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La Sardegna possiede risorse. Il problema è trasformarle in valore

20 ore fa
Tempo di lettura: 17 min

immagine elaborata con l'ausilio dell'AI
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Premessa

Quando discutiamo del futuro della Sardegna tendiamo spesso a dividerci in schieramenti. C'è chi attribuisce gran parte dei nostri problemi alla dipendenza dall'Italia e considera l'autogoverno, fino all'indipendenza, la condizione necessaria per invertire il declino. C'è chi, all'estremo opposto, attribuisce le responsabilità agli stessi sardi: poco propensi a cooperare, scarsamente imprenditoriali, incapaci di valorizzare le risorse che possiedono.

Non mi convincono né l'una né l'altra spiegazione quando pretendono di diventare la causa fondamentale di tutto.

Non perché siano necessariamente prive di elementi di verità. Esistono rapporti centro-periferia che devono essere analizzati; esistono decisioni assunte fuori dalla Sardegna che producono conseguenze sull'isola; esistono responsabilità delle classi dirigenti sarde; esistono anche comportamenti individuali e collettivi che possono ostacolare il cambiamento. Ma un territorio è un sistema complesso. La sua traiettoria dipende dall'interazione fra popolazione, conoscenze, patrimonio, capitale, imprese, istituzioni, infrastrutture, cultura e relazioni con l'esterno. Cercare un unico colpevole può essere politicamente rassicurante. Aiuta molto meno a capire come modificare il sistema.

Proviamo allora a partire dai dati.

 

Una Sardegna che possiede molto

Alla fine del 2023 (ultimo anno disponibile), secondo la Banca d'Italia, la ricchezza netta delle famiglie sarde ammontava a 241 miliardi di euro, corrispondenti a circa 153 mila euro per abitante. È meno della media italiana (191 mila euro pro capite), ma è comunque una quantità enorme di ricchezza. C'è però un particolare decisivo: gran parte della componente reale di questa ricchezza è costituita dalle abitazioni.

Questo dato ci dice qualcosa che le statistiche aggregate rischiano di nascondere. Una persona può possedere la casa nella quale vive, averne ereditata un'altra dai genitori, possedere alcuni terreni e contemporaneamente avere un reddito modesto, poca liquidità e nessuna possibilità di effettuare investimenti significativi. Può essere, in altre parole, relativamente ricca di patrimonio e povera di capitale utilizzabile. La differenza è fondamentale.

Una casa che necessita di 70 mila euro di lavori per essere riqualificata non diventa efficiente semplicemente perché il suo proprietario la possiede. Un terreno agricolo non diventa produttivo perché compare in una visura catastale. Un edificio abbandonato in un paese dell'interno non genera reddito per il solo fatto di avere un proprietario. Le risorse possedute sono una cosa. La capacità di utilizzarle è un'altra.

 

Il patrimonio che non riusciamo a utilizzare

I dati sulle abitazioni rendono bene l'idea. Secondo l'ISTAT, le abitazioni non occupate in Sardegna rappresentano circa il 30 per cento dello stock regionale, una quota che sale a quasi il 35 per cento nell'insieme delle Isole (Sardegna e Sicilia). Naturalmente “non occupata” non significa necessariamente “abbandonata”. Possono esserci seconde case, immobili utilizzati stagionalmente, abitazioni in ristrutturazione e situazioni molto differenti. Ma le dimensioni del fenomeno restano significative.

A questo dobbiamo aggiungere la demografia. Alla fine del 2024 la Sardegna contava circa 1,56 milioni di abitanti, oltre ottomila in meno rispetto all'anno precedente. L'età media ha raggiunto 49,2 anni. Meno popolazione, popolazione più anziana e una grande quantità di patrimonio immobiliare producono inevitabilmente conseguenze.

In molti paesi aumentano le case ereditate da persone che vivono altrove. Aumentano gli immobili che richiederebbero investimenti sproporzionati rispetto al loro valore di mercato. Diminuisce la domanda locale. E può accadere che un proprietario possieda formalmente un patrimonio di qualche decina di migliaia di euro senza disporre dei mezzi necessari neppure per conservarlo adeguatamente. Il risultato è un paradosso: abbiamo patrimonio che si deteriora proprio perché non disponiamo delle risorse necessarie per trasformarlo e/o manutenerlo.

