uno dei principi di funzionamento è la responsabilità, anche economica e finanziaria. Il che implica che, contrariamente a quanto ora è scritto in Costituzione, la fiscalità diretta deve essere in capo alle singole realtà e, a livello italiano, deve esistere una cassa di compensazione che garantisca servizi minimi uguali dappertutto, senza le disparità che oggi invece ci sono. Questo in virtù dell'applicazione del principio di sussidiarietà.


Ovviamente serve altro, come conseguenza di queste azioni che finora non si è voluto affrontare e, addirittura, si volevano cancellare centralizzando anche quel poco che oggi è di competenza delle Regioni.


Le opposizioni a questo progetto


A tutto ciò so molto bene che c'è chi contrappone l'incapacità delle Regioni o addirittura la malversazione nella gestione dei conti. Un conto però è il modello organizzativo, altra cosa è chi viene mandato a ricoprire i ruoli all'interno dell'organizzazione.


Il modello organizzativo più efficiente, nel mondo, per sistemi complessi è il modello federale. Se tutto ciò ha un senso e secondo me lo ha il timore manifestato poche settimane fa da un lettore del Corriere della Sera verrebbe meno: basterebbe considerare il confine che distingue gli italiani dal resto del mondo non più come l'unico possibile (un dogma) ma come uno dei tanti che, come individui, possiamo avere. Io sono di nazionalità sarda, con la doppia cittadinanza, italiana ed europea ma sono altresì cittadino del mondo. Queste cose insieme possono stare, mentre faccio "fatica" a considerami di nazionalità italiana (perchè non lo sono storicamente e antropologicamente) e con me tantissimi altri che vogliono riappropriarsi di quelle radici che la colonizzazione sabauda prima e repubblicana poi hanno cancellato, disprezzato e folklorizzato. E non per questo tolgo qualcosa ad altri italiani o cittadini di altri contesti.

Altra critica a questa proposta è quella che riguarda le persone che vanno a occupare i posti di responsabilità ai vari livelli. Certo, oggi spesso siamo di fronte a persone spesso solo scaltre e volte a tutelare solo i propri interessi di parte, ma questo riguarda tutti i partiti in modo trasversale, visto che tanti sono trasformisti e sono sempre ai loro posti di comando e gestione del potere.


Conclusioni


Il federalismo non cade dal cielo, così come il recupero di sovranità e il diritto all’autodeterminazione. Occorre quindi educarci ed educare ai valori che nel mondo sono considerati irrinunciabili e occorre ancora di più educare al modo con cui costruire e gestire le relazioni.



Il lavoro da fare è enorme ma c’è fermento e questo è un fatto positivo. Nonostante tutto vedo persone più consapevoli e assettate di conoscenza e di modi diversi di agire nei diversi campi.


Solo così si potrà comprendere che l’indipendentismo moderno non è autarchico ma rappresenta la parte comunitarista del federalismo, quella che parte dalle specificità distintive per collaborare insieme ad altre specificità per comuni obiettivi e interessi. Se qualcuno ha voglia di lavorare per questo progetto si faccia avanti. Io sono disponibile.


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