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Il rischio più grande non è la colonizzazione. È convincersi che tutto dipenda dagli altri.



Sono solito distinguere le persone in due grandi categorie: quelle che aspettano che le cose avvengano e quelle che fanno in modo che le cose avvengano.

Confesso di aver sempre cercato di appartenere alla seconda categoria e di continuarlo a fare. Con il tempo, però, mi sono accorto che questa distinzione non riguarda soltanto le persone. Vale anche per le comunità, per i territori e, in fondo, per i popoli. Ci sono comunità che attendono che la storia le attraversi e altre che provano a orientarne il corso. Credo che il futuro della Sardegna dipenda, prima di ogni altra cosa, dalla categoria nella quale decideremo di collocarci.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sull’isola è stato ed è sempre più spesso interpretato attraverso la categoria della colonizzazione. È una prospettiva che rispetto, che in molti casi contiene elementi di verità e che io stesso, in molti casi, condivido. Sarebbe ingenuo negare che esistano rapporti di forza asimmetrici, interessi esterni, decisioni prese lontano dalla Sardegna e processi che rischiano di produrre effetti estrattivi anziché generativi.

Non è quindi questo il punto. La domanda che continuo a pormi è un'altra: è sufficiente descrivere un fenomeno come colonizzante perché esso lo diventi inevitabilmente?

 

Io credo di no!

 

Per argomentare intorno alla mia posizione mi avvalgo del contributo dello psicologo delle organizzazioni Karl Weick che ha rivoluzionato gli studi sul management sostenendo una tesi apparentemente semplice: non esiste l'organizzazione come qualcosa di statico. Esiste un continuo "organizzare". Le organizzazioni non sono oggetti. Sono processi che vengono continuamente costruiti dalle persone attraverso le loro interpretazioni, le loro decisioni e le loro relazioni. Weick utilizza un termine difficile da tradurre: enactment.

In sostanza, sostiene che gli esseri umani non si limitano a vivere dentro un ambiente già dato. Con il loro modo di interpretare e affrontare i problemi contribuiscono continuamente a costruire l'ambiente nel quale agiranno successivamente.

Questa idea, a mio avviso, contiene una lezione importante anche per la Sardegna. Forse dovremmo smettere di pensare alla colonizzazione come a una condizione immobile e iniziare a considerarla come un processo. Non esiste "la colonizzazione". Esiste il colonizzare. Ed è un processo nel quale agiscono contemporaneamente chi esercita il potere e chi vi si relaziona.

Attenzione: questo non significa attribuire alla Sardegna la responsabilità delle scelte compiute da altri. Significa riconoscere che tra un vincolo e il suo esito esiste sempre uno spazio di organizzazione, di interpretazione e di governo. È in quello spazio che si gioca il futuro dei territori.

Prendiamo un esempio che negli ultimi mesi ha animato il dibattito regionale: l'Einstein Telescope, di cui ho scritto nel precedente articolo qui https://giuseppemelisca.wixsite.com/website/post/einstein-telescope-il-vero-problema-non-è-il-progetto-è-come-decidiamo-di-affrontarlo. C'è chi lo considera una straordinaria opportunità e chi, al contrario, una nuova forma di colonizzazione.

Io continuo a pensare che entrambe le posizioni siano parziali. Il vero problema non è il progetto.

Il vero problema è come la Sardegna deciderà di affrontarlo. Lo stesso investimento può trasformarsi nell'ennesima occasione nella quale altri progettano il nostro futuro oppure nel più grande investimento mai realizzato sul capitale umano, scientifico e imprenditoriale dell'isola. Il progetto è identico. Cambiano le scelte della comunità che decide di accoglierlo orientandolo e adeguandolo oppure che lo subisce limitandosi alla sola lamentela e alla sottolineatura di possibili svantaggi e privazioni.

Lo stesso ragionamento potrebbe essere esteso al turismo, alle energie rinnovabili, ai trasporti, alle politiche industriali, perfino all'autonomia speciale. Nessuna di queste realtà produce automaticamente dipendenza o sviluppo.

Sono i sistemi di governance, la qualità delle istituzioni, la capacità imprenditoriale, la formazione, la ricerca e il capitale sociale a determinarne gli effetti. Per questo motivo diffido delle spiegazioni monocausali.

Quando una comunità interpreta ogni difficoltà esclusivamente come il prodotto delle decisioni altrui corre un rischio enorme. Ridurre progressivamente il proprio spazio di responsabilità.

E qui emerge il paradosso. Una narrazione nata per denunciare una relazione di dipendenza può finire, senza volerlo, per rafforzarla. Perché se tutto dipende dagli altri, inevitabilmente anche il nostro futuro finirà per dipendere dagli altri.

Io credo invece che la Sardegna abbia bisogno di una narrazione diversa. Non meno esigente. Non meno rigorosa. Ma più orientata alla costruzione. La domanda decisiva, di conseguenza, non è se esistano rapporti di forza asimmetrici. Esistono!

La domanda decisiva è un'altra: che cosa possiamo fare affinché quelle asimmetrie non producano effetti colonizzanti?

Si capisce perché è una domanda molto più difficile e scomoda. Perché non cerca un colpevole. Cerca una strategia. Rispondere alla domanda di cui sopra significa investire nelle competenze, nella scuola, nell'università, nella ricerca, nell'impresa, nella capacità di fare rete, nella qualità delle istituzioni e nella costruzione di una classe dirigente all'altezza delle sfide contemporanee. Significa, soprattutto, smettere di considerare la Sardegna come un oggetto della storia e iniziare a pensarla come un soggetto capace di produrre storia. E significa, altresì, smetterla di essere fedeli devoti di Santu Murrungiu e Nostra Signora del Lamento.

È questa, a mio avviso, la differenza tra chi aspetta che le cose accadano e chi prova a farle accadere. Ed è anche la differenza tra una comunità che subisce il proprio destino e una comunità che sceglie di costruirlo.

 

Il riferimento a Karl Weick richiama in particolare: K. E. Weick, Senso e significato nell’organizzazione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997 (ed. orig. Sensemaking in Organizations, Sage, 1995).

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