 

Lo stesso problema esiste per la terra

Qualcosa di simile accade nel settore agricolo. Secondo i dati del Censimento dell'agricoltura elaborati dal CREA, nel 2020 circa il 59 per cento della superficie agricola utilizzata della Sardegna era condotta in affitto. Dieci anni prima era circa il 40 per cento. È bene precisare che questo dato riguarda l'affitto agricolo nel suo complesso — non esistono ancora, al momento, statistiche pubbliche sistematiche sui soli terreni concessi a impianti energetici — ma illustra un fenomeno più generale, di cui l'energia è un caso particolarmente visibile: la crescente separazione tra chi possiede una risorsa e chi la utilizza economicamente.

Il dato non è necessariamente negativo. L'affitto può favorire l'ampliamento delle aziende e un uso più efficiente della terra. Ma ci dice una cosa importante: chi possiede una risorsa e chi la utilizza economicamente sono sempre più spesso soggetti differenti.

Ed è precisamente qui che il problema diventa interessante. Possedere la terra non significa disporre del capitale, delle conoscenze, delle tecnologie e dell'organizzazione necessarie per utilizzarla in modo produttivo. Quando queste risorse complementari non esistono localmente, è inevitabile che arrivino soggetti esterni capaci di fornirle. Non c'è nulla di intrinsecamente negativo in questo. Il problema nasce dalle condizioni alle quali avviene l'incontro.

 

Cosa succede quando arriva chi possiede ciò che manca

Un caso reale aiuta a rendere concreta la dinamica. Nel territorio del comune di Bolotana (Nuoro), nella Piana di Ottana, alcuni proprietari sardi avevano acquistato, nel 2014, terreni per un valore complessivo stimato in circa 100 mila euro. Pochi anni dopo, la concessione di 85 di quegli ettari ad Acea Solar per la realizzazione di un parco fotovoltaico da 85 MW (investimento complessivo oltre 55 milioni di euro) ha generato, per la famiglia proprietaria, un canone complessivo stimato in circa 42,8 milioni di euro su trent'anni — una cifra che un esperto citato dall'inchiesta ha definito «senza riscontro di mercato»; altri proprietari di terreni nella stessa area, coinvolti nella stessa operazione, hanno ricevuto meno della metà di quella cifra (Loi, 2023; Il Fatto Quotidiano, 2023). Il dato interessante non è solo l'entità della remunerazione — che può essere, come in questo caso, molto significativa — ma la sua variabilità a parità di risorsa posseduta: competenze professionali, capacità negoziale e condizioni contrattuali diverse hanno prodotto, per proprietari altrettanto legittimi, esiti economici molto differenti. È esattamente l'asimmetria che l'assenza di istituzioni dedicate lascia senza correzione.

Più in generale, un proprietario che possieda alcuni ettari di terreno può avere conoscenze limitate dei mercati energetici, nessuna competenza finanziaria specifica e nessuna esperienza nella negoziazione di contratti ventennali o trentennali. Di fronte può trovarsi una società dotata di ingegneri, avvocati, fiscalisti, analisti finanziari e capacità di investimento per decine o centinaia di milioni di euro.

Formalmente abbiamo due soggetti liberi di contrattare. Sostanzialmente abbiamo una fortissima asimmetria di conoscenza, capitale e potere negoziale.

Questo non significa che il proprietario verrà necessariamente danneggiato. Può ricevere una remunerazione molto conveniente. Significa però che lasciare tutto alla capacità negoziale individuale non garantisce affatto che l'operazione produca il risultato migliore per il proprietario, per la comunità e per il territorio. Ed è precisamente in situazioni come questa che servono le istituzioni.

 

La transizione energetica rende tutto più urgente

La questione sta diventando particolarmente evidente con la transizione energetica: sole, vento e disponibilità di superfici rendono la Sardegna molto interessante per gli investimenti nelle energie rinnovabili.

I numeri danno un'idea della pressione esistente: secondo i dati del portale Econnextion di Terna riportati da Il Sole 24 Ore, risultano in Sardegna oltre 637 richieste di connessione, corrispondenti a circa 44,6 GW di nuova capacità rinnovabile (16,6 GW fotovoltaico, 14,1 GW eolico onshore, 13,9 GW eolico offshore).

Bisogna essere molto chiari su questo dato: non significa che verranno costruiti 44,6 GW di impianti. Una richiesta di connessione non è un'autorizzazione e un'autorizzazione non equivale necessariamente alla realizzazione. Ma quel numero misura qualcosa di importante: l'enorme interesse economico esistente nei confronti delle risorse energetiche della Sardegna. E allora limitarsi a dire “no alla speculazione” non basta. Così come non basta rispondere che “la transizione è necessaria” e quindi gli impianti devono essere realizzati.

Entrambe le posizioni evitano la domanda più difficile: come possiamo fare in modo che una trasformazione necessaria produca il massimo valore possibile per il territorio e per le persone che vi abitano?

 

La transizione è necessaria. Non qualsiasi transizione

Su un punto credo sia necessario essere chiari. Continuare a fondare il nostro sistema economico sui combustibili fossili non costituisce una soluzione. Dobbiamo ridurre le emissioni e l'inquinamento. Dobbiamo diminuire la dipendenza energetica dall'esterno. E dobbiamo ridurre una vulnerabilità geopolitica che negli ultimi anni abbiamo potuto constatare molto concretamente.

Essere favorevoli alla transizione energetica non significa però essere favorevoli a qualsiasi progetto presentato sotto l'etichetta delle energie rinnovabili. La tecnologia non determina da sola chi beneficia dell'investimento. Lo stesso impianto può produrre configurazioni economiche completamente differenti: può utilizzare una risorsa locale, essere finanziato interamente da capitale esterno, acquistare tecnologia altrove, utilizzare prevalentemente competenze esterne e trasferire gran parte dei profitti fuori dall'isola; oppure può integrare capitale esterno e locale, imprese del territorio, proprietari, comunità, amministrazioni, lavoratori e fornitori sardi, distribuendo una quota significativamente maggiore del valore prodotto.

Nel primo caso rischiamo una forma di estrazione del valore. Nel secondo possiamo costruire co-creazione e distribuzione del valore. La pala eolica è la stessa. Il pannello fotovoltaico è lo stesso. Ciò che cambia è il sistema di relazioni costruito intorno alla tecnologia.

 

Ma quanto valore rimane davvero in Sardegna?

Questa è una domanda sulla quale disponiamo ancora di informazioni insufficienti. Eppure, dovrebbe diventare una delle principali domande della politica economica regionale.

Quando autorizziamo un grande investimento dovremmo sapere almeno:

  • quanto capitale viene investito;

  • chi possiede l'investimento;

  • quanto lavoro locale viene generato e con quali qualifiche;

  • quanti beni e servizi vengono acquistati da imprese sarde;

  • quanto ricevono i proprietari delle risorse utilizzate;

  • quali entrate ricevono gli enti pubblici;

  • quale parte dei profitti viene reinvestita nel territorio;

  • quali costi ambientali e territoriali vengono prodotti.

Solo allora potremmo cominciare a misurare qualcosa che potremmo chiamare valore netto territoriale. Non quanto valore economico produce genericamente un investimento. Ma quanto di quel valore rimane nel territorio dopo aver considerato anche ciò che ne esce e i costi che il territorio sostiene. È una distinzione fondamentale. Vale per l'energia, ma vale esattamente allo stesso modo per il turismo: dieci milioni di presenze turistiche non ci dicono da sole quanto turismo produca benessere per la Sardegna.

Dobbiamo sapere dove finiscono i ricavi degli alberghi, delle piattaforme, dei tour operator e delle compagnie di trasporto; quanto acquistano localmente le imprese turistiche; quali salari pagano; quanto valore viene trasferito all'esterno; quali costi sostengono le comunità in termini di acqua, rifiuti, congestione, abitazioni e infrastrutture. Lo stesso principio dovrebbe valere per qualsiasi grande trasformazione territoriale.

Non basta misurare quanto valore viene prodotto. Dobbiamo misurare dove quel valore va.

 

Non siamo tutti nelle stesse condizioni

C'è poi un altro errore da evitare: parlare della Sardegna come se fosse un territorio omogeneo. Non lo è. Gli indicatori territoriali dell'ISTAT (l'Istituto nazionale di statistica) mostrano differenze enormi all'interno dell'isola.

Nel rapporto sul Benessere equo e sostenibile dei territori, Cagliari presenta il 48,5 per cento degli indicatori nelle due classi di benessere relativo più alte, mentre nel Sud Sardegna il 52,7 per cento si colloca nelle classi di benessere relativo basso e medio-basso, a fronte di appena il 20 per cento nelle classi alta e medio-alta (Istat, 2025).

Una politica identica può quindi produrre conseguenze completamente differenti a Cagliari, Olbia, Oristano o in un comune di mille abitanti dell'interno.

Questo vale anche per la transizione energetica: la capacità di accedere a fotovoltaico, accumulo e pompe di calore non è distribuita in modo uniforme sul territorio — un punto su cui torneremo parlando dei proprietari “asset-rich” ma “cash-poor”.

 

La transizione energetica non è fatta soltanto di pale e pannelli

Le precedenti considerazioni ci portano a un'altra questione che nel dibattito pubblico rimane sorprendentemente marginale: la transizione energetica non consiste semplicemente nel sostituire l'energia prodotta con petrolio, carbone e gas con energia prodotta dal sole e dal vento; consiste anche nel consumare meno energia per ottenere gli stessi o migliori livelli di benessere. Un'abitazione male isolata, giusto per essere chiari, richiede molta più energia di un'abitazione efficiente.

Prima di domandarci quanta nuova energia dobbiamo produrre dovremmo quindi domandarci quanta energia potremmo evitare di consumare: cappotti termici, infissi, pompe di calore, fotovoltaico sugli edifici, sistemi di accumulo, reti intelligenti, mobilità collettiva, rigenerazione urbana fanno parte della stessa transizione. E qui ritorna il problema iniziale: molti proprietari possiedono gli edifici ma non dispongono del capitale necessario per riqualificarli. Che facciamo?

Lasciamo deteriorare il patrimonio perché il proprietario non dispone di 50 o 100 mila euro? Oppure continuiamo con incentivi generalizzati che finiscono per avvantaggiare maggiormente chi dispone già delle risorse necessarie per anticipare gli investimenti?

Esiste una terza possibilità: costruire strumenti finanziari e istituzionali capaci di trasformare il risparmio energetico futuro in capacità d'investimento presente.

 

Chi paga la transizione quando il patrimonio è diffuso ma il capitale non lo è?

Qui emerge un problema distributivo che merita di essere esplicitato. La proprietà di un'abitazione non coincide con la capacità economica di riqualificarla. La letteratura europea mostra che, per gli interventi di efficienza energetica ad alto costo, i proprietari appartenenti ai gruppi di reddito più bassi presentano una propensione all'adozione inferiore rispetto ai gruppi più abbienti; l'accesso al capitale e l'avversione all'indebitamento costituiscono inoltre barriere autonome alla realizzazione degli interventi (Schleich, Faure & Meissner, 2021; Schleich et al., 2019). In altri termini, due famiglie che possiedono immobili di valore simile possono trovarsi in condizioni radicalmente diverse di fronte alla stessa trasformazione.

È il caso, particolarmente rilevante in territori caratterizzati da invecchiamento demografico e patrimonio immobiliare diffuso, dei proprietari che potremmo definire asset-rich ma cash-poor: dispongono di un bene patrimoniale, ma di redditi, liquidità o capacità di indebitamento insufficienti per sostenerne la trasformazione. Se l'efficienza energetica diventa progressivamente una caratteristica che influenza costi di gestione, commerciabilità e valore degli immobili, una politica di riqualificazione che non tenga conto di questa eterogeneità può produrre effetti regressivi: chi dispone di capitale investe, riduce i consumi e preserva o accresce la qualità del proprio patrimonio; chi non ne dispone rischia di rimanere in edifici inefficienti, sostenere costi energetici maggiori e vedere aumentare la distanza economica rispetto ai proprietari più forti. Studi sulle politiche di ristrutturazione mostrano infatti che gli effetti distributivi dipendono in misura rilevante dal modo in cui incentivi, tassazione e costi iniziali sono disegnati, con problemi specifici per i proprietari a basso reddito ma dotati di patrimonio (Fernández, Haffner & Elsinga, 2024).

Questo rischio non dimostra, naturalmente, l'esistenza di un progetto volto a espropriare i proprietari più deboli. Confondere un possibile effetto distributivo con l'intenzione di produrlo sarebbe metodologicamente scorretto. Il problema è più semplice e, proprio per questo, più concreto: una trasformazione necessaria può accentuare disuguaglianze preesistenti quando richiede risorse complementari distribuite in modo diseguale. La stessa Unione europea riconosce esplicitamente questo problema. La direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica nell'edilizia prevede che gli incentivi finanziari siano rivolti prioritariamente alle famiglie vulnerabili e alle persone in povertà energetica, richiede salvaguardie contro effetti sociali avversi delle ristrutturazioni e indica strumenti capaci di affrontare i costi iniziali, fra cui meccanismi pay-as-you-save ed energy performance contracting (Unione europea, 2024).

Per la Sardegna la questione è ancora più rilevante perché il problema non è soltanto sociale ma territoriale. Il Joint Research Centre (JRC), il servizio scientifico interno della Commissione europea, rileva che le aree rurali europee presentano livelli più elevati di povertà energetica e una maggiore presenza di edifici vecchi, grandi e meno compatti; nello stesso tempo, l'elevata quota di abitazioni occupate dai proprietari offre un potenziale significativo per riqualificazione e autoconsumo da fonti rinnovabili (JRC, 2025). La transizione può dunque diventare un'occasione di rigenerazione delle aree interne, ma soltanto se la capacità di investire non viene assunta come una caratteristica automaticamente associata alla proprietà.

Da questo punto di vista, la domanda politica corretta non è se scegliere fra transizione energetica e tutela della proprietà. È come progettare la transizione affinché il costo della trasformazione non produca una redistribuzione regressiva delle opportunità e, nel lungo periodo, dello stesso patrimonio. La Commissione europea riconosce che i costi iniziali costituiscono una barriera fondamentale alla ristrutturazione e stima fabbisogni di investimento nell'efficienza energetica superiori a 370 miliardi di euro l'anno nell'Unione nel periodo 2021-2030, di cui la quota principale riguarda gli edifici (Commissione europea, 2026). Il problema, dunque, non è soltanto mobilitare capitale: è costruire istituzioni finanziarie e tecniche che permettano anche a chi non possiede liquidità di accedervi.

 

Lo stesso problema riguarda anche la costa

Lo schema si ripropone, con tratti ancora più visibili, sul demanio costiero. Dal 2027 tutte le concessioni balneari italiane dovranno essere riassegnate tramite gara pubblica: il Consiglio di Stato ha stabilito che non sono più ammesse proroghe, fissando come termine ultimo il 30 settembre 2027 per la conclusione delle procedure (Sardegna Press, 2026). Il bando-tipo nazionale affida l'aggiudicazione al criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa e richiede ai partecipanti di dimostrare solidità finanziariaed esperienza pregressa in attività analoghe (L'Unione Sarda, 2026).

Per molte imprese balneari sarde, quasi sempre a conduzione familiare e di piccole dimensioni, criteri di questo tipo possono trasformarsi in una barriera reale: competere per una concessione pluriennale richiede capacità di investimento, garanzie bancarie e competenze tecnico-legali che un'impresa familiare non possiede necessariamente nella stessa misura di un gruppo turistico nazionale o internazionale. È lo stesso meccanismo osservato per i terreni destinati agli impianti energetici e per gli edifici da riqualificare: una risorsa resta formalmente contendibile da chiunque, ma la capacità effettiva di parteciparvi e di vincerla non è distribuita in modo uniforme.

Anche qui la risposta istituzionale non può essere né l'immobilismo delle proroghe automatiche, che la giurisprudenza ha ormai escluso come opzione, né gare aperte senza alcuna attenzione alla composizione del tessuto imprenditoriale esistente. Il bando-tipo introduce già alcuni correttivi in questa direzione, come i limiti alla concentrazione delle licenze in capo a un unico soggetto (L'Unione Sarda, 2026); una Regione che volesse davvero tutelare la continuità delle imprese locali potrebbe aggiungervi strumenti di accesso al credito dedicati, assistenza tecnica nella predisposizione delle offerte e piani di utilizzo del litorale predisposti con il necessario anticipo. Il caso di Alghero, arrivata a pochi mesi dalla scadenza senza un proprio Piano di Utilizzo dei Litorali, mostra cosa succede quando questa preparazione manca (Sardegna Press, 2026).

 

Qui dovrebbe entrare il pubblico

È forse questo il punto nel quale la discussione sulla Sardegna dovrebbe cambiare maggiormente. Il pubblico non deve necessariamente sostituirsi ai privati, né deve adottare provvedimenti meramente assistenziali senza misurare gli effetti degli stessi. A mio modesto avviso deve fare qualcosa di più sofisticato: costruire le condizioni che consentano anche ai soggetti più deboli di partecipare alla trasformazione.

Nel caso dei terreni destinati a impianti energetici, per esempio, potrebbero essere predisposti contratti-tipo, assistenza tecnica e legale indipendente, garanzie finanziarie per il ripristino dei luoghi, clausole di indicizzazione, meccanismi di partecipazione ai ricavi e strumenti di aggregazione dei piccoli proprietari.

Nel caso degli edifici possono servire fondi rotativi, garanzie pubbliche, prestiti agevolati, ESCo, interventi per quartiere, strumenti che consentano di finanziare l'investimento attraverso una parte del risparmio energetico prodotto. Questi strumenti esistono da anni nella letteratura sull'efficienza energetica, eppure stentano ad attecchire: la Strategia nazionale per la riqualificazione energetica del parco immobiliare (MISE, 2020) individua barriere precise — proprietà spesso frazionata fra eredi, incentivi che premiano chi può già anticipare la spesa, scarsa capacità tecnica delle amministrazioni nell'istruire pratiche complesse — che spiegano perché il problema non sia la disponibilità teorica degli strumenti, ma la capacità di attivarli su piccola scala. In Sardegna qualcosa si muove già in questa direzione: esistono ESCo locali attive su diagnosi e interventi di efficientamento, e progetti come Sardovoltaico propongono, ispirandosi al modello cooperativo danese dell'eolico, di trasferire progressivamente alla comunità la proprietà degli impianti realizzati da una ESCo, una volta ammortizzato l'investimento (Guiso, 2026 — report pubblicato da AES, associazione di cui sono tra i fondatori). Il compito pubblico non è reinventare questi strumenti, ma metterli in scala: garanzie regionali che riducano il rischio di credito per le ESCo, un servizio tecnico sovracomunale che istruisca le pratiche per i piccoli Comuni, e una quota dei fondi per la transizione energetica dedicata esplicitamente a chi non può anticipare capitale proprio.

Nel caso delle concessioni demaniali, servono piani di utilizzo del litorale predisposti con anticipo, strumenti di garanzia e credito dedicati alle piccole imprese turistiche, assistenza tecnica nella redazione dei bandi e delle offerte, e un'applicazione coerente dei limiti alla concentrazione delle licenze già previsti dalla normativa, perché la contendibilità formale non si traduca in una selezione che premia solo chi dispone già di maggiore capitale.

Nel caso delle imprese servono accesso al capitale, aggregazione, reti, trasferimento tecnologico e competenze manageriali.

Nel caso dei piccoli Comuni occorre probabilmente una capacità tecnica sovracomunale. Non possiamo pretendere che ogni amministrazione di mille abitanti disponga autonomamente di esperti energetici, finanziari, urbanistici e giuridici capaci di negoziare con grandi operatori internazionali. Questa è una funzione pubblica fondamentale: ridurre le asimmetrie.

 

Un piccolo dato dimostra che qualcosa può cambiare

C'è un dato recente che merita attenzione: la Regione Sardegna ha portato nel 2026 a quasi 70 milioni di euro le risorse destinate al programma per fotovoltaico e accumulo rivolto alle famiglie. Le domande presentate erano state più di seimila, mentre le risorse inizialmente disponibili avrebbero consentito di finanziarne circa 1.300.

È un piccolo esperimento, ma suggerisce qualcosa. Quando alle famiglie viene offerta una possibilità concreta di partecipare direttamente alla transizione e viene ridotta la barriera finanziaria, la domanda esiste.

Questo dovrebbe renderci prudenti anche quando diciamo genericamente che “i sardi sono contrari alle rinnovabili”. Forse una parte della popolazione non è contraria alla transizione. È contraria a una transizione che percepisce come progettata da altri, realizzata sul proprio territorio e dalla quale teme di ricevere pochi benefici. Se fosse così, il problema sarebbe molto diverso. E soprattutto sarebbe affrontabile.

 

Autogoverno significa anche capacità di governo

Nel dibattito sardo si parla giustamente di autonomia, autogoverno e capacità di decidere sui propri interessi fondamentali. Credo però che dovremmo aggiungere una distinzione: possedere formalmente una competenza non significa necessariamente possedere la capacità di esercitarla efficacemente, così come possedere un terreno non significa disporre delle risorse per valorizzarlo, possedere un potere istituzionale non significa automaticamente possedere capacità di governo.

Servono amministrazioni competenti, informazioni, dati, capacità progettuale, coordinamento fra livelli istituzionali, valutazione delle politiche e capacità di negoziare con soggetti economicamente molto più forti. Per questo la questione non può essere ridotta a scegliere tra Roma e Cagliari. Dobbiamo domandarci, caso per caso, quale livello possieda le competenze, quali risorse abbia per esercitarle, quali risultati produca e quali modifiche siano necessarie. L'autogoverno non dovrebbe essere misurato soltanto dalla quantità di poteri formalmente posseduti, dovrebbe essere misurato dalla capacità effettiva di utilizzare quei poteri per produrre risultati.

Questo chiude anche il filo aperto in apertura, quando parlavo di responsabilità delle classi dirigenti sarde. Non si tratta di stabilire colpe retrospettive, ma di riconoscere un compito preciso e verificabile: costruire, dentro le istituzioni sarde, la capacità tecnica e organizzativa che permette di esercitare bene i poteri che già possediamo — e di negoziarne altri, quando servono, con la credibilità di chi dimostra di saperli già usare.

 

Una Sardegna ricca di risorse ma povera di integrazione

Arriviamo così a quella che considero l'ipotesi centrale. Forse uno dei principali problemi della Sardegna non è semplicemente la scarsità delle risorse: possediamo patrimonio immobiliare, terra, risparmio, sole e vento, università e centri di ricerca, imprese e competenze, istituzioni autonome.

Ma queste risorse troppo spesso non riescono a combinarsi tra loro in configurazioni capaci di generare valore diffuso. Il proprietario possiede il terreno ma non il capitale. La famiglia possiede l'abitazione ma non può riqualificarla. L'università produce conoscenza che fatica a raggiungere le imprese. La piccola impresa possiede competenze ma non dispone delle risorse necessarie per crescere. Il Comune conosce il territorio ma non sempre possiede le competenze necessarie per progettare interventi complessi. La Regione possiede importanti competenze ma non sempre riesce a coordinare efficacemente i diversi attori. E quando queste risorse non vengono integrate da noi, inevitabilmente arriva qualcuno capace di integrarle dall'esterno.

Il problema non è necessariamente che arrivi. Il capitale esterno, le competenze esterne e le imprese esterne possono essere straordinarie risorse per la Sardegna. La domanda decisiva è all'interno di quale sistema di relazioni entrano.

 

Non difendersi dal cambiamento. Governarlo.

Possiamo allora guardare diversamente anche alcune delle grandi controversie che attraversano oggi la Sardegna. Non dobbiamo scegliere fra aprire indiscriminatamente il territorio agli investimenti e chiuderlo nel tentativo di conservarlo immutato. Entrambe le strategie rischiano di produrre impoverimento.

La prima perché può consentire ad altri di appropriarsi di una parte eccessiva del valore generato dalle nostre risorse. La seconda perché può impedire alle nostre risorse di produrre nuovo valore e condannare il territorio all'immobilismo. La questione è costruire una terza strada.

 

Governare il cambiamento.

Significa accettare investimenti quando producono valore, ma negoziare come quel valore viene distribuito. Significa tutelare il territorio senza scaricare il costo della tutela sul proprietario più debole. Significa attrarre capitale esterno senza rinunciare a costruire capitale locale. Significa utilizzare la transizione energetica non soltanto per produrre elettricità, ma per riqualificare case e paesi, innovare le imprese, creare competenze e ridurre la dipendenza energetica. Significa soprattutto passare dalla politica degli slogan alla politica delle istituzioni.

Forse è proprio questo il significato più concreto che possiamo attribuire alla parola autogoverno. La sovranità sostanziale di un territorio non consiste soltanto nel potere di dire no. Consiste soprattutto nella capacità di costruire le condizioni per poter dire sì senza essere subordinati. E questa capacità non si proclama. Si costruisce!

 

Fonti citate

1 commento


Interessante. Sono tanti i punti che se messi in atto incomincerebbero gradualmente a produrre benessere diffuso. I capitali che fuggono via: Il male cronico di una Terra asservita a poteri altri, esterni, predatori. Applicare le logiche contenute in questo articolo significa dover mutare totalmente e rapidamente il sistema di governo, strutturando piani di intervento efficaci. E qui ne sono stati individuati diversi.

